Reinhold Messner, la tragica storia del fratello morto

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Se la storia degli sport è costellata da sempre di polemiche e meschinità reciproche, l’alpinismo non fa eccezione. Lo sa bene Reinhold Messner che, oltre ad avere di fatto sancito la fine dell’alpinismo classico (tutto corde, bombole d’ossigeno e attitudine quasi colonialista) e favorito la nascita di quello moderno, è con molta probabilità e a buon merito il più famoso scalatore vivente: troppo ingombrante per non essere costantemente criticato, ora per la pubblicità dell’acqua Levissima, ora perché “fa soldi vendendo libri” (che oggi sia prassi comune fra i climber mettere in bella mostra l’accessorio di qualche ditta di sport da montagna, pare non avere rilevanza). È però un’altra, e ben più triste, storia di accuse. Perché l’invidia e la diffidenza non si fermano nemmeno davanti alla morte. Nemmeno davanti alla morte di un fratello.

Il primo protagonista è lui: il Nanga Parbat, 8126 metri, nona montagna più alta dei quattordici Ottomila, seconda per indice di mortalità degli scalatori (20%) dopo l’Annapurna (8091 metri), situato nel Kashmir himalayano. È una montagna massiccia ma elegante, tutta creste e dorsali che scendono impervie a valle per 4000 metri e oltre. Il suo nome in lingua urdu significa “la montagna nuda”, mentre il toponimo alternativo Diamir sta per “re delle montagne”. Gli sherpa locali, invece, la chiamano “la mangiauomini”, e mai soprannome potrebbe essere più adatto: dal 1895 al 1939, tutte le spedizioni tedesche e inglesi che vi tentarono l’ascensione finirono o con la rinuncia o con la morte degli alpinisti coinvolti. Bisognò aspettare il 1953, quando il mitico Hermann Buhl, antesignano della scalata “senza compromessi”, vi salì dal versante Rakhiot a nord-est, da solo e senza ossigeno: primo caso nella storia.

Buhl non era nuovo a exploit del genere: un anno prima, sempre in solitaria, aveva compiuto in quattro ore l’ascesa della via Cassin al Pizzo Badile (una delle sei pareti nord più complesse delle Alpi), contro i tre giorni canonici che le altre cordate impiegavano al tempo. Sul Nanga Parbat, dovendo bivaccare di notte a quota 8000 metri, riportò gravi congelamenti agli arti inferiori, cosa che gli comportò l’amputazione di alcune dita del piede. Buhl, dopo questo avvenimento, non rinunciò a tornare fra le montagne che lo avevano reso il più grande climber del suo tempo: vi trovò la morte sul Chogolisa, 7665 metri, precipitando da una cornice di neve che aveva ceduto al suo peso. Il suo corpo non fu più ritrovato.

I veri alpinisti sono fatti così: chiamateli irresponsabili o idealisti, ma per potersi rapportare nel modo più libero e autentico con il proprio corpo, la montagna, la forza di volontà, sono disposti a mettere in gioco la stessa incolumità. Ci sono vie meno rischiose di passare alla Storia: fra un secolo forse nessuno si ricorderà di Buhl ma tutti sapranno chi era Balotelli. Quella degli alpinisti è però una necessità esistenziale: sentirsi vivi solo se la propria vita è sospesa fra i precipizi dove l’aria si fa rarefatta e le cime inviolate che, illuminate dal sole, abbagliano gli occhi.

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I fratelli Messner nel 1970

Proprio due alpinisti sono gli altri coprotagonisti della nostra storia: i fratelli Reinhold e Günther Messner. Nati rispettivamente nel 1944 e 1946 a Bressanone, in Trentino-Alto Adige, fin da giovanissimi si dedicano all’arrampicata sulle pareti delle loro Dolomiti, seguendo l’insegnamento del maestro Buhl: un alpinismo basato unicamente sul corpo a contatto con la roccia, sulla scarsità di equipaggiamento, sul rispetto per la montagna. In un’epoca in cui ancora vigeva lo stile artificiale, per cui l’obiettivo di raggiungere la cima era prioritario rispetto al mezzo (e quindi era lecito bucherellare le montagne con chiodi, scalette, corde fisse e quant’altro, tanto da rendere il climbing più un lavoro per ingegneri che per sportivi), l’arrampicata libera era qualcosa di rivoluzionario. Libertà, coraggio, capacità tecniche, rifiuto delle convenzioni delle vecchie autorità dell’alpinismo “pesante”, ideale eroico e rischio del tutto per tutto rendevano i Messner due veri ribelli della montagna: come a dire, il ’68 non si combatteva solo fra le piazze e le università.

Ad aggiungere loro valore, il fatto che fossero fratelli: il legame della cordata era solo una continuazione del legame di sangue e di affetto. Ad accomunarli, capacità alpinistiche pari e il sogno comune di calcare le pareti del mondo intero con la loro filosofia. Dopo la ripetizione di alcune delle più difficili, all’epoca, vie dell’arco alpino (fra cui la nord dell’Agner, 2872 metri, fra le più estese in Europa), i giovani prodigi vengono assunti da Karl Maria Herrligkoffer, lo stesso capo-spedizione di Buhl nel 1953, per aprire una nuova via sul Nanga Parbat: stavolta dal versante Rupal, a sud-est, secondo un metodo classico (corde fisse e acclimatamento graduale nei “campi” situati lungo la salita) ma senza ausilio di ossigeno.

