District 9: la brutta meteora del politically correct

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Questo articolo rivela elementi importanti della trama di District 9, il film di Neill Blomkamp del 2009, svelandone gli eventi descritti. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto il film, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

 

Negli ultimi anni il mondo di Hollywood, da sempre legato ai valori democratici (inteso in questo senso come la “sinistra” nella politica statunitense), sembra aver varcato la soglia del politicamente corretto con risultati perlomeno dubbi. Se una volta il politically correct era il limite da superare per chi voleva portare nuove idee o mettere al centro dell’attenzione dei media una qualche problematica sociale o politica che non veniva trattata, oggigiorno sembra essere un pretesto per auto-celebrare la propria superiorità culturale, diventando di conseguenza una macchietta della sua identità originale e uno specchietto per le allodole per buona parte dei suoi sostenitori.

Ma quanto può influire il politicamente corretto sul successo di un film? Guardando i risultati raggiunti da District 9, si direbbe in proporzioni bibliche.

Candidato a ben quattro premi Oscar, tra cui miglior film e migliore sceneggiatura originale, questo film del 2009, diretto dall’esordiente Neill Blomkamp, potrebbe essere uno degli episodi più clamorosi della storia del cinema a “sfruttare” tematiche sensibili per mettere al centro della scena una pellicola che altrimenti sarebbe rimasta sconosciuta ai più. Un giudizio molto duro e in pieno contrasto con la maggioranza della critica di settore, ma cercherò di delineare la mia idea con precisione nelle prossime righe.

District 9 ha come aspetto più interessante, anche se certamente non innovativo, l’uso del mockumentary come linguaggio stilistico, cioè l’uso di riprese in perfetto stile documentaristico, con interviste ai protagonisti, pezzi di repertorio, uso di telecamere di sorveglianza e camera a mano, esattamente come possiamo vedere nei reportage giornalistici. Una scelta interessante e decisamente ben riuscita, probabilmente l’unica del film insieme agli ottimi effetti speciali. La storia, come annunciato precedentemente, sfrutta la carta del politicamente corretto per attrarre la simpatia della critica, ma è strutturalmente debole e illogica nonostante delle ottime premesse iniziali: negli anni ’80 un’astronave aliena si blocca sopra i cieli di Johannesburg. Dopo mesi di attesa senza novità, gli umani decidono di agire e entrano dentro al mezzo spaziale, dove vengono trovati oltre un milione di alieni, che vengono portati sulla Terra e isolati successivamente nel distretto 9 per i successivi venti anni. Il riferimento all’apartheid è chiaro, ma occupa a fatica i primi dieci minuti della pellicola, senza mai dare spazio a riflessioni a riguardo. Gli alieni vengono emarginati, la grande maggioranza della popolazione non li vede di buon occhio (sfiderei chiunque a fare il contrario in una situazione del genere) e li chiama col poco simpatico appellativo di gamberoni (ai quali in un certo senso assomigliano).

Come detto, le premesse del film sono interessanti ma dopo i primi dieci minuti si inizia a capire che verranno tradite, in maniera spesso al limite del grottesco, con una storia con zero credibilità che più volte vi farà chiedere se in realtà state guardando un film comico. Il protagonista del film, Wikus Van De Merwe (l’esordiente Sharlto Copley), lavora per la Multi-National United (MNU), la quale riceve l’incarico da parte del governo sudafricano di sgomberare il distretto 9 e spostare la popolazione aliena in una nuova area lontano dagli umani, a circa 200 km di distanza dalla città.

Qua si iniziano già a sentire i primi scricchiolii nella trama, che vanno ben oltre la sospensione della realtà che può essere concessa allo spettatore. L’astronave è ferma da quasi 30 anni sopra Johannesburg, evidentemente guasta abbastanza per non ripartire (o anche solo aprirsi o fare qualsiasi altra cosa) ma non così messa male da precipitare sulla città nonostante oltre due decadi di attesa. La tecnologia è aliena, quindi accettiamo tutto come un dogma e andiamo oltre. L’evacuazione del distretto 9 viene affidata al nostro eroe Wikus, uomo imbranato e stupido ben oltre il verosimile, che dovrebbe occuparsi di far firmare personalmente un modulo (non credo che nella convenzione di Ginevra o nella Dichiarazione universale dei diritti umani ci sia un passaggio legato agli extraterrestri) a ogni alieno presente nell’area (ricordiamo che sono più di un milione). Tutto questo ovviamente con l’aiuto di un suo assistente (disarmato), due agenti e il supporto aereo in caso di necessità. Dopo nemmeno tre abitazioni uno degli agenti perde il braccio, stroncato di netto da uno degli alieni, che sono sempre fondamentalmente ostili e violenti nei confronti degli umani, ma tutti i protagonisti sembrano continuare senza farsi problemi il loro incarico, ridendo e scherzando dei gamberoni.

Il film da qui in avanti, piuttosto che dare voce a temi importanti legati al razzismo, all’immigrazione e alla tolleranza, opta per la soluzione più semplice, dipingendo tutti gli esseri umