Calypso Rose: la donna che ereditò la musica afroamericana

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Il colonialismo ha lasciato tante tracce del proprio passaggio, molte delle quali involontarie. Quando, a partire dal XVI secolo, le navi negriere salparono dalle coste della Nigeria e del Congo pensavano di trasportare nel nuovo mondo solo uomini ridotti in schiavitù, privati di tutto, persino dei loro nomi e della loro dignità. Eppure essi portarono con loro tanto della propria cultura e delle proprie tradizioni. La musica calypso lasciò il continente africano viaggiando per mare e, una volta approdato a Trinidad, fu lei a colonizzare l’isola, divenendo nel tempo la bandiera di libertà delle popolazioni caraibiche.

Le sue origini sono avvolte nel mito, ma vi è una leggenda che ne attribuisce la nascita alla popolazione degli Ibibio (Sud Nigeria). Tutto ebbe inizio con la danza del limbo, considerata sia la rappresentazione di come gli africani sopravvivessero nello spazio ristretto delle navi schiaviste, sia la raffigurazione danzata dell’ingresso dello spirito nel limbo dell’aldilà. Le regole del ballo sono note a tutti: dopo aver posizionato un’asta tra due pali, i ballerini vi devono passare sotto stando attenti a non toccare né l’asta né il terreno. All’epoca chi si cimentava nell’impresa era accompagnato dal grido di incitamento degli astanti: “kaiso, kaiso” dove ka significa “andare” e iso “avanti”. Kaiso è, appunto, il nome dato in origine al calypso.

Da ricordo della terra natia, il bagaglio musicale degli schiavi divenne presto il loro principale mezzo di comunicazione e veicolo di ribellione. Le isole di Trinidad e Tobago, infatti, erano state adibite alla coltivazione della canna da zucchero dalla Corona Britannica che impediva agli schiavi di parlare tra di loro durante il lavoro. Il canto però, affidato ad un designato narratore detto griot, permetteva loro di scambiarsi informazioni e farsi beffe dei padroni impunemente. Dai campi il calypso si trasferì nelle tende degli schiavi, dentro le quali tutti si radunavano per ascoltare ciò che il griot aveva da dire, e presto si sposò con altre tradizioni già radicate a Trinidad. Il canboulay, festa del raccolto celebrata tramite canti, danze e musica, trovò degli spiriti affini nella neonata forma canora e nel carnevale. Questa festa faceva parte del lascito europeo nell’isola, ma indicando un periodo in cui ogni gerarchia e i vari obblighi sociali cadono per lasciar spazio a burle e divertimenti indifferenziati, esaltò i caratteri insiti nel calypso, trasformandolo nella sua attrattiva principale. Il particolare ritmo dei tamburi della sua musica, invece, è di derivazione congolese e si rifà all’accompagnamento musicale della Calinda, un’arte marziale combattuta con l’ausilio di bastoni.

Dalle tende del carnevale il calypso si è imposto a livello mondiale negli anni ‘30. Le sue sonorità conquistarono per primi i vicini statunitensi quando il proprietario di un negozio di musica a Port of Spain, registrò le performance di alcuni artisti locali e le inviò a New York. Attila the Hun, Lord Invader e Roaring Lion furono i primi a conquistare il mercato occidentale, trascinati anche dal successo che riscosse la cover di Rum e Coca Cola delle Andrews Sisters. Ma a rendere il calypso un vero e proprio fenomeno fu Harry Belafonte con Banana Boat Song, tradizionale canzone giamaicana che il cantante rivisitò in chiave pop. Finchè nel 1989 il theme calypsoniano Under the sea del film d’animazione La Sirenetta vinse l’oscar come miglior canzone originale.

La donna che ha raccolto l’eredita del calypso e l’ha reso immortale sembra provenire proprio dalla pellicola disneyana. Ci si aspetterebbe di trovarla seduta su una delle spiagge immacolate della sua terra, con quel suo sorriso dolce stampato sul viso, magari pronta a leggere il futuro in vecchie ossa scavate dal mare o nel canto dell’oceano dentro una conchiglia. Calypso Rose è però una donna in carne ed ossa che a 78 anni, di cui 63 da calypsonian, calca ancora i palchi di tutto il mondo per guardare dentro alla società e all’uomo e restituire il suo responso in musica.

