Il Cielo in una Stanza: una canzone d’amore che ci inganna da sempre

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Questa è una storia in cui l’apparenza inganna, più del solito. E forse il motivo per cui ci attrae da così tanto tempo – meno di alcune, più di tante altre – risiede proprio qui, nel fatto che ci siamo lasciati tutti un po’ prendere in giro da chi ce l’ha proposta e continua a proporcela.

Andiamo con ordine.

Nei primi anni ’60, se vuoi farti strada nella musica, per un periodo breve o lungo che sia, devi mettere a dura prova le corde vocali, dimenarti, sfoggiare un bel paio di blue jeans e presentarti come la risposta italiana ad un qualsiasi fenomeno americano – soprattutto se nell’ambito del rock’n’roll. Gli urlatori sono la nuova frontiera della musica, combattono il “claudiovillismo” dilagante, le colombe bianche in volo e le mani sul cuore a suon di chitarra ritmica, di ancheggi pazzi e gettoni destinati ai propri dischi nei jukebox. Chi più chi meno, la maggior parte dei giovani si fa largo in questo modo: il futuro, naturalmente, non è dei più rosei per tutti, ma non si può negare che la scossa che questo Paese merita per entrare (mai definitivamente, forse) nella modernità sia di una certa portata.

Ciò avviene, però, se il tuo profilo artistico si allinea a questa tendenza. In caso contrario, come si procede? Se sei fortunato, fai parte di un curioso gruppo di amici, compagni di scuola, conoscenti vari nati e/o cresciuti in quel di Genova, ognuno dei quali destinato a segnare profondamente le sorti della canzone italiana, per una via alternativa al rock’n’roll. Inizialmente viene apposto a questi nuovi volti un appellativo comune con un vago retrogusto dispregiativo, “i cantautori”, ad indicare chi, di mestiere, a differenza di altri, scrive e interpreta i propri pezzi. Spesso i giornalisti non si riferiscono a loro in termini entusiastici, anzi: essendo i rappresentanti dei giovani, come gli urlatori, si oscilla tra il “non dureranno un anno” a “irriverenti, provocatori, stonati”. Capita quando si è lungimiranti…

Proprio di questo gruppo, o, come sarà chiamata in seguito, scuola genovese fa parte un ragazzo di circa ventisei anni con gli occhiali spessi e quasi sempre vestito di nero. Ha l’aria da esistenzialista francese, rive gauche, e, guardandolo così, mai potremmo pensare che sta per presentare il più bell’ “inganno” musicale degli ultimi cinquant’anni. Il giovane si chiama Gino Paoli e non è ancora iscritto alla SIAE – dettaglio non da poco, essendo lui un cantautore e volendo mettere il proprio nome ai brani che scrive. L’ultimo ha un titolo quasi surrealista, Il cielo in una stanza, e anche la struttura del testo ha una portata avanguardista: un flusso di coscienza continuo, non ci sono ritornelli ma quattro strofe di cui l’ultima ripetuta dopo dodici battute riempite soltanto dagli strumenti. Niente rime né ritorni fonetici, la lunghezza delle quattro parti cambia sempre. In un universo musicale totalmente opposto è un azzardo proporre un brano così, ma negli anni del miracolo economico nessuno ha davvero qualcosa da perdere e l’ambiente lascia abbastanza spazio a chi ha qualcosa da dire. Così, accompagnato da Mogol – che inizialmente compare tra gli autori del pezzo – Gino Paoli presenta Il cielo in una stanza a tre interpreti: Jula De Palma e Miranda Martino rifiutano, mentre Mina – nonostante gli iniziali dubbi – dopo averlo sentito eseguito al pianoforte dal collega accetta di inciderla. Il successo, come la Storia ci insegna, è enorme e segna un punto di svolta per due giovani artisti le cui carriere, da quel momento, sono inarrestabili.

L’inganno, però, qual è? Agli ascoltatori dell’epoca e ai neofiti di tutti i tempi questa canzone appare come una tipica dichiarazione d’amore moderna, in pieno stile cantautorale: il lirismo melodrammatico viene sostituito da emozioni, sensazioni, ci sembra quasi di essere parte del sentimento di cui canta la voce. Eppure, dietro questo “nuovo” romanticismo si nasconde una storia ben diversa, molto più pragmatica e fisica, se vogliamo. Anni dopo l’uscita del brano, si scopre che l’ispirazione viene da una prostituta della casa di appuntamenti (il cui soffitto era, appunto, viola) Il Castagna di Genova. Gino Paoli, infatti, rivela:

“Che c’è di strano? Chi l’ha detto che non si può amare una puttana? Per me il sesso è come un sacrificio umano, qualcosa che ti scaraventa in una dimensione mistica. Se non c’è amore, lo chiama, lo fa nascere, magari anche solo per quel momento.”

e ancora:

“Avevo la volontà di descrivere l’orgasmo: […] quell’attimo dopo tu sei proiettato nell’infinito, sei tutto e non sei niente. Quel momento, puoi provarci cento volte, ma non riuscirai mai a descriverlo. Però se tu descrivi come una spirale tutto quello che c’è intorno, è come se ricostruissi il centro […]. Così ho scritto Il cielo in una stanza: le pareti, la finestra, la musica da fuori, ed ho cercato di ricostruire il momento.”

Crediamo sempre che tutto ciò che vediamo, sentiamo, tocchiamo sia la realtà: una frase, un’immagine, una superficie la maggior parte delle volte non sono altro, per noi, che quello che l’apparenza ci mostra. Spesso senza pensarci troppo, per la fretta o perché ci basta sapere che “così è” (e ci pare). Poi, però, ci troviamo attratti dal fascino di questi “inganni”, amiamo la sensazione di sorpresa che ci invade – poco o tanto che sia – quando scopriamo che la verità è un’altra, magari all’opposto da ciò che ritenevamo esserlo, e lasciamo che per più di cinquant’anni ci ricordi che anche le storie più carnali hanno un loro risvolto romantico. Tutto dipende dal punto di vista.

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