Antonio Ligabue: la sacralità del momento culminante

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Antonio Ligabue, soprannominato “Toni el mat”, nel suo paesino Gualtieri in Emilia, dopo anni di povertà estrema, isolamento, solo verso la fine della sua vita fu considerato un artista importante, in una mostra personale storica a Roma. Diffidente ed impaurito atavicamente dagli uomini, era appassionato della musica di Beethoven e di motori, e ci ricorda un po’ uno di quei personaggi di Amarcord di Fellini, pensarlo sulla sua moto per le vie dell’Emilia, alla ricerca del colore, l’immagine giusta, nella sua solitudine fantastica. Il suo autista ebbe a dire ed a ribadire, anche dopo la sua morte, che lui non era matto; ma chiunque al posto suo, con i suoi trascorsi, lo sarebbe però diventato.

Nato da una italiana, emigrata in Svizzera, non riconosciuto dal padre, fu abbandonato a 9 mesi ad una famiglia svizzera di lingua tedesca, povera anch’essa, con un patrigno alcolista. Affetto da rachitismo, frequentò solo le scuole primarie, in classi separate per bambini con difficoltà. Fu infine espulso dalla Svizzera perché cittadino italiano, all’eta’ di 19 anni.

Senza conoscere la lingua italiana, senza parenti né amici né genitori, deportato in Italia, al suo paese di origine, Gualtieri, in cui non era mai stato prima, a vivere nell’emarginazione sociale e povertà assoluta. Tutti ricordano che amava tantissimo i bambini e gli animali, ma sgraziato nell’aspetto e forse anche per il suo carattere, non ebbe mai una donna.

Aveva uno scopo: dipingere. E nel silenzio della sua vita, della sua follia, c’era questa creatività, all’ombra delle sue difficoltà umane, sociali, un tesoro da rivelare. Fu un genio della pittura, fuori da ogni corrente artistica definita, ed è stato talvolta erroneamente definito pittore “naif”. Si era invece cimentato sulla pittura anima e corpo, da “professionista”, curando ogni minimo dettaglio, nei colori, nell’anatomia degli animali.

Sapeva di essere un grande artista.

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Antonio Ligabue, Autoritratto,

Da tanti critici è stato successivamente comparato a Van Gogh, oppure ad Henri Rousseau. Al primo per l’espressività estetica negli autoritratti e per le vicissitudini umane e biografiche, al secondo per il soggetto in comune di molti dipinti: la savana, i paesaggi esotici, gli animali. Altri critici l’hanno visto più vicino alla corrente del “fauvismo”.

Fu autodidatta ed attraverso Marino Mazzacurati, artista ed ammiratore della prima ora, che l’aveva salvato una notte dal freddo e portato a casa, ebbe modo di conoscere probabilmente qualche opera dei grandi pittori e di farsi poi conoscere dal mondo dell’arte.

I soggetti dei suoi quadri erano due: gli autoritratti e gli animali.

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Antonio Ligabue, Leopardo

Mancavano gli uomini, che comparivano raramente nei suoi quadri ed al più avevano o un ruolo secondario o al massimo solidali agli animali in scene campestri.

Forse nel mondo degli animali si rifugiava per trasferire le sue emozioni. Li sentiva più vicini, lontani da quel mondo in cui non riusciva a trovare posto. Animali fantastici, ripresi ora al ritorno dalle campagne, oppure sotto l’attacco mortale di un leone, magari in una zona nascosta della savana dove la vita si compie.

Ma dai suoi dipinti si evince chiaramente che Ligabue è stato uno dei maggiori espressionisti europei: il manto favoloso delle sue tigri, la pennellata carica di trepidazione e di energia, i colori incisivi immediati, le immagini cariche di sentimenti. Ciò che ci fulmina nei dipinti degli animali sono dapprima gli occhi, così umani, talvolta più umani degli uomini.

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Antonio Ligabue, Volpe in Fuga

Gli occhi così dipinti danno un senso alle scene, la chiave della loro interpretazione. Mostrano talvolta la paura, altre la rassegnazione, la stanchezza, il coraggio, protesi a descrivere il “momento culminante”, decisivo.

Ligabue è in grado di cogliere quel momento che, nella sua assolutezza, non dà la necessità di conoscere la scena successiva, né quella precedente, ma è talmente denso di significato che la illumina ed inchioda l’osservatore davanti alla sua opera. Quell’istante, talvolta atteso, altre volte espresso in un gesto nella quotidianità, ma ugualmente carico di significato.

C’è un carattere tutto italiano nell’estetica di Antonio Ligabue. Qualcosa che lo accomuna con altre due eminenze dell’arte nostrana: Caravaggio e Giuseppe Verdi. Del primo acquisisce la forza espressiva, la potenza delle immagini, la scena essenziale, del secondo i suoi colpi di scena, talvolta platealmente attesi, a volte espressi in un frangente rivelatore, determinante nel susseguirsi degli eventi.

Intravedere il momento giusto, scatenante un accadimento, che colpisce il singolo uomo, a seguito dei propri comportamenti ma anche degli eventi che a volte ne prescinde. È la nostra attenzione al dettaglio, che diventa interpretazione improvvisa, centralità dell’uomo, per altri aspetti gusto, estetica.

Negli autoritratti di Ligabue, si nota che gli occhi non sono mai aggressivi o penetranti, guardano sempre di lato, quasi a ritrarsi dallo sguardo dell’osservatore, degli uomini. I dipinti emanano un senso di silenzio; sullo sfondo ci sono case, le cittadine, a dimostrare la sua condizione di uomo solo, esiliato, in cui gli uomini, sono lontani, e di cui ha diffidenza. Anche l’autoritratto riprende un istante che dice tutto.

I suoi autoritratti muovono nel loro realismo nudo: il gozzo, le rughe, le ferite, la ricerca di una compassione dall’osservatore, l’unico modo di rapportarsi, dato che il rispetto degli uomini non è esistito mai per lui.

Gli autoritratti riprendono la solitudine di chi ha capito la Bellezza, nel dipingere gli animali, rifugiarsi in essi, in un mondo fantastico, che è suo e in cui nessuno potrà entrare.

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Sentirsi folle più che esserlo, sentire la follia dell’arte di chi vive nei propri pensieri, e tutto ne e’ travolto, e forse questo senso di estraniazione dalla società è necessaria alla sua arte. Quel viso emaciato diventa dunque la precondizione per dipingere il viso della bestia, e Ligabue non ne ha paura, ne è orgoglioso, orgoglioso della sua arte. Tante volte prima di divenire, solo alla fine, pittore stimato dai critici, ripeteva a tutti, pur nella miseria, nell’isolamento, la convinzione di essere un grande artista.

Gli autoritratti sono l’altra parte della vita di Ligabue, il silenzio vitale, che diventa fermento nei suoi dipinti. Gli autoritratti del viso, si trasfigurano in ciò che diventerà quello della bestia, bella e furente.

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