Gotham: la filosofia del male nella serie tv del mondo Batman

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La storia di Batman è ben nota a tutto il pubblico mondiale. La storia di Gotham, invece, per come viene raccontata da Bruno Heller nella rispettiva serie televisiva, è una rappresentazione innovativa che si dipana a partire dal punto di vista di tutti i singoli personaggi che – nella tradizione del fumetto – hanno sempre rappresentato il contorno della figura dell’uomo pipistrello. Quest’ultimo è presente sin da subito, perché la memoria degli spettatori – reduci da un universo in cui se si parla di Gotham prima si parla dell’uomo pipistrello – li trasporta verso questa pulsione del voler vedere l’eroe comparire sullo schermo, ma in realtà vi è solo la sua ombra celata all’interno di un dipanare, lungo e lento, che farà fuori uscire Batman soltanto in un secondo momento. Vi è, per la maggior parte del tempo, Bruce Wayne, il miliardario che perde i genitori perché uccisi in un vicolo, e la determinante figura rappresentata dal suo maggiordomo – ormai figura propedeutica nella storia del su detto – Alfred Pennyworth.

La differenza che però costituisce questa rappresentazione in puntate dell’universo Gotham City è l’innovativa idea, da parte del regista, di trasportare tutta l’attenzione sul “nuovo” protagonista della saga, ovvero sul detective James Gordon, interpretato da un immenso McKenzie che ha avuto la grande capacità di spogliarsi dell’icona per le vecchie generazioni, incarnatasi nel personaggio di Ryan Atwood della saga di O.C. (2003).

Gordon è affiancato alla leggenda della GSPD di Gotham, il detective Harvey Bullock (Donal Logue), e adesso si identifica come il vero e unico paladino di una città che rappresenta l’unità di misura della follia più totale in cui l’uomo può essere catapultato. Questa follia, che sembra essere una delle due uniche visioni dell’esistenza a cui Gotham si trova ancorata, porta gli individui a cercare sempre un capro espiatorio su cui riversare le proprie speranze di salvezza. Non vi è soltanto un pubblico di cittadini inermi di fronte al dipanarsi del male che prende innumerevoli forme, dal folle psicopatico al boss spietato fino ad arrivare al potere occulto. Gotham è una città variegata la cui struttura presenta molteplici forme di male prodotto: essa è una città che, tra i normali e comuni individui, presenta anche masse avvezze alla manipolazione per mezzo di miti creati per fondare comunità di seguaci, che nell’adorare un’idea diventano capitale sociale per il male.

Vi sono numerosi esempi a riguardo. Tralasciando, per esempio, la prima stagione che rispetto alle altre rappresenta una lunga introduzione che fa da identificazione della struttura criminale della città, vedi le lotte tra padrini all’interno delle quali vi è sempre Oswalt Cobblepot, meglio noto come “Pinguino” (Robin Lord Taylor), che cerca di farsi strada. Nelle altre stagioni vi sono personaggi che non appena compaiono nella scena presentano sin da subito la capacità di comprendere che Gotham ha bisogno di credere in qualcosa, ma utilizzano questa visione da un punto di vista totalmente negativo per la stessa Gotham, ovvero, per distruggerla. A partire da Theo Galavan (James Frain), che diventa sindaco di Gotham soltanto per assurgere ai suoi piani malati basati sull’intenzione di uccidere Bruce Wayne, fino ad arrivare a Jerome Valeska (Cameron Monaghan), che rappresenta un nuovo dinamico e immenso Joker, figura garante della totale perdita della ragione umana di fronte all’esistenza e totalmente avvezza al creare un’idea che possa restare immortale e possa, anche in sua ipotetica assenza, veicolare le menti già inclini al crimine di quegli individui che abitano le dimenticate e buie strade della Gotham più letale.

La città, dunque, ha bisogno di credere in qualcosa che per i nemici diventa la loro stessa figura, al fine di portare a compimento le loro visioni malvage, ma dal punto di vista di una ripresa della normalità sulla follia. Il simbolo di cui ha bisogno Gotham è identificato in un qualcuno che si faccia carico delle colpe secolari di una città che, nello sfacelo, reitera continuamente la propria fine e cerchi allo stesso tempo di contrastarle. Su questo tema, la trilogia di Nolan sul cavaliere oscuro è ben ferrata, poiché in quel caso il regista pone in risalto – soprattutto nel terzo episodio in cui Batman (Christian Bale) deve scontrarsi con Bane (Tom Hardy) – come non sia importante tanto chi vi sia dietro la maschera, ma il fatto che vi debba sempre esistere qualcuno che decida di vestire quel ruolo di paladino.

