La sofferta genesi di un capolavoro: Loveless dei My Bloody Valentine

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È il primo novembre del 1988. Esce Isn’t Anything, primo LP della band irlandese My Bloody Valentine. Il termine shoegaze non esiste ancora. Arriverà soltanto due anni dopo, a seguito della recensione di un live dei Moose comparsa sulla rivista Sounds. L’espressione qui utilizzata è shoe-gazing (letteralmente guardando le scarpe) in riferimento alla postura del frontman Russell Yates, costretto per l’intera durata del concerto a testa china nell’atto di leggere i testi delle canzoni, scritti su alcuni fogli incollati al pavimento. NME (New Musical Express, una delle riviste tematiche più blasonate d’Inghilterra) prenderà immediatamente in prestito l’espressione esacerbandone il lato ironico/spregiativo, e cominciando a riferirla sarcasticamente all’atteggiamento comune tra i componenti di alcune band emergenti. Questi ultimi, infatti, mentre suonano si fissano le scarpe, assorti in una qualche enigmatica forma di trance contemplativa. A stretto giro di posta, Melody Maker (altra notissima e prestigiosa rivista musicale anglosassone) parlerà della “Scena che celebra se stessa”, sottolineando ironicamente l’inclinazione delle band shoegaze a collaborare in progetti comuni e a prendere parte le une ai live e alle iniziative delle altre (un critico le definirà addirittura partigiane di se stesse).

Ma tutto questo avverrà solo in seguito. Per ora siamo nel 1989, precisamente in febbraio e, d’accordo con l’etichetta Creation Records, i My Bloody Valentine cominciano le registrazioni di un nuovo LP, Loveless. Nelle intenzioni del gruppo, dev’essere un album che prenda le distanze da tutto quanto è già stato detto in musica, un lavoro che vada a fissare una volta per tutte alcune delle sonorità già ampiamente sperimentate dalla band (seppur ancora piuttosto acerbe). Un disco che avrebbe dovuto trasportare l’ascoltatore in un mondo tutto nuovo.

Gli studi scelti per le registrazioni sono i Blackwing Studios di Londra. Kevin Shields, leader della band, racconta successivamente che i manager della Creation (l’etichetta non versa in condizioni economiche idilliache, in quel periodo) danno letteralmente di matto quando scoprono che per registrare l’album non bastano quei “cinque o sei giorni” inizialmente programmati.

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Passano invece le settimane, poi i mesi e infine, verso settembre, la band decide di far baracca e burattini e di trasferirsi presso gli studi sotterranei The Elephant and Wapping. Ci vuole aria nuova, pare. Abbiamo bisogno di “energie” diverse, sostiene Shields. Bene, otto settimane dopo non si è registrato alcun progresso. Shields sembra fuori forma, fuori di testa e nessuno lo sopporta più. Licenzia tecnici del suono come mangiasse noccioline. Nick Robbins ricorda: “Kevin mi fece capire dall’inizio che tutto quello che dovevo fare era premere un bottone”. Via, liquidato, al suo posto arriva tal Harold Burgon, il cui unico contributo, secondo Shields, è quello di di mostrargli come funziona il computer dello studio. Ad ogni modo, Shields se lo porta nel Berkshire per tre settimane in occasione della registrazione del sofisticato e sognante EP Glider (che uscirà come da contratto pochi mesi prima di Loveless, nell’aprile del 1990). Tra loro, però, la famigerata scintilla non scocca e anche Burgon viene licenziato non appena finite le registrazioni del “misconosciuto” EP.

Quando il gruppo torna al lavoro l’etichetta gli fa trovare in saletta l’ennesimo tecnico del suono nuovo di pacca: Alan Moulder. Passano i giorni e quest’ultimo riesce a non a farsi licenziare. Addirittura sembra che Shields possa finalmente accordare a qualcuno un briciolo di fiducia, anche se solamente per compiti di scarsa importanza, come regolare i livelli degli amplificatori et similia. Insomma, “lavori da manovali”.

Alla fine della fiera, ad ogni modo, anche Moulder si trova fuori dal progetto (sebbene sia il primo ad abbandonare sua sponte), non senza però aver prima apportato allo stesso un contributo tangibile (“Con Moulder capii che potevamo ambire a qualcosa di più”, dirà tempo dopo Shields, palesando una certa stima per lui). È la primavera del 1990 e Moulder tradisce Shields e compari per i Ride, altri bomber indiscussi della scena shoegaze. Arriva così Anjali Dutt, che oltre che lavorare con Shields sui suoni e sui loop, aiuta nelle registrazioni del cantato, dei “cori” e di diverse tracce di chitarra. Finalmente Shields non ha nulla da ridire e la collaborazione con Dutt proseguirà fino alla fine delle registrazioni (“a parte Moulder e Anjali Dutt, tutti questi tecnici erano semplicemente gente in allegato allo studio… tutto quello che volevamo fare, secondo loro era sbagliato”).

Nel frattempo Loveless è diventato in maniera sempre più evidente il personalissimo “giocattolo” di Shields. La Butcher lascia che sia lui a registrare le sue parti di chitarra, dichiarando di non essersi mai considerata una buona strumentista (“All’inizio andavo in studio la maggior parte delle sessioni, ma, dopo un po’, mi sono sentita inutile e quindi ho cominciato a diminuire le presenze”). Shields ha chiaro in mente il prodotto che vuole ottenere ma, secondo Moulder, non ne parla con nessuno, neppure con i compagni di band. Per questo motivo, continua Moulder, è del tutto inutile che questi ultimi si presentino alle registrazioni. Persino la batteria, eccezion fatta per due brani, è campionata e interamente “ricostruita” in studio, anche se non si sarebbe del tutto onesti a sostenere che la cosa sia voluta per intero. Il batterista Colm Ó Cíosóig ha infatti in quel periodo problemi fisici e personali, e riesce così a registrare solo alcuni pattern che saranno poi montati in vere e proprie tracce da Shields. Ad ogni modo, alla fine delle registrazioni Shields affermerà che per l’album che aveva in mente la batteria campionata è perfetta perché maggiormente manipolabile e “aggiustabile” in studio, e che comunque suona esattamente come se l’avesse registrata Colm in persona, se non addirittura meglio.

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Kevin Shields

All’apparenza, i testi delle canzoni potrebbero sembrare l’unica cosa dell’album lasciata al “caso”, o quasi: Shields canticchia sulle basi e la Butcher (le poche volte che partecipa alle sedute di registrazione), riascoltando le registrazioni, appunta su un foglio le parole che le sembra aver pronunciato lui. In realtà, nonostante queste siano dichiarazioni rilasciate dai componenti della band, pare che i testi siano poi stati riscritti in diverse sedute notturne della durata di circa dieci ore l’una (“Non c’è nulla di peggio di un testo banale”, dichiarerà Shields all’uscita di Loveless). Il sound dell’album, via via che i lavori lentamente procedono, diventa sempre più sporco e ostico, con distorsioni portate all’estremo e feedback infiniti che divorano se stessi per generarne altri, in una sorta di fluido andirivieni di echi e controechi in cui la voce non sarà altro che un etereo, quasi indistinguibile sibilo filtrato, strumento tra gli strumenti.

Le registrazioni procedono e Shields temporeggia con l’ormai sfiduciata Creation (che nel frattempo ha cominciato ansiosamente a far pressioni), sostenendo che preferisce non pubblicare nulla piuttosto che un album che non convinca al 100% la band, e cioè in ultima istanza lui stesso. Nel giugno del 1991, a ben due anni dall’inizio delle registrazioni, l’etichetta acconsente ancora una volta all’ennesima richiesta del frontman: spostare le registrazioni negli studi Eastcoate. Shields si è lamentato della poca professionalità di alcuni addetti ai lavori dei Britannia Row. La Creation non riesce però a saldare i conti per mancanza di fondi, è sul lastrico per via delle inadempienze, delle bizze di Shields, e così l’intera strumentazione e attrezzatura della band vengono trattenute dai Britannia Row. Il frontman è costretto a pagare di tasca propria per riavere indietro il “maltolto”. A seguito di questo episodio, e più in generale a causa del comportamento imprevedibile di Shields e dei suoi continui rinvii, Dick Green, vicedirettore della Creation, sprofonda in un esaurimento nervoso piuttosto serio.

Green racconta: “Erano due anni che la produzione del disco continuava, quindi telefonai a Shields in lacrime, dicendogli che doveva portarmi quelle maledette registrazioni!”. Ma Shields, proprio in quel periodo, soffre di acufene per via della continua esposizione a volumi troppo alti, e così deve più volte interrompere il lavoro per curarsi, assentandosi dagli studi anche per intere settimane. Poco dopo la stessa sorte toccherà alla Butcher, secondo alcuni in quel periodo legata sentimentalmente a Shields.

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Kevin Shields and Bilinda Butcher

Come ciliegina sulla torta, l’editore Laurence Verfaillie racconta di come i capelli di Green, dopo aver scoperto l’impossibilità economica di continuare a pagare a lungo i conti degli studi, siano divenuti brizzolati da un giorno all’altro.

È chiaro a tutti che, a questo punto, la produzione non può più protarsi a lungo.

Gli stessi My Bloody Valentine sanno che la corda è sul punto di spezzarsi e infatti, una volta completate le tracce del cantato, assumono rapidamente il tecnico Dick Meany per il missaggio finale presso gli studi Church, diciannovesima location scelta da Shields per la produzione dell’album. Ma è davvero finita? No, perché a quanto pare, quando cioè tutti credono di aver finalmente in mano l’album e il vecchio Dick Green torna lentamente a sorridere, il computer della macchina su cui è stato registrato Loveless (una vecchissima macchina degli anni ’70, precedentemente utilizzata per montare e unire tra loro i dialoghi di alcuni film, a tutti i costi voluta da Shields) dà di matto, mandando tutte le tracce fuori fase. Olè, tutto al diavolo!

Shields però si impunta. Si “mette di buzzo buono” e in un paio di settimane recupera le tracce dalla memoria del computer per riassemblarle poi una ad una, con buona pace della Creation che ormai si dà per spacciata. Il lavoro di recupero e rimontaggio delle tracce va a buon fine, ultimo sacrificio del genio di Shields, che lascia così al mondo un capolavoro intramontabile, per molti uno degli album migliori non solo della scena shoegaze e neppure dei ’90, ma dell’intera storia del rock.

È stato un parto eterno, ma alla fine Kevin Shields ce l’ha fatta. È il 4 novembre del 1991, e finalmente Loveless vede la luce.

 

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