Radiohead, Kid A: quando il “miracolo” avviene

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A cavallo tra gli anni ’90 e i ’00, dopo Ok Computer, per i Radiohead si affacciava uno scoglio scomodo da superare: “e ora, che si fa?”. L’album del 1997 aveva segnato inevitabilmente la storia attraverso il suo sound nuovo, aggressivo e rilassato, onirico e realista allo stesso tempo. Adesso bisognava mantenere quello standard qualitativo, senza ripetersi. D’altronde fino ad allora erano stati un continuo miglioramento: da Pablo HoneyThe Bends, album già qualitativamente ottimo, ma che relegava ancora i Radiohead a band per teenager disagiati, fino al terzo lavoro, dove il gruppo ha finalmente trovato la sua identità: una band per tutti e nessuno.

La via d’accesso a Kid A è una particolare tonalità emotiva, già presente nell’album precedente, ma che qui diventa regina e fa da sfondo all’intera sperimentazione sonora. Una sola parola probabilmente non sarebbe mai in grado di descriverla totalmente. Siamo in quella situazione che il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein denuncia nel suo Tractatus logico-philosophicus ottanta anni prima:

Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere.

Questa non è da intendere come un banale invito a non parlare di argomenti ignorati, ma come impossibilità di ridurre certe esperienze nel linguaggio. E in questo caso la musica è sicuramente più espressiva (seppur il compito mai è pienamente compiuto) del nostro linguaggio verbale ordinario. Tenterò di descrivere questa esperienza come una somma di esperienze emotive più familiari (che però vanno colte sempre in una esperienza unica, nella quale queste non sono distinte). Prima di tutto, la sensazione di straniamento che ci distacca dal mondo, rompendo le catene di rimandi che definiscono la quotidianità, nella quale ogni cosa sembra essere al suo giusto posto.

Alla base di questo essere “estranei” vi è proprio l’esperienza personale di Thom Yorke, sempre più teso e fuori luogo in un mondo dominato dall’individualismo solipsistico e dalla velocità, che definisce non solo i processi produttivi, ma anche la nostra vita giornaliera, piena di scadenze, obiettivi fissati da raggiungere. Velocità ed egoismo sono in un certo senso le “virtù” (virgolette che nascondo ironia) post-moderne per eccellenza.

Yorke sentiva che la sua musica non stava cambiando le cose, ma anzi gli stessi pezzi erano stati minimizzati, fraintesi nella loro valenza significativa. Serviva qualcosa di nuovo, sconvolgente ed esplicito. Un nuovo linguaggio capace di esprimere in maniera diretta al pubblico questa esperienza. E la musica pop (nel suo senso originale di popular, nel quale rientra anche il rock “classico”) non poteva bastare, era ormai logora.

Ma le perplessità non erano poche: il rischio era quello di un album mal fatto,  frutto di gente inesperta e spaesata in ambiti musicali sconosciuti. Il pericolo di queste nuove sonorità, la mancanza degli strumenti soliti rendeva il resto della band dubbiosa riguardo il percorso scelto dal cantante. Spesso i membri non “suonavano” alcuna nota in un pezzo, mancava la batteria, le chitarre post-hendrixiane, che avevano segnato un nuovo approccio allo strumento, erano state sostituite da sintetizzatori, drum machine, sezioni orchestrali.

Ma ecco il miracolo. L’effetto è devastante: la musica ed i testi (a dimostrazione di un percorso intenzionale comune) diventano minimali, ma portano con sé una profonda complessità nella comprensione. Sia la musica che i testi sono infatti, ad un primo ascolto, criptici. Tuttavia quella sensazione di angoscia la avvertiamo immediatamente (vedi la title track).

Morning Bell merita un discorso a parte, perché mostra il lavoro decostruttivo presente in ogni album del gruppo e testimoniato dalle parole di Yorke:

Nella storia dei Radiohead, ogni disco rappresenta un’impresa. Per costruire e andare avanti, abbiamo ogni volta demolito tutto quello che avevamo fatto fino a quel momento. Il processo creativo è sempre stato penoso, tormentato, laborioso.

La Morning Bell di Kid A è l’emblema della frenesia quotidiana, che comincia dal risveglio e che mette a repentaglio ciò che dovrebbe essere più importante nella vita: la nostra sfera affettiva, la relazionalità (lo dimostra questo passo che de-sacralizza la genitorialità: «taglia i bambini a metà»). L’impazienza rappresentata perfettamente dalla batteria jazzata di Philip Selway è distrutta nella versione del pezzo che i Radiohead presenteranno nell’album successivo, Amnesiac, nel quale Morning Bell è rivisitata in una chiave ritmica composta, lenta e la melodia quasi sembra un lamento orchestrale. Che cosa questo significhi, resta un mistero. Perché questa svolta sembra prestarsi a diverse interpretazioni.

The National Anthem prosegue questo lavoro di de-sacralizzazione precedente, presentandoci un “inno nazionale” di fiati, influenzati dall’ascolto del freejazz, che mimano il caos di un ingorgo stradale.

L’album raggiunge due climax differenti:  il primo, dato dallo straniamento che culmina nella depressione di How To Dissappear Completely (qui non servono parole).

L’altro, nel quale lo straniamento diventa paranoia con Idioteque: nata da un campionamento di un pezzo di Paul Lansky, arricchito con una sperimentazione ritmica senza precedenti ed un testo apocalittico che descrive un improvviso catapultarsi in un bunker (per ragioni che restano a noi esplicitamente sconosciute, ma che possiamo intuire).

Kid A resta una delle vette musicali più alte mai toccate: la rivista Rolling Stone lo classifica come miglior album degli anni duemila e al sessantasettesimo posto dei migliori album di sempre. Ciò che emerge è che la grande arte sa comunicare in forme sempre diverse, anche senza gli strumenti convenzionali,  ma con uno sguardo attento e riconoscente alla tradizione (che qui non manca: musica elettronica, classica, jazz) e la consapevolezza di aprire uno sguardo, di dire qualcosa di nuovo, di esprimere il proprio tempo.

Nel suo primo album Caparezza si chiedeva «tutto ciò che c’è, c’è già, allora nei miei pezzi che si fa?». Una domanda simile a quella che ha aperto questo articolo. La risposta è questa: la musica, come arte, è in grado di creare qualcosa che va al di la della produzione tecnica. E allo stesso tempo nuovo e non nuovo: è qualcosa che prima non c’era, e quindi creata temporalmente, ma che definisce qualcosa che non è nuovo: il presente, i suoi problemi, le sue contraddizioni, le sue speranze.

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