Peter Gabriel, Us: un disco che parla di noi

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Si sa, i fan di Peter Gabriel sono molto pazienti. Ci vogliono ben sei anni prima che l’artista inglese pubblichi il seguito di So, l’album del 1986 che lo proietta a pieno titolo nell’olimpo dei grandi (perlomeno a livello di vendite: la grandezza artistica Gabriel l’aveva già conquistata con i Genesis, e in seguito con i primi quattro album in solitaria). 

Così nel 1992 arriva Us. Ancora una volta due lettere, un monosillabo. Ma in sei anni ne sono accadute di cose. Musicalmente, Gabriel si è mantenuto attivo lavorando alla (bellissima) colonna sonora che accompagna L’ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese. Contemporaneamente, sul piano personale, la vita privata ha subito degli sconvolgimenti. È finito il matrimonio con Jill, moglie storica, legata al cantante sin dai tempi dei Genesis, e anche la chiacchierata relazione con l’attrice Rosanna Arquette giunge al capolinea. “Us, noi, come due persone che si amano. E anche Us nel senso di ‘tutti noi’, le persone”. Ecco come Gabriel intende il titolo dell’album. Una raccolta di canzoni intense, che scavano nel profondo, nel torbido (Diggin’ in The Dirt), che sviscerano le emozioni negative, quelle più recondite che tendiamo a sopprimere. Quelle che dobbiamo necessariamente affrontare per continuare a vivere. 

Us è un lavoro molto diverso da So: è un disco che segna in maniera netta il passaggio del tempo, in cui ogni nota, ogni parola, si intinge delle dinamiche che hanno segnato la vita del cantante. Come le rughe che cominciano ad apparire sul suo volto, i capelli che (ahilùi) cominciano a diradarsi, Us documenta il passaggio effettivo all’età adulta, la maturità definitiva. E lo fa con testi diretti, profondi, che spesso e volentieri provocano una lancinante stretta al cuore. Perché mai come questa volta Gabriel decide di mettersi completamente a nudo, di esporsi in tutta la sua vulnerabilità. Quello che lui definisce “un suono primordiale”, quello delle cornamuse, misto a un groove di percussioni etniche, apre la toccante Come Talk To Me, canzone manifesto dell’incomunicabilità, incentrata sul blocco emotivo e comunicativo vissuto in quegli anni con la figlia più giovane.

Il suono appare da subito molto diverso da quello scintillante di So, nonostante la produzione venga ancora una volta affidata al leggendario Daniel Lanois (che in quel periodo aveva appena finito di lavorare ad Achtung Baby degli U2), il quale si rende ben presente, riconoscibile, tra gli arrangiamenti stratificati che si snodano lungo tutto il corso dell’album. In generale, nel rispetto delle tematiche trattate, le tinte sono più scure che in passato; la voce si fa più sofferente, a volte lontana; Lanois arricchisce il tutto con le tessiture ambient (al tempo stesso viscerali) che lo hanno reso celebre. Ma il ritmo è sempre al centro dell’universo Gabrieliano. In brani come Love To Be Loved (Piango nel modo in cui lo fanno i bambini, quando non riescono a celare come si sentono) e la sperimentale Only Us (Più avanti vado, meno so; riesco a trovare solo noi che respiriamo, solo noi che dormiamo, solo noi) la batteria del fido Manu Katché si intreccia con campionamenti e percussioni elettroniche, e questa è la tendenza che contraddistingue le parti ritmiche dell’intero lavoro. I groove sono, come sempre, cesellati dal basso profondo di Tony Levin, su cui si stagliano le chitarre di David Rhodes (altro elemento insostituibile nell’entourage di Gabriel, che lo definisce “uno scultore”), e di volta in volta, i contributi di ospiti eccellenti come Shankar (al violino), il cantante Ayub Ogada e addirittura John Paul Jones dei Led Zeppelin, che impreziosisce la visionaria Fourteen Black Paintings con parti di organo e (ovviamente) basso elettrico. Come non citare, tra l’altro, la partecipazione di Sinead O’Connor, che canta insieme a Gabriel l’eterea Blood of Eden: i riferimenti biblici come sfondo a un’esistenza carnale, l’unione potente dell’uomo con la donna (Ho visto l’oscurità nel mio cuore, ho visto i segni del mio crollo. Erano stati lì dall’inizio, e l’oscurità ha ancora del lavoro da fare. Nel sangue dell’Eden, giacciono la donna e l’uomo, con l’uomo nella donna, e la donna nell’uomo).

E se Steam è un ideale proseguio del soul funk di Sledgehammer (ancora una volta è evidente la metafora sessuale, ma il brano soffre un po’ il paragone con l’illustre predecessore), in Washing of the Water ritroviamo la dimensione intima che rende Us così speciale, a tal punto da sfociare in un intermezzo dai colori gospel su cui la voce di Gabriel si fa graffiante e dolorosa (Lasciarsi andare è così difficile. Quanto fa male ora disfarsi di questo amore). Il percorso di introspezione viene portato a compimento nei meandri di un mondo segreto, la pulsante Secret World, che darà anche il nome al trionfale (e squisitamente scenografico) tour che supporterà l’uscita dell’album. 

Come da tradizione, Peter Gabriel ha investito parecchie energie nel concepimento artistico e multimediale del disco. I video che accompagnano i singoli possono risultare oggi, in alcuni punti, un poco datati, ma all’epoca erano dei prodotti decisamente all’avanguardia. Uscì anche un CD-Rom interattivo, Xplora 1, contenente un videogame studiato appositamente per la promozione dell’album. Inoltre, venne prestata scrupolosa attenzione al design dell’intero lavoro. Nel booklet del CD trovavano posto dieci opere artistiche, commissionate da Gabriel ad altrettanti pittori e scultori, per rappresentare ognuna delle canzoni di Us. Un filo rosso, questo dell’arte, che ci riporta a Fourteen Black Paintings; brano ispirato dai quadri scuri di Mark Rothko, esposti in una cappella a Houston, Texas, che Gabriel visitò (su consiglio del chitarrista David Rhodes) durante una tappa dei suoi tour americani. 

Us: messo solitamente in ombra dalla fama incontenibile di So, è senza dubbio un disco che va riscoperto. Ci offre un’immagine di Peter Gabriel in piena sintonia con lo sconvolgimento musicale degli anni novanta. Se il grunge agiva per sottrazione, Gabriel stratifica il suono per arrivare all’essenza più profonda delle cose. Si spoglia degli orpelli per raccontare sé stesso al mondo. Us racconta il cambiamento, la fragilità umana, e per questo rimane un disco senza tempo. 

Le traduzioni dei testi sono tratte dal libro Not One of Us (Ed. Segno) di Mario Giammetti. 

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