Andy K Leland: l’introspezione lo-fi di un cantautore di razza

Terzo singolo estratto dall’Ep Happy Daze, uscito per Mattonella Records il 18 settembre dello scorso anno, The Kingdom è il manifesto del trentacinquenne cantautore marchigiano Andy K Leland, al secolo Andrea Marcellini, già bassista e principale compositore del gruppo alt-rock italo-islandese My Cruel Goro.

Il progetto musicale di Andy, da poco migrato alla Cabezon Records, trova radici salde in una serie di presupposti che ne garantiscono una genuinità, un’artigianalità, una schiettezza artistica fuori dal comune. Siamo agli antipodi rispetto a un modo di fare musica dominato dallo strumento, o meglio, dagli strumenti e dalle tecniche, dall’insieme, dalla sovrabbondanza degli input sonori e dall’abuso di “smerigliature” posteriori alla registrazione, dall’ossessione per la pulizia e la precisione ad ogni costo. Ci muoviamo invece su un terreno molto più intimista, in cui il più delle volte basta una chitarra a rendere perfettamente il ritratto di un’emozione, a definire spontaneamente la sagoma di un’emozione. Andy vuole esprimere se stesso, in punta di piedi, non è un violento o un prevaricatore della musica, ma un artista che si propone per quello che è, un autore con la necessità di esprimere in maniera autentica quando gli passa per la testa. Andy non cede a un narcisismo di facciata, ma mette se stesso sul piatto e ti prende per mano, accompagnandoti con “sporca delicatezza” nel suo mondo carico di immagini e visioni, in fondo nient’altro che l’ultimo livello del suo cuore, della sua anima, della sua pancia.

Quando ascolti per la prima volta Happy Daze, è probabile che la prima cosa che venga in mente è “minimalismo”, ma è una cosa che successivamente userete con cautela: i suoi testi sono densi di significati e rappresentano il suo modo di “rovesciare le budella fuori di sé”, trascrivere su carta quanto gli attraversa gli occhi dell’anima. Non segue un metodo Andy, o meglio, ne segue uno tutto suo, informato dalla più assoluta libertà creativa, con testi che accostano immagini poetiche, visioni, ricordi, dipingono stati d’animo unici e irripetibili, non più catturabili, ma perfettamente congelati nelle sue canzoni.

Il video di The Kingdom, firmato da Massimo Skoposki, irriducibile compagno di viaggio del Leland fin dall’esordio coi My Cruel Goro (ha girato anche il clip di Mr. Panic) è un piccolo gioiello, perfettamente in linea con lo stile visionario, malinconico e allo stesso tempo sulfureo e terragno di Andy. Una finestra illuminata, fari di auto sfocati, lampioni annacquati, due lumache che conquistano piccoli rametti secchi, la chitarra che pulsa in finger picking. Un piccolo omino rosa, morbido e stilizzato si impone sullo schermo, alle sue spalle sfila una città, bicromie e colori saturati, immagini ad alta resa nebulosa, proto-romantica, fuori fuoco: è un contesto urbano che occupa lo sfondo della scena. Andy canta, la strofa s’apre, e subito ci si trova al cospetto della sua voce flautata, leggera, capace di donare al testo l’impatto emotivo necessario.

Well the world has capsized
Turned my guts inside out
Got unplugged but FB
Keeps alive their ID’s
Save the day for sleeping
And the night for choking
In a bed of concrete
Next to walls that haunt me

Il linguaggio è semplice, accessibile e va a mescolarsi all’esposizione indiretta di uno stato d’animo preciso. Leland, infatti, attraverso un lessico trasparente, una metrica tutto sommato semplice e un’incredibile capacità descrittiva, riesce per mezzo di poche pennellate a descrivere se stesso e quanto gli si agita dentro. Il mondo capovolto, le viscere che fuoriescono dal suo corpo, l’ancora posticcia di FB a custodire un’identità che sembra deflagrare in mille direzioni, dormire il giorno, soffocare la notte… tutto in Andy K Leland è filtrato, mascherato da immagini, ermetiche quel tanto che basta per dare un tocco poetico ai suoi versi, per portarci alla sua interiorità attraverso un sentiero la cui cifra è fondamentalmente visiva. Rumori ambientali, fruscii sulla traccia, persino i suoi respiri, il suo riprendere fiato, accompagnano l’ascoltatore in questo viaggio iniziatico su e giù per i meandri lelandiani.

Il testo rappresenta ciò che accade nella mente di un uomo nelle fasi di veglia e sonno. Se la prima parte, come dice lo stesso autore, “racconta in modo piuttosto diretto e conscio ciò che avviene, perché avviene di notte ma in stato di veglia, in quel Regno Oscuro che temo e che mi paralizza”, la seconda mette in scena “la parte bella/buona del Regno, che si presenta sotto forma di sogno. Quello che avviene, infatti, altro non è che un sogno.”

Got up one day in the kingdom
Surrounded by some strange folks
They held in hand their relics
And really dug my antics
So we danced together
Took some rest however
They were all plugged and wet so
They got electrocuted

andy-k-leland-pic

“Una parte oscura è normale averla – spiega l’autore – si tratta di accettarla, accoglierla, prenderla per mano, rassicurarla e farle vedere che al di là della notte c’è poi sempre un mattino, un nuovo sole. Le nostre qualità migliori sono proprio lì, in fondo, accanto a tutte quelle cose che ci spaventano.”

Andy K Leland ha concluso quest’anno il suo primo tour, in cui ha aperto i live di artisti come Haley Heynderickx (Usa), Egle Sommacal (Massimo Volume), Tangerines (UK), Atariame (Russia). L’Happy Daze EP segna l’inizio del percorso discografico di un artista capace di stabilire un contatto diretto con le emozioni dell’ascoltatore. Vale la pena tenerlo d’occhio.

Andy K Leland
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Ufficio stampa: Peyote Press

L’EP Happy Daze è su Spotify

Testo: Nubius

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