Roman Polanski, Quello Che Non So Di Lei: un film in bilico tra reale e metafisico

Come capita spesso, vedere un film di Roman Polanski non rappresenta un’esperienza di poco conto. I suoi thriller, in apparenza cervellotici, nascondono una visione d’insieme rara nel cinema contemporaneo. In qualche modo affine al successo internazionale di Robert Harris e trasposto dal regista franco/polacco con il titolo L’uomo nell’ombra, il suo nuovo film accarezza la crisi creativa di una scrittrice di successo interpretata da Emmanuelle Seigner, giunta alla sua quinta collaborazione con quello che è il suo compagno di vita.

Dopo la conturbante rappresentazione del 2013 in Venere in pelliccia, l’attrice parigina ci offre una interpretazione di pathos altissima che la vede in una veste insolita, quasi remissiva ma al tempo stesso vigile. Questo film tra le molteplici qualità ha il pregio di aver fatto ritornare a lavorare in Francia, dopo tredici anni di esilio volontario, la femme fatale per eccellenza Eva Green (come dimenticare il suo ballo altamente erotico con in sottofondo Charles Trenet nel suo esordio Bertolucciano, o la Vesper Lynd del ventunesimo capitolo della saga di Bond).

Polanski, durante un progetto in corso d’opera che non riusciva a concludere, è rimasto prontamente rapito dal romanzo D’après une histoire vraie dell’autrice Delphine de Vigan ed ha subito recuperato l’ispirazione per imbastire una trama che lo rispecchia appieno e che potrebbe portarci a pensare ai suoi primi lavori come Rosemary’s baby e Cul-de-sac. Il corposo libro è stato trasformato in coppia con il collega Olivier Assays, che ha acconsentito di partecipare al progetto perché affascinato dalla ostinata oratoria tra realtà e finzione protagonista in tutta la storia. Proprio per questo è molto azzeccata la scelta della Green come personaggio in grado di suscitare peritanza nello spettatore oltre che nella malcapitata Seigner: infatti sin da subito l’attrice ha accettato il ruolo, non solo per non lasciarsi sfuggire l’occasione di lavorare con un regista che rappresenta a pieno titolo il gotha del cinema mondiale, ma anche intrigata dagli spazi stretti e claustrofobici offerti da un materiale narrativo di prim’ordine.

Il tentativo certamente riuscito del regista è quello di non accantonare i temi che lo hanno reso grande, variando però la sua prassi scenica. Quello che certamente avrà ridato nuova linfa creativa è proprio la possibilità di raccontare ancora una volta il personaggio di uno scrittore come collegamento tra lo stesso ed il libro, questo lo accomuna oltre che al sopracitato film con Ewan Mcgregor anche a La Nona Porta, film più esoterico ma strettamente collegato, e strizza l’occhio al premiato Misery Non Deve Morire di Rob Reiner, anch’esso tratto da un romanzo di grande successo. In questo caso però l’opera è tutta piacevolmente al femminile, con la coppia Seigner/Green entrate subito in sintonia con grande contiguità tra i personaggi.

Il film è costantemente turbato dal rapporto realtà/finzione creando interrogativi sulla sanità mentale della protagonista e comprendendo con difficoltà chi manipola chi, in questo torcìglio ambiguo che come in Venere in pelliccia non ci dà la certezza di cosa sia e reale e cosa no. Anche qui si riconosce la maestria con cui vengono trattati i dialoghi, lineari e senza intellettualismi: due donne che apparentemente si rispecchiano una nell’altra, si esaminano e si usano senza troppe remore, entrambe cercano di assimilare il più possibile dall’altra in cerca di quella linfa vitale perduta per colpa di un lavoro costringente o per mancanza di nuove idee da mettere nero su bianco.

Da contorno la fa da padrone una colonna sonora confacente agli innumerevoli primi piani di corpi e volti che, nonostante le differenti età, finiranno per somigliarsi. Il compositore pluripremiato agli Oscar Alexandre Desplat, già collaboratore in passato del regista francese, tesse una tela dal tocco surreale che gli dona quel tocco ingannevole che rappresenta tutta l’opera. “La gente se ne frega della finzione, delle invenzioni. La gente vuole la realtà”, dice al principio della loro amicizia El a Delphine, descrivendo in modo ineluttabile l’efferatezza della cultura odierna, un gioco dove la finzione non la fa da padrone, a patto di saper grattare sotto la scorza di uno sguardo, un movimento. L’ennesima dote oramai appartenente ad un passato sempre meno preso in considerazione e che a chi saprà accoglierlo donerà innumerevoli soddisfazioni.

Un’opera ben congeniata a cui forse manca solo un finale più consono all’idea, ma che viene eretto con dedizione da un magnifico e mai domo ottantaquattrenne che ne ha passate troppe per levare l’ancora.

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