Chi ha portato il rap in Italia?

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Ormai lo si può dire: il rap – con tutti i suoi sottogeneri – è il genere musicale che viene più apprezzato in Italia in questo momento, con un pubblico che sì è composto da giovani, ma trasversalmente va fino ai cinquantenni. Lo Stivale si è popolato di giovani che rappano – più o meno bene – e che dimostrano con le rime il loro talento, chi creando arte, chi parlando semplicemente di sé e chi cercando di mostrare quanto è diventato ricco grazie all’inchiostro versato sulla carta da altri.

Da quando è arrivato sul nostro territorio, si è sempre discusso su chi abbia portato realmente il Rap in Italia e tre sono le piste più acclamate.

C’è chi dice che Adriano Celentano, oltre ad aver contribuito in maniera fondamentale nell’avvicinare l’Italia della musica leggera al rock’n’roll, sia stato colui che abbia introdotto anche il rap nel nostro Paese nel 1972 con la canzone Prisencolinensinainciusol. Un testo così anticonformista che era addirittura scritto in una lingua incomprensibile ed inventata, imparentata in qualche modo con l’inglese, ma senza averne né la grammatica né il senso.

Un brano che rivoluzionò sicuramente la televisione e la musica italiana dell’epoca, ma che difficilmente si concilia con il fatto che l’hip hop stesso sia nato ufficiosamente in America grazie a Dj Kool Herc all’inizio degli anni ’70. Certo il fatto che derivassero entrambi dall’uso di loop li avvicina, ma Celentano parlava di tutto dicendo niente, e quindi il senso dell’importanza che ha la parola nel rap si perdeva completamente.

La seconda tesi è che il pioniere fu, con l’aiuto di Claudio Cecchetto, il giovanissimo Lorenzo Jovanotti, prima con Jovanotti for President del 1988 e poi con il primo disco in italiano La mia moto dell’89.

Sicuramente in quel disco ci sono tutti i cliché del rap old school, seppur rivisitato in maniera italiana e popolare. Ma Jovanotti, nonostante fosse l’idolo delle ragazzine e venisse accusato di essere banale nei testi, raccontava la provincia, la sua vita da DJ tra Cortona e Milano e i primi amori su loop e sample costruiti con drum machine ed altri aggeggi elettronici, esattamente come i primi deejay e i primi rapper americani facevano.

Certo, forse il contenuto era un po’ povero o semplicistico, ma il fatto che Jovanotti abbia avuto il coraggio di mettere in una canzone il sample del riff di chitarra di Back in Black degli AC/DC nell’89, lo rende sicuramente un artista visionario (che anticiperà l’utilizzo dei sample rock nel rap che verrà portato al successo da Eminem negli Stati Uniti almeno dieci anni dopo) e un folle che vuole soltanto divertirsi e far divertire: che poi è lo spirito che sta alla base della musica.

La terza – e quella più amata dagli estimatori del rap italiano – è che il primo pezzo sia Batti il tuo tempo degli Onda Rossa Posse del 1990, che aprirà la stagione delle posse appunto e del rap politicizzato. Un rap che invece di prendere soltanto lo stile dagli Stati Uniti prova a parlare dell’Italia e dei problemi sociali, economici e di lotta visti dalla parte della gente.

Questo pezzo, in effetti, porta la scrittura ad un altro livello, più contenutistico, più colmo di questioni, riflessioni, denunce. Certamente, è un hip hop che spiazza, militante, ma allo stesso tempo che fa sentire probabilmente ai giovani quale sia realmente il linguaggio che si può utilizzare per buttare la propria rabbia senza diventare violenti.

L’importante, però, non è tanto chi abbia portato realmente il rap in Italia, bensì chi lo ha aiutato a sfondare e a diventare così importante. Perché, piaccia o non piaccia, questo è un genere che si basa quasi esclusivamente sulla parola e sulla capacità di scrittura di un individuo, e se nell’Italia degli anni Duemila si è riusciti a portare un genere così discusso e sorprendente è soprattutto grazie ad una donna che a partire dagli anni Novanta si fa veramente in quattro per il Rap Italiano: Paola Zukar.

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