Gotham, come precedentemente affermavamo, rappresenta una metafora totale della follia dell’uomo, tanto che tra le due istituzioni che fungono da capolinea per i criminali (il carcere Black Gate e il manicomio criminale Arkham) vi è principalmente quest’ultima ad essere menzionata come luogo in cui rinchiudere tutti i criminali con cui Gordon deve scontrarsi. Quest’aspetto è molto identificativo per la reale ontologia della città, poiché mette in risalto come in realtà tutti i criminali che nel corso della storia si presentano di fronte alla legge siano mossi da una follia che alimenta ogni loro pulsione distruttiva nei confronti della città e dei suoi abitanti. Vi sono maggiormente casi di irrazionalità criminale che subentra sulla razionalità criminale (esempio i padrini della prima stagione). Sembra che, nella serie televisiva, il regista faccia giocare ad Arkham un ruolo nettamente più determinante rispetto a qualsiasi altra rappresentazione filmica precedentemente elaborata. Nello sviluppo della storia di questo specifico “Gotham”, Arkham, risulta essere la maschera dello scempio morale ed etico rappresentato dall’infernale Indian Hill, in cui il personaggio – iconico e inquietante – del professor Hugo Strange (BD Wong) ne rappresenta il gestore. Indian Hill è un luogo in cui gli esperimenti sugli esseri umani sono giunti alla riesumazione anche dei morti ed è proprio in questo luogo che Strange darà vita a personaggi letali come Victor Fries (Nathan Darrow), che verrà continuamente reiterato e riutilizzato nel susseguirsi dello sviluppo del crimine all’interno della città che presenta sempre nuovi intrecci e novità.

Ma questo non è tutto. Arkham, Indian Hill, Dr. Strange che resuscita i morti e dà vita a creature mostruose e geneticamente modificate, non è qui che finisce il male di Gotham, poiché essa si ritrova nel mirino di un’organizzazione sottostante a qualsiasi forma di intenzione criminale, dai padrini come Carmine Falcone alle comunità criminali di folli psicopatici, chiamata “la corte dei gufi”, su cui poggerà l’esistenza di Gotham. Quasi come fosse una struttura d’ispezione come il Panopticon, per dirla con Jeremy Bentham prima e con Michel Foucault dopo, questa corte reitera un rito basato sull’idea che per ogni secolo che passa la città debba cadere e poi rialzarsi dalle proprie ceneri.

In questa sede non si hanno le pretese di raccontare ciò che è già evidenziato nell’immediato dalla visione – ovvero lo scontro tra bene e male – ma l’intenzione è quella di un’ulteriore messa in evidenza del fatto che a Gotham non c’è mai fine al riprodursi del male e la sua riproduzione è nucleo originario per le più disparate forme di perversione criminale mista a fanatismo totale mai esistito, si veda l’esempio cardine che è la corte dei gufi. Non sono la corruzione e la connivenza del crimine a stupire, ma è propriamente la tipologia del male che si presenta agli occhi di chi veste il simbolo della salvezza a lasciar senza parole e a tratti far perdere quella speranza. Ma dall’altro vi è il richiamo continuo di un qualcuno che arrivi e prenda in mano la critica situazione.

Il regista in questione, ancora più incisivo di quanto fosse stato precedentemente Nolan, riesce – attraverso un lungo processo evolutivo delle dinamiche della storia – a sfaccettare tutti i personaggi che nel fumetto hanno vestito il ruolo di antagonisti di Batman, ma quest’ultimo non arriva mai sulla scena. La questione viene impostata in una maniera per cui lo spettatore sa che Batman arriverà da un momento all’altro, la sua ombra, pian piano, si fa sempre più visibile. Gotham sprofonda nell’oblio, passo dopo passo, e il bisogno di un paladino che funga da mito in cui credere si fa sempre più impellente. Il regista gioca la partita su questo punto, partendo dalle origini dei nemici classici – da Pinguino, a Joker, passando per l’enigmista – e percorrendo parallelamente il cammino dell’eletto attraverso il volto di Bruce Wayne, il quale, dopo la nota perdita dei genitori, deve ritrovare se stesso ed espiare i propri sensi di colpa.

