Joni Mitchell e quel concept sul viaggio come ricerca del senso della vita

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È inverno. C’è una strada desolata e malinconica, che attraversa gli Stati Uniti da Est a Ovest. Come sfondo ci sono i laghi ghiacciati del Nord, i villaggi innevati, i motel ai margini dei marciapiedi, l’odore di caffè dei bar delle stazioni di servizio. C’è una donna sola, che guida la sua auto, con una chitarra al lato del passeggero, la cenere delle tante sigarette sul cruscotto che coprono i fogli dove appunta pensieri, parole e note.

Ciò che state immaginando è il viaggio che fece a metà degli anni ’70  Roberta Joan Anderson, al secolo Joni Mitchell, tra le cantautrici più significative della musica americana. Viaggio che portò come frutto immenso il nono album della sua carriera, Hejira, pubblicato dall’etichetta Asylum Records nel novembre del 1976. Il titolo dell’album deriva dal termine arabo “egira”, ovvero “emigrazione”, quella di Maometto con i sui fedeli da La Mecca a Medina nel 622 d.C.

Di rara bellezza e complessità, il disco segna il passaggio dalle sonorità folk, degli inizi della carriera, a quelli più decisamente jazz, sottolineando non solo stilisticamente ma anche ideologicamente quella disillusione degli “eroi” hippie post-woodstock, dei quali la Mitchell era portavoce per eccellenza. Impreziosito dalle collaborazioni di artisti prestigiosi come Jaco Pastorius, Larry Carlton e Neil Young, Hejira ha un sound raffinato, libero dagli stereotipi dei generi, con testi eleganti e personali.

Nove tracce che trattano il tema del viaggio inteso come fuga dai sentimenti e ricerca del senso della vita. In apertura Coyote, brano che descrive l’incontro di una autostoppista con un ranch man: storia di una notte tra persone con stili di vita diversi come rimedio alla solitudine. Si continua con Amelia: di una dolcezza disarmante il racconto che la cantautrice fa dell’aviatrice Amelia Mary Earhart, prima donna a sorvolare in solitaria l’oceano e scomparsa con il suo aereo nel 1937 mentre attraversava il Pacifico. La Mitchell trova in Amelia il suo alter ego. Il volo/viaggio non è altro che una metafora del rischio che si corre nei rapporti sentimentali. Epifanica la strofa in cui paragona Amelia alla figura mitologica di Icaro:

Like Icarus ascending
On beautiful foolish arms
Amelia, it was just a false alarm

Come Icaro ascendente
Verso sciocche meravigliose braccia
Amelia, è stato solo un falso allarme

Il disco continua con Furry Sings the Blues, scritta dopo l’incontro che ebbe la Mitchell con l’anziano chitarrista Furry Lewis, e con A strange boy che descrive lo “sviluppo” tardivo di un giovane. Punta di diamante la title track che riassume il concetto dell’intero disco: una donna in viaggio, che scappa dall’amore, dalle oppressioni, dalle convenzioni.

La fuga è consapevolezza che siamo tutti delle piccole particelle orbitanti solitarie intorno al sole. Incomprese dalla nascita alla morte (“Between the forceps and the stone”), con qualcosa alla fine del viaggio (e della canzone) che lascia una speranza: “until love sucks me back that way”.

Si passa così alla lunga ballata di Song for Sharon, alla difficoltà di conciliare la propria libertà d’artista con quella dei legami sentimentali: la cantante vede un manichino con indosso un abito da sposa in una vetrina di Staten Island, qui ripercorre parte della sua vita, dai turbamenti dell’adolescenza ai primi amori. La canzone è una dedica all’amica Sharon, che voleva diventare una cantante ma che ha preferito sposarsi e fare figli. La Mitchell si sente così emotivamente distante da questa scelta. È una vagabonda che avrà sognato almeno una volta di indossare quell’abito bianco, ma che ha scelto la strada della libertà artistica.

Fa seguito Black Crows in cui le persone vengono paragonate ai corvi che si avventano su tutto ciò che luccica. Blue Motel Room, dove due ex amanti malinconici pensano di ritornare insieme in un motel di Savannah. Il disco si chiude con Refuge of the Roads, che trae ispirazione dall’incontro con un maestro di meditazione. È incredibile pensare che Joni Mitchell abbia scritto questo album a poco più di trent’anni, a quanta vita abbia vissuto in perenne movimento, dove viaggiare sia il senso stesso del vivere.

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