Gangs of New York, il film più “politico” di Martin Scorsese

Pochi film hanno avuto una genesi tanto travagliata quanto Gangs of New York. Il film infatti era stato pensato da Martin Scorsese quasi trent’anni prima, con la lettura di The Gangs of New York: An informal history of the underworld di Herbert Asbury. Un’opera da definirsi forse come la più politicamente impegnata del regista newyorkese, e che in molti tratti più che il classico cinema statunitense ricorda quello del vecchio continente, in cui forse gli americani, ancora non completamente avvolti dalla propria boria, esprimevano con piacere le loro origini di maggioranza europea.

Proprio questo era New York, la città che si è eretta (da sola) a capitale del mondo occidentale, un agglomerato di culture che spaziavano dal vecchio continente, all’Africa e all’Asia, dove tutti vivevano in piccole comunità ed in base alla propria nazionalità di partenza, come avrebbe detto “il macellaio” Bill Cutting: “I ritmi del continente nero, buttati nel calderone insieme ad un ballo irlandese, se lo rimescoli un po’ diventa un bel minestrone americano!”

Nella metà dell’800 i “Five points”, posto cruciale in questa storia, delimitavano i cinque angoli del crocevia principale che si trova nell’attuale isola di Manhattan, esattamente tra il distretto finanziario e Chinatown. All’epoca la zona si poteva tranquillamente definire come una delle più malfamate al mondo, e si stima secondo leggende cittadine, che nel vecchio birrificio situato nel quartiere, e che dava ospitalità a più di mille disgraziati, ci fu almeno un omicidio al giorno dal 1837 al 1852, anno della sua demolizione. Certo, c’è da dire anche che fu uno dei primi esperimenti di multiculturalismo, che diedero anche cose positive al Paese: la convivenza tra gli irlandesi in fuga dalla grande carestia e gli ex schiavi africani creò balli come il tip-tap, che certamente ebbe un merito considerevole nella nascita del jazz e del rock’n’roll.

Scorsese riesce a generare un’opera imponente e multiforme nei temi che abbraccia, un’America nella sua intima nudità, una nazione costruita nella violenza e pregna di odio razziale, ma che ha saputo comunque erigere anche qualcosa di positivo nella sua evoluzione. Alcuni tratti del film, a volte di una lussuria sfrenata, quasi animalesca ed intrisi da una perfidia di fondo non comune, potrebbero ricordare in parvenza una tela dipinta in modo rozzo, nelle sue contraddizioni ancora non del tutto sedate. Un film dalle emozioni chiaroscure, con un direttore della fotografia (Michael Ballhaus) che predilige il rosso e i toni cupi (e che, se non fosse stato per Conrad L. Hall ed Era mio padre, quell’anno avrebbe sicuramente vinto la statuetta).

Anche la colonna sonora è ben fatta e contiene vari brani di artisti irlandesi. Come Finbar Furey, autore anche di un piccolo cameo nel film, mentre è intento ad allietare cantando i clienti del Circo di Satana. E ovviamente c’è  il singolo degli U2 The hands that built America, brano struggente che merita più di una considerazione, e che rappresenta la band irlandese quando era ancora fonte di ispirazione per la musica rock.

La chiave di volta della pellicola è sicuramente nei due principali personaggi, capaci di creare un rapporto molto intersecato ed inscindibile tra il macellaio (Daniel Day-Lewis, quello che senza ombra di dubbio è il miglior attore vivente) ed il giovane Amsterdam Vallon (Leonardo Di Caprio). Lewis, strappato da Scorsese alla voglia di smettere con il suo mestiere, ci offre tutta la rappresentanza della violenza che i nativi hanno contro gli immigrati irlandesi, offrendoci però anche sentimenti di onore ed orgoglio apprezzabili.

Una cosa che salta subito all’occhio è l’accettazione della violenza come scopo per raggiungere un fine, anzi come atteggiamento indispensabile per quei tempi e quella classe sociale. Come quando si va in guerra, si mette subito in conto che in molti periranno senza provare nessun sentimento di empatia o misericordia. Questo genere di emozioni colpiscono sin dall’inizio del film, con l’epica battaglia del “Prete” Vallon (interpretato da un’irlandese doc come Liam Neeson) contro i “Nativi” di Bill, che sblocca subito la trama dandole una chiave di lettura limpida e senza ulteriori ammenicoli. In una pellicola dove il simbolismo è vitale, oggetti come medaglioni e pugnali sostengono in maniera permanente alcuni punti essenziali per la narrazione mediana, che convogliano nella quotidianità dell’epoca e non la fanno dissolvere.

Ovvio che un’opera di tale portata non possa essere trasposta in meno di quasi tre ore, creando non pochi problemi al regista cresciuto a Little Italy: il budget del film sforò i cento milioni di dollari, e le molteplici divergenze con l’ex produttore della Miramax Weinstein misero a rischio la solidità economica della casa di produzione stessa. Girato interamente negli studi di Cinecittà e con ambientazioni ricostruite in ogni aspetto grazie al sempre eccellente Dante Ferretti, Gangs Of New York fa conoscere allo spettatore una New York con tutti i suoi contrasti, che nonostante i “Giorni della furia” di cui parla Amsterdam, cercherà di mantenere intatta la propria anima.

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