Il piano iniziale di salita prevede che sia il solo Reinhold, considerato più esperto e veloce, a raggiungere la vetta dal campo terminale. Günther, il fratello minore, colui che del maggiore vuole seguire le orme con sconfinata stima e consapevole di essere l’unico al mondo a poterlo eguagliare, decide all’ultimo di seguirlo. Ad accompagnarli, una notte stellata e la luna a illuminare il ghiacciaio, fino al sorgere del sole: i Messner sono in cima, il 27 giugno 1970.

“Scivoliamo leggeri sulle valli, eppure così pesanti. Così lontani dalla terra e da noi stessi (…). Vedo sempre gli occhi di Günther come allora.”

Reinhold Messner

Stremati e felici come mai nella loro vita, i fratelli si incamminano a valle. La prima regola, spesso dimenticata, dell’alpinismo, è che la vetta rappresenta solo la metà della strada. Il Nanga Parbat non fa sconti. Costretti a bivaccare di notte a -40°, senza cibo né acqua, in preda all’ipotermia e alla stanchezza, Günther inizia ad avere le allucinazioni e fatica a muoversi. Reinhold potrebbe abbandonarlo, avrebbe più probabilità di tornare vivo: non lo fa. Opta invece per scendere dal versante Diamir, a nord-ovest, ancora inesplorato ma probabilmente più accessibile. Le condizioni meteo peggiorano, così come le condizioni psicofisiche dei due. I camminatori non allenati generalmente accusano il cosiddetto “mal di montagna” (dovuto alla pressione e alla rarefazione dell’atmosfera) già prima dei 3000 metri, sulle nostre piste da sci non è raro vedere gente che sviene per reazione al freddo di una normale settimana bianca e la maggior parte dei trekker della domenica si rifiuta di muovere un solo passo senza provviste di integratori alimentari, snack energetici e la promessa di un rifugio a fine percorso: i fratelli invece bivaccano per una seconda volta sul tetto del mondo, mani e piedi irrimediabilmente congelati e speranze di ritorno prossime allo zero.

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Il Nanga Parbat visto dall’alto

Günther avanza come un fantasma, come quei fantasmi che gli annebbiano la mente. Reinhold lo distanzia per tastare il terreno, la neve della bufera potrebbe nascondere dei crepacci. Poi, all’improvviso, un rombo. Reinhold chiama il fratello a più riprese, senza ottenere risposta: una valanga ha inghiottito Günther per sempre. Il Nanga Parbat ha avuto la sua vittima sacrificale: giovane, 24 anni appena, e forte, come tutte le vittime sacrificali che si rispettino. Quello di Castore e Polluce, i due gemelli dell’antica Grecia che a turno si alternavano fra il mondo dei vivi e quello dei morti, è soltanto un mito, una di quelle storie fatte per rendere accettabile il lutto, la scomparsa, la tragedia. Reinhold, che cinque giorni prima stava condividendo con il fratello, in cima, gli attimi più grandiosi della loro storia, torna al campo base più morto che vivo, e soprattutto da solo.

La cima è stata raggiunta. Per Reinhold sarà solo il primo dei quattordici Ottomila senza ossigeno, la prima di tante spedizioni ai quattro angoli del globo che negli anni lo renderanno immortale. Ma c’è poco da festeggiare. Non sono solo i congelamenti ai piedi, che gli costano l’amputazione di alcune dita e la conseguente fine della propria carriera di arrampicatore su roccia. Non è solo il ricovero di tre mesi in una clinica a Innsbruck per lo shock subito. Non è solo il trauma di aver visto il fratello, suo pari e compagno di cordata, morire a pochi passi da lui. No, Reinhold deve anche subire gli strali di chi lo accusa: Herrligkoffer sostiene che Günther sia stato abbandonato, se non peggio, di proposito, per non spartire con nessuno la gloria dell’impresa; gli altri due membri della spedizione, Max von Kienlin e Hans Saler, sostengono che Reinhold abbia percorso da solo il Diamir, inducendo il fratello a ripercorrere la via di salita, unicamente per accaparrarsi un altro primato. Soltanto le prime di tante infamanti calunnie che avrebbero fatto di Messner un moderno Caino.

A nulla servì la spedizione che riportò questi, l’anno successivo, al Nanga Parbat sulle tracce del fratello, e rivelatasi poi infruttuosa. Bisogna attendere il 2005: a 4600 metri di quota viene ritrovata la salma, conservata dal ghiaccio, di Günther, esattamente dove indicato da Reinhold. Il suo corpo viene cremato e le ceneri sparse al vento, come vuole la cerimonia funebre sherpa; Reinhold riesce però a riportare a casa alcuni campioni di ossa, che ne confermano l’identità con un esame del DNA.

Trentacinque anni dopo, la verità riaffiora dai crepacci. Un libro autobiografico di Messner e il bel film omonimo che ne è stato tratto, Nanga Parbat (2010, regia di Joseph Vilsmaier) restituiscono al pubblico la drammatica vicenda nella sua autenticità. Si compie così la scalata più difficile della carriera di Reinhold Messner: quella verso la verità, la liberazione dai sensi di colpa, la riconciliazione con la frattura più drammatica della sua vita. La storia dell’alpinismo, si è detto, è un insieme di magnificenza e piccolezza, gloria e meschinità umana. E il Nanga Parbat, imperturbabile come tutte le montagne, resta immobile e impassibile, testimone muto scalfito unicamente dalle raffiche dell’eternità.

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