È sulla rabbia che accompagna per tutte e 4 le stagioni Bruce che si cela quel supereroe pronto a uscire fuori, quell’uomo pipistrello fremente di dar voce all’impeto di salvare – dal delirio dell’irrazionalità criminale – la propria città. Quest’ultima gettata tra le redini di un intreccio tra paura, caos e dolore. In tutto questo, Gordon, non è soltanto il protagonista di questa innovativa rappresentazione della storia di Gotham, ma rappresenta una figura determinante che sembra star lì, in quelle vesti, pronto a “tener caldo” il terreno per l’arrivo di una figura che abbia la forza e le risorse per affrontare quel male incombente che ha distrutto e continuerà a distruggere la città. Come un superuomo nietzschano, pronto a perdere tutto per giungere ai propri obiettivi, Bruce, fino all’ultimo momento, ascolta quel cuore che grida alla giustizia e al bisogno di rimettere in piedi la struttura della metropoli decadente, in funzione di una ripresa interiore personale faticosa e tortuosa. Questo è un dato empiricamente consolidato dal pubblico ma, in questa specifica rappresentazione, vi è una fenomenologia dell’eletto travagliata e faticosa, che porta alla sfaccettatura di una volontà di potenza che porta l’individuo Bruce ad abbracciare e adattarsi totalmente (qui subentra la sua volontà di potenza spiccata) a quel lato oscuro come unico modo per riuscire a sopportare il peso della responsabilità per l’incolumità dell’umanità della città.

Questo è il simbolo e il senso più denso che Batman rappresenta e rappresenterà, ovvero il guardare in faccia il male e tenergli testa – come direbbe il Theodor Adorno dei Minima Moralia (1951) – senza che nessuno glielo imponga, ma sarà un processo sviluppatosi unicamente per sua scelta nei confronti dell’umanità. Il significato morale di Batman è proprio questo gettarsi a capo fitto verso il male, senza indietreggiare, senza risentimenti e senza sentir il bisogno di essere riconosciuto attraverso un volto. Un uomo in rivolta contro l’essere che gli rema contro e che nel vestire le sorti dell’eletto paladino della giustizia ritrova la sua autocoscienza guardando e ringraziando implicitamente chi sta lì accanto a sorreggere il peso etico delle sue scelte. Emblematiche sono alcune parole che Albert Camus, nel suo indiscusso capolavoro L’uomo in rivolta (1951), pronunciò:

“L’individuo non è dunque, in se stesso, quel valore che egli vuole difendere. Occorrono almeno tutti gli uomini per costituirlo. Nella rivolta, l’uomo si trascende nell’altro e, da questo punto di vista, la solidarietà umana è metafisica. Semplicemente, si tratta per ora soltanto di quel genere di solidarietà che nasce tra le catene[…]” (1951 : p. 21)

Quelle catene che – dal male assoluto a più facce – ostacolano sia Gordon che Bruce e che nella solidarietà collaborativa dei due – lentissima nel suo manifestarsi a causa di un Gordon che non vuole dar spazio sino all’ultimo al manifestarsi dell’essenza di Bruce –potranno essere distrutte.

Una Gotham scissa tra il mito della salvezza per mano di un messia che giunga per sfatare la tesi di una città gettata nell’aporia totalizzante e impossibilitata – allo stesso tempo – nella risoluzione delle proprie colpe e la follia imperante che tende ad alimentare quella stessa aporia. Bruno Heller ha servito un’interpretazione aperta alla maniera di Nolan: in quest’ultimo capitolo della storia di Gotham, ha lasciato pensare che adesso è giunto quel momento in cui venga il redentore e sconfigga il male incessante, ha posto Gordon e Bruce Wayne sullo stesso tetto a guardare in quel cielo quell’immenso raggio che sarà il simbolo, quel simbolo che cambierà le sorti della temibile Gotham, aperta all’ultimo nemico letale identificato in Bane …

Come dice Ernst Cassirer:

“il simbolo… non serve soltanto allo scopo di comunicare un contenuto concettuale già bello e pronto ma è lo strumento in virtù del quale questo stesso contenuto si costituisce ed acquista la sua compiuta determinatezza[…]”  (1923: introduzione)

Adesso è tempo in cui un paladino decida di vestire fisicamente e idealmente le redini di una speranza in cui credere. Adesso – per Gotham – è tempo di Batman.

E noi, mondo reale e circoscritto, di cosa avremmo bisogno ?

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