Al secolo McCartha Linda Sandy Lewis, nacque nel 1940 a Tobago e a soli 13 anni compose la prima delle oltre 800 canzoni da lei scritte. Un inizio di carriera precoce, ma affatto semplice per una donna che ha fatto di ogni ostilità un attributo della sua musica. Calypso Rose oggi nei suoi brani ringrazia Dio del talento donatole e di tutto ciò che è riuscita a fare tramite esso, ma per primo ha dovuto convincere suo padre, un predicatore battista che considerava il calypso la musica del diavolo e le impediva di partecipare agli eventi del carnevale. Dopodiché si è trattato di conquistare il proprio posto nelle calypsonian tent, interdette alle donne e appannaggio esclusivo degli uomini. Non si trattava, infatti, di cantare timidamente una canzone di fronte ad una platea silenziosa, ma di esibirsi con brani pieni di ritmo in grado di far scatenare il pubblico e di non interrompere mai le danze, pena la sconfitta totale. Prima di lei l’unica donna ad averlo fatto era stata Lady Irie, moglie del già affermato Lord Irie. La prima canzone con cui Calypso Rose si esibì, Glass Thief, denunciava un episodio a cui la ragazza aveva assistito, il furto di un paio di occhiali da parte di un uomo ai danni di una donna. Giovane, ma con le idee già chiare, avrebbe lavorato così per tutta la vita, svolgendo un lavoro a metà tra artista e reporter e convertendo il calypso in una musica di rivalsa femminile.

Il calypso ha sempre avuto un forte carattere politico e di protesta sociale. Già i governi britannici provarono a censurare i contenuti delle canzoni per impedire che la corruzione statale, i soprusi e le condizioni di lavoro assumessero risonanza nazionale, ma ogni tentativo si è rivelato vano. Il calypso è diventato per gli abitanti delle isole caraibiche la principale e più affidabile fonte di informazione, a dispetto di qualsiasi quotidiano o programma televisivo, e non ha mai tralasciato nessun argomento. Come pioniera del femminismo, Calypso Rose ha sfruttato il peso assunto dal calypso presso le popolazioni caraibiche e ne ha rivitalizzato l’originaria funzione di conquista dei diritti. Testimonia il suo successo nel campo ciò che accadde nel 1970, durante i festeggiamenti per il carnevale di Tobago. La cantante aveva da poco pubblicato No madame, con cui denunciava la condizione delle domestiche costrette a lavorare per soli 20 dollari al mese. Sull’isola era presente una reporter italiana intenta a documentare le tradizioni carnevalesche caraibiche e rimase tanto colpita dal testo e della sua ricezione presso il pubblico da riportarlo nel suo articolo. La notizia fece il giro del mondo e il primo ministro delle Repubbliche Eric Williams si mobilitò subito per promulgare la legge che prevede uno stipendio minimo di milleduecento dollari al mese per le domestiche.

Dalla sua isola natale Calypso Rose iniziò la conquista del mondo, imbarcandosi come cantante sulle navi da crociera Celebration At Sea, dove lavorò per diciassette anni. Iniziò da qui la storia d’amore con New York, oggi sua casa e che negli anni ’60 fece da sfondo alle esibizioni con i calypsonian Lord Kitchener e Mighty Sparrow e, in seguito, con Bob Marley.

La sua fama cresceva tanto che gli organizzatori della Calypso King Competition la nominarono vincitrice nel 1972. Come già il nome del premio suggerisce, i tempi non erano però ancora maturi per porre una donna a capo del movimento, così il titolo le fu revocato. Sei anni dopo la competizione cambiò nome, scegliendo il più neutrale Calypso Monarch, cosa che portò Calypso Rose a vincere per i cinque anni successivi. Fiera di avercela fatta, la cantante rivendica ancora la sua posizione nella recente Calypso Queen, un inno carico di orgoglio femminile.

Negli anni la sua stella non si è mai offuscata, così come la sua forza e la sua musica. Gli album più recenti sono Far from home del 2015 e l’ultima fatica So calypso!. In Far from home, prodotto da Manu Chao, i ritmi sono ancora quelli del carnevale, misti allo ska e alla soca e potrebbero distrarre da quello che, al di la delle occasioni in cui si esegue, è sempre stato il punto focale del calypso: combattere e resistere. Abatina è un brano di denuncia contro la violenza domestica, Leave me alone è il canto di una ragazza che vuole divertirsi e ballare a dispetto di tutto e tutti, mentre Human Race è una dichiarazione d’amore e di indistruttibile fiducia nei confronti del genere umano. Lo spirito originale del calypso rivive in I am African, in cui Calypso Rose rivendica le sue radici e fa proprie le sofferenze dei popoli costretti alla diaspora che portò sua bisnonna a Tobago.

So Calypso! è, invece, un omaggio alla musica che raccoglie inediti e cover degli artisti che l’hanno ispirata, da Belfonte ad Aretha Franklin. Ma è con la cover di Calypso Blues di Nat King Cole, brano che paragona lo sfavillante ma plastificato american dream alla bellezza e alla semplicità povera di casa, che la cantante rimarca ancora una volta il suo carisma e la sua creatività, aggiungendo un tocco di umorismo e reggae alla ricetta originale.

Con i suoi 78 anni e l’entusiasmo che non ha mai perso nonostante i dolori, gli abusi e la malattia, Calypso Rose è l’incarnazione stessa del calypso e della sua lezione di resistenza e libertà.

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