Lost in Translation: l’insonne gioiello di fine millennio firmato Sofia Coppola

Avere a che fare con la seconda opera di Sofia Coppola dopo il successo del Giardino delle Vergini Suicide potrà risultare impegnativo a chi è abituato soltanto ad un tipo di cinema, fatto dell’esasperazione martellante e dall’azione ad ogni battito di ciglia. In realtà questa pellicola rappresenta un sapore antico, in cui non si deve necessariamente parlare a tutti i costi.

Potrà anche sembrare una commedia romantica, ma nasconde molti significati reconditi a volte affogati da troppe distrazioni (tecnologiche e non). La cosa infatti che maggiormente emerge è l’analisi di una società che a noi sembra lontana, con uno spirito onirico, attraversato dagli attori con un’immensa nonchalance. Perché l’esplorazione caratteriale dei due protagonisti (un Bill Murray rinato dalla cura Coppola/Anderson ed una ancora semi sconosciuta Scarlett Johansson) è un mix formidabile di dolcezza, entusiasmo e malinconia.

Sin dal titolo si comprende che nel rapporto tra due persone c’è sempre qualcosa che viene smarrito nella comunicazione verbale e non, d’altronde tutti vogliamo essere trovati (come recitano i sottotitoli del film), nonostante spesso rischiamo di sentirci spaiati ed insufficienti. È questo che si percepisce sopra ogni cosa, la necessità che qualcuno lenisca le proprie ferite interiori con affetto e comprensione disinteressate.

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Su queste basi Sofia Coppola edita un’opera di grandissima eleganza e percettibilità, un minimalismo che, se dovessimo trasporlo nella pittura, potrebbe ricordarci il primo Barnett Newman, un rapporto fragile che dilata lo spazio ed armonizza le emozioni che hanno una vita propria. Tra i due interpreti nasce poco a poco una affettuosità che muta in liberazione quando comprendono di poter essere se stessi uno con l’altro, in uno sfondo che a noi occidentali potrà sembrare surreale: una Tokyo ordinata nel suo caos, con usanze e cerimoniali che resistono nonostante la tecnologia imperante, e che nasconde gli usi di un popolo che ha fatto della discrezione il suo marchio di fabbrica.

Lost in Translation narra la storia di due individualità che hanno difficoltà a comprendere dove è andata a finire la propria vita, una storia d’amore perfetta in quanto non macchiata da un semplice atto carnale, ma idealizzata in un “poteva essere”, un impulso intimo e indecifrabile, che si sviluppa su un orizzonte di piccole e grandi delusioni che la vita ci riserva. La traduzione del titolo, spesso arbitraria nel nostro Paese (il film di Michel Gondry dell’anno dopo purtroppo subirà la stessa storpiatura) è alquanto contraddittoria proprio perché inverte il senso stesso dell’opera in “L’amore tradotto”.

Nel film il tempo, scandito dalle avventure dei due in giro per la città, li prepara al ritorno nelle proprie vite, e rappresenta il solo elemento che gli impedisce di dare sfogo alle reciproche pulsioni. Sofia Coppola ha l’abilità di narrare l’incontro con delicatezza e misurazione, raffigurando persino un umorismo sottilissimo e melanconico, con una Johansson appena diciottenne che interpreta a meraviglia un ruolo di una donna più grande, sfruttata amabilmente dalla regista che punta sulla sua semplicità aggirando i limiti d’età. Alla fine la percezione che abbiamo è certamente dolceamara, come il sapore dei sogni proibiti che abbiamo accarezzato e coccolato lungamente, con una illusione che sarebbe potuta diventare concreta. Qui però non stiamo disquisendo di azioni, ma di sentimenti che Bob & Charlotte manifestano con gli occhi e con le frasi non dette: da qui il titolo così intrigante e affabulatorio, rappresentando quelle parole perse proprio perché a volte, a voce, non escono bene come erano pensate.

Ciò che contribuisce a rendere così ovattato il film premio Oscar come miglior sceneggiatura originale è una colonna sonora veramente ben orchestrata, che spazia dalla musica elettronica del duo francese degli Air (niente come la loro Alone in Kyoto può far pensare al Giappone) ai Phoenix e ai Jesus and Mary Chain (oltre che ad una versione di More Than This dei Roxy Music interpretata nella celebre scena del karaoke da Murray). Tra l’altro la Coppola conobbe proprio in questa occasione il frontman dei Phoenix Thomas Mars, suo compagno attuale nella sfera personale.

Questa perfetta unione di vari generi è valsa per la rivista Rolling Stone la posizione numero ventidue nelle venticinque più grandi colonne sonore di tutti i tempi. Per una tracklist così di spessore non poteva che esserci una fotografia che esita sulle nuance notturne, tempo in cui ci si dedica guarda caso a fantasticare sulle passioni inespresse nella vita. Tutto questo concentrato di emozioni ha dato alla regista ulteriore fama, ma soprattutto gli ha permesso di staccarsi dalla solita etichetta della “Figlia di”, che ovviamente ha sbaragliato con progetti concreti. Lost In Traslation ne è un esempio perfetto: una storia elegante e unica, con un finale altrettanto commovente che si perde nelle viscere della capitale asiatica.

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