In Bruges: l’etica degli assassini raccontata da McDonagh

Martin McDonagh era stato capace di raggiungere in patria un successo riservato solo ai grandi commediografi della letteratura inglese, riuscendo a soli ventisette anni a rappresentare i suoi spettacoli in contemporanea nei teatri del West-End di Londra, impresa riuscita sino a quel momento solo ad un certo William Shakespeare. Da lì la decisione di prestarsi al cinema, esordendo prima con il corto drammatico e di grande impatto Six Shooter (che gli è valso anche un Oscar nella propria categoria), ed in seguito con un film vero e proprio: In Bruges – La coscienza dell’assassino.

Il film è avvolto nelle piacevoli grinfie di Bruges, una delle città medioevali più belle e meglio conservate d’Europa: un luogo che diventa esso stesso protagonista nelle angosce dei personaggi, costantemente legati ad un flebile equilibrio tra humor nero e dramma, abbracciando in pieno il carattere del regista, che è nato a Londra ma ha chiare origini irlandesi. Tutte caratteristiche che si ritrovano anche nelle sue opere teatrali, un marchio di fabbrica inconfondibile che potrebbe cadere in facili paragoni con i fratelli Coen. In realtà però, le vicende di Colin Farrell e Brendan Gleeson sono del tutto differenti dai thriller tradizionali: è qualcosa di nuovo, un’aura non soltanto dovuta alla cittadina, ma alla vellutata ed intersecata interpretazione degli attori.

Il senso di colpa e la ricerca di redenzione di Farrell nei panni di Ray, assassino di professione che durante un “lavoro” per errore uccide un ragazzino, possiede un che di biblico, supportato dal paternalismo di Gleeson/Ken che cerca in tutti i modi di aiutare il ragazzo cercando di evitargli una fine indecorosa. È un dramma dall’orizzonte morale notevole con degli sprazzi di grottesco, un po’ come il noto quadro di Hieronymus Bosch nel suo Giudizio universale, ammirato da Ken con stupore e denigrato da Ray, che irrequieto ed innervosito da una città che per sua stessa ammissione odia, se ne esce con una battuta epica: “Un’opera incompleta in cui manca il Purgatorio, quel posto in cui vai quando non sei stato né una frana né un gran che. Come il Tottenham”.

La città fiamminga spinge lo spettatore nel trascendentale, immedesimandosi nel senso di colpa ma anche nelle piccole gioie che la città offre, contrapponendo la cultura europea al tipico menefreghismo dell’americano medio, di cui Farrell si fa ambasciatore (l’esempio della famiglia obesa che vuole salire sulla torre civica della città, o dei canadesi al ristorante che vengono malmenati nel nome di John Lennon). Così il cosiddetto Purgatorio mancante potrebbe rappresentarlo la stessa città, offrendo sia una punizione che un dono da parte del boss dei due, interpretato da un Ralph Fiennes che anche in ruoli da spalla offre il meglio di sé, ricordando una inconsueta spietatezza, ma con un accurato ed impeccabile senso dell’onore. Un’attesa che ricorda un connazionale dei nostri due protagonisti, anch’esso sceneggiatore all’occorrenza: Samuel Beckett esprime senza dubbio il sentimento di indugio nell’opera teatrale Aspettando Godot, dove in una situazione a tratti quasi simile, l’attesa di Vladimiro ed Estragone sviscera tutto il nonsense dell’esistenza. Anche se nel nostro caso gli avvenimenti prenderanno una piega del tutto inaspettata, anche grazie alla incantevole Clémence Poésy che, a suo modo, farà in parte cambiare prospettiva e destino al duo di irlandesi.

In Bruges espone dei personaggi caratteristici e puri, coinvolgendo per un crudele scherzo del destino anche personaggi più marginali, che in quest’opera sembrano avere una personalità ramificata quanto i protagonisti. Presentato in anteprima al Sundance Film Festival, il film ha più che convinto, tanto da guadagnarsi una nomination agli Oscar come migliore sceneggiatura originale e fruttando a Farrell un Golden Globe come migliore attore.

La pellicola contiene molti riferimenti ad un certo cinema d’essai: ad esempio, quando Ken guarda la televisione in albergo è in onda l’inizio de L’infernale Quinlan di Orson Welles, uno dei film noir più importanti della storia del cinema. Ma ci sono anche riferimenti a Nicolas Roeg ed al suo A Venezia… un dicembre rosso shocking. È doveroso ricordare che questo thriller/noir, che si avvia a diventare un cult, è liberamente ispirato all’opera teatrale di Harold Pinter scritta nel 1957 e messa in scena nel ’60, Il Calapranzi. Per chi volesse ricostruire la genesi di quest’opera esiste anche una trasposizione televisiva dell’Ottantasette, diretta da Robert Altman con Tom Conti e John Travolta.

La colonna sonora spazia da Schubert ai The Dubliners, che perfettamente rispecchiano le vie acciottolate della città e che vi invoglieranno a visitarla, con la sua calma, la gentilezza che ne accompagna gli abitanti ed il passeggiare tra i viottoli. Camminare in quelle strade vi farà pensare di trovarvi in una vera e propria fiaba, oppure in un magnifico limbo, proprio come gli anti-eroi del film.

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