La bellezza e l’abisso: Gustav Klimt e il modernismo viennese

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Nel 1918 morivano Gustav Klimt, Egon Schiele, Koloman Moser e Otto Wagner, i quattro artisti più rappresentativi del movimento artistico-culturale che coinvolse l’Austria a cavallo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento: il Modernismo. Quattro artisti che ebbero un impatto rivoluzionario sulla cultura austriaca ed europea, giustamente celebrati a Vienna durante l’anno del centenario della morte con una serie di mostre a tema chiamata Schonheit und Abgrund: bellezza e abisso.

Dei quattro, il più celebrato resta ovviamente Gustav Klimt, il padre del modernismo viennese. A capo dei dissidenti accademici, il 3 marzo del 1897 Klimt informò con una lettera la Kunstelerhaus (la Casa dell’artista a cui faceva capo la struttura associativa degli artisti viennesi e l’Organizzazione ufficiale delle mostre) della nascita della Secessione per “portare la vita artistica viennese in un rapporto vitale con l’evoluzione dell’arte estera e proporre delle esposizioni dal puro carattere artistico, libere dalle esigenze di mercato”.

I Secessionisti, stanchi dello Storicismo e del Verismo bozzettistico, di ciò che rappresentava la Vienna di quegli anni, aristocratica ed elegante, ma sconvolta dalla crisi finanziaria causata dal crollo della borsa del 1873, sentivano l’esigenza di rinnovamento, di una modernità che rappresentasse il cambiamento. Senza un vero e proprio manifesto, la Secessione pone le basi del proprio programma sul motto “Al tempo la sua arte, all’arte la sua libertà”, slogan che l’architetto Joseph Maria Olbrich porrà sulla trabeazione frontale dell’edifico espositivo del movimento: il Palazzo della Secessione.

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Concepito come tempio dell’arte e rifugio silenzioso il palazzo di forma quadrata sintetizza perfettamente lo stile decorativo dell’epoca, dove il decoro diventa strutturale, supporto statico rappresentato dalla cupola traforata, composta solo da foglie di lauro laminate d’oro. Anche se molto affine al gusto estetico dell’Art Nouveau e dello Jungendstil tedesco, il decorativismo secessionista privilegiava la forma quadrata rispetto alle fluidità tipiche degli altri due stili.

In questa ottica, Gustav Klimt si pone come capo ideologico e materiale del gruppo di artisti che, non limitandosi alla sola tecnica pittorica, abbracciavano anche altre forme, modalità e scelte artistiche, mediate da altri movimenti e correnti. Il suo impegno spaziava dall’organizzazione di mostre, alla realizzazione di manifesti ed allestimenti, nonché alla collaborazione attiva nel Ver Sacrum – la Primavera Sacra – rivista ideologica del movimento. È proprio di Klimt il poster della prima Esposizione del 1898, il Minotauro morente ucciso da Teseo, sorvegliato da lontano da Atena con in mano lo scudo, un’immagine che suscitò scandalo per la nudità di Teseo, ma anche per il messaggio: l’eroe/artista rivoluzionario che intende liberare l’arte dalle convenzioni tradizionali.

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Gustav Klimt – Minotauro morente ucciso da Teseo (1898, dettaglio del poster)

La figura di Atena sarà ricorrente nella produzione artistica di Klimt. Pallade Athena (1898), presentato alla seconda mostra secessionista, è la prima apparizione di ciò che sarà una costante del mondo klimtiano, la femme fatale ed il suo potere eviratore. L’universo di Klimt è donna. Tante sono infatti le donne che lo circondano, a partire dalla madre, che non lascerà mai. Ne amerà tante, anche se non ne sceglierà nessuna, unendosi a lei in matrimonio. La sua rappresentazione del mondo femminile è ben diversa da quella reale dell’epoca, in cui la donna aveva due strade da intraprendere: quella della moglie/madre o quello della prostituta.

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Gustav Klimt, Giuditta I, 1901

In una società sessuofobica, le donne di Klimt hanno un potere erotico superiore, ma funesto e distruttivo, come è rappresentato in Giuditta I (1901): essa stessa è il potere. La protagonista è ritratta nel momento di piacere assoluto, con il corpo lievemente inclinato in avanti, con la mano livida (l’influenza di Schiele) che regge la testa decapitata di Oloferne. Decapitazione/castrazione. Sono donne che porgono la propria nudità con carica erotica, come in Danae (1907) colta nella tensione dell’orgasmo, non più tagliatrice di teste, ma corpo raggomitolato in forma uterina. Ricorre il tema della maternità in Klimt, come speranza ed utopia, ma anche come esempio di superiorità femminile. Madre-figlia-anziana, il soggetto delle Tre Età della Donna (1905), dove l’abbraccio materno è funestato dalla figura dell’anziana plumbea, inserita in uno sfondo che ricorda quello di una bara, con il ventre gonfio, come gravido, a simbolizzare il ciclo infinito delle cose.

E l’uomo? È sempre di spalle, con il volto coperto da un abbraccio come nel Fregio Stoclet (1905), o da un bacio come ne Il Bacio (1907-08), il dipinto più noto del pittore. In un fondo dorato, plastico, ricco di decori, i due amanti sono ritratti nell’apoteosi amorosa, raccolti in una campana/utero. Klimt – figlio di un orefice – usa l’oro come elemento principale della sua tecnica pittorica, ma anche come allegoria dell’eternità. Il suo stile aureo degli anni tra il 1901 e il 1909 si configura come stile allegorico per eccellenza. Forte in lui l’influenza simbolista dei contemporanei Fauves francesi e della letteratura decandente. Esempio di ciò lo specchio volto verso lo spettatore di Nuda Veritas (1899), vaso di pandora, rivelatore dei segreti della coscienza. Anche qui la donna si porge allo spettatore libera nella propria fisicità, minacciata da un serpente che le avvolge le caviglie, storicamente emblema dell’erotismo.

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Gustav Klimt, Il Bacio, 1907-08

Cent’anni dopo la sua morte, oggi siamo in grado di osservare a distanza l’evoluzione artistica di Klimt, un genio che ha saputo rappresentare la bellezza di un’umanità libera, ma dolente nell’abisso del vuoto cosmico.

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