Il mito antico e universale di Stonehenge

Parlare di Stonehenge significa parlare di un mito antico e universale. Nel corso dei secoli il mistero delle sue origini ha ispirato le interpretazioni più disparate, dalla magia alla fantascienza. L’esistenza nella regione di molti altri monumenti analoghi dimostra che non si tratta di un’opera isolata, ma del frutto maturo di una cultura o di una successione di culture fiorite nell’Occidente europeo agli albori della storia.

Cinquemila anni fa la Gran Bretagna meridionale era già densamente popolata, anche se non sappiamo esattamente chi fossero e da dove venissero i loro abitanti. Con ogni probabilità erano giunti dal continente in ondate successive. Forse i primi erano arrivati seguendo i branchi di mammut e renne, quando ancora non si era formato il Canale della Manica.

Anche dopo essere stata isolata dal continente, la Britannia non fu mai un luogo così remoto e isolato come lo avevano immaginato i Romani. Le condizioni favorevoli per la caccia, la pastorizia e lo sfruttamento minerario attirarono l’attenzione degli uomini del Paleolitico, del Neolitico e dell’Età del Ferro. Tuttavia, nonostante la cultura sviluppata da questi primi abitanti possa considerarsi autoctona, essi non interruppero mai le relazioni con il continente dal quale mutuarono le numerose influenze riscontrabili nei loro monumenti.

Segni di queste antiche culture, cerchi di enormi pietre verticali, tumuli funerari e resti di costruzioni sono particolarmente abbondanti nella contea del Wiltshire e per secoli hanno attirato l’attenzione degli archeologi. Nel XVII secolo l’architetto Inigo Jones intraprese una prima campagna di scavi a Stonehenge e il suo contemporaneo John Aubrey ipotizzò che fossero templi di druidi celti.

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© Science Source

Questa versione prevalse a lungo.

Nel XVIII e XIX secolo i grandi collezionisti di antichità finanziarono nuove campagne di ricerca e molti altri giacimenti preistorici furono scavati, utilizzando metodi scarsamente scientifici. L’archeologia moderna farà la sua comparsa alla fine di questo periodo, quando nel 1880 Flinders Petrie si occupò di Stonehenge. Da allora si impose un nuovo metodo di studio dei siti archeologici sempre accompagnato da interventi di tutela e conservazione.

Un terrapieno circolare di 97,5 metri di diametro circondato da un fossato è la più antica costruzione di Stonehenge eretta intorno al 3100 AC, ancora in epoca neolitica. Risale alla prima delle tre fasi in cui gli archeologi dividono la storia del sito ad essa appartengono anche le Aubrey Stones, l’anello di 56 buche che circonda il perimetro interno del terrapieno e le quattro Station Stones che furono collocate astronomicamente in base al sorgere del sole nel solstizio d’estate. Tutto questo implica che il monumento possedesse già una funzione rituale (o forse di calendario).

Alla fine del terzo millennio inizia la seconda fase con l’ampliamento dell’ingresso al terrapieno, tramite un viale di 500 metri che conduceva alla Heel Stone (Pietra del Tallone). All’entrata del complesso furono innalzati numerosi monoliti di arenaria di Sarsen, una cava situata a circa 45 chilometri da Stonehenge, mentre all’interno furono disposti due semicerchi paralleli di pietre azzurre provenienti dalle Prescelly Hills, nel Galles sud occidentale.

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Queste colline distano quasi 200 chilometri e il trasporto delle pietre costituisce un’impresa ancor più sorprendente se si considera che i costruttori di Stonehenge II non conoscevano ancora né la ruota né i metalli.

Ma questa fase non fu portata a termine.

Agli inizi del secondo millennio il complesso venne interamente rimodellato secondo un progetto più grandioso che comprendeva un cerchio principale di 30 menhir, collegati da architravi continui, fissati ai pilastri con sapienti incastri e un altro cerchio interno formato da cinque triliti ( due pilastri collegati in alto da architrave) disposti a ferro di cavallo.

Risulta evidente che la società che aveva eretto Stonehenge III era popolosa e fortemente gerarchizzata, considerato che solo un’enorme disponibilità di manodopera e una grande organizzazione possono spiegare la riuscita di un’impresa così impegnativa.

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Micael Dellecaccie scrive storie su Auralcrave. Seguilo su Facebook e Instagram.

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