Hurry Up, We’re Dreaming: la rivoluzione pop degli M83

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Siamo figli degli anni Ottanta, questo è ormai palese. Negli ultimi anni c’è stata un’ondata enorme di film e dischi che da quel periodo citavano – e rubavano – a piene mani.

Dopo avere percorso per anni la via del folk e dell’alternative country, la musica internazionale ha riscoperto i synth. Mettendoli ovunque, e facendo così la fortuna di molti produttori che ne hanno monopolizzato per così dire il sound. Soltanto in Italia, oramai, i producer migliori si contano sulle dita di una mano. Ma a livello internazionale la nuova onda si è cominciata a formare all’inizio degli anni ’10. E ha colpito diversi artisti, compresa una band che si era distinta nel mondo dello shoegaze e del dream-pop.

Nel 2011 gli M83, progetto ormai in mano al solo Anthony Gonzales, dopo un tour di supporto ad altri artisti molto celebri (su tutti Depeche Mode e Kings of Leon) decidono di sorprendere gli ascoltatori e pubblicare un album doppio. Un album che andrà a dividere fan e critica, tra chi lo giudica troppo pop e chi, invece, quel pop fatto così lo ama.

Perché è diverso, è pieno, è elettronica suonata, è ispirato e cantato. Lancia messaggi. E spara delle canzoni catchy una dietro l’altra. Synth che disegnano cerchi e vuoti, bassi che pompano e una batteria martellante, quasi militare, che segue le armonie e le melodie costruite dal buon Anthony.

Non è più shoegaze, ma è sognante. Sembra che sia veramente musica viva. Alcuni lo hanno paragonato al suono dei Coldplay più popolari o degli U2 anni Ottanta e sì, le cavalcate musicali ci sono, i cori alla Chris Martin anche. Ma in realtà, si sente che si vuole ricreare un suono che andrebbe bene davanti ad un pubblico in un’arena. Chiudete gli occhi e provate ad ascoltare Wait: vi ritroverete sicuramente in uno stadio con le luci basse e i cellulari ad illuminare la notte, prima che sul palco esplodano coriandoli e luci e urla e grida.

E provate a non ballare sul beat di Claudia Lewis, sul ritmo di Midnight City (con un assolo finale di sax che fa venire i brividi e ricorda i migliori album della storia del rock FM o addirittura i solo di Clarence Clemons nella E Street Band), sul funky di Reunion. Provate a non emozionarvi ascoltando Soon, my friend, tra pad e chitarre acustiche, o i vari interludi che virano decisamente verso un suono ambient. Provate a non seguire la melodia di Raconte-moi una histoire con le voci dei bambini, a non riascoltare diverse volte di fila lo shoegaze di New Map o la psichedelia elettronica di Steve Mcqueen.

E, ancora, provate a non avere i brividi sui pad e sui sintetizzatori usati per la melodia di Outro.

Ve lo diciamo noi, non riuscirete.

Perché Hurry Up, We’re Dreaming è basato tutto sull’emozione. È un concerto che esce dalle vostre cuffie, dalle vostre casse e riempie il vostro appartamento con il suono dei sentimenti.

E vi fa fermare per un attimo il tempo, vi fa uccidere qualsiasi discorso che state intraprendendo con una sola semplice frase: “Sbrigati, stiamo sognando!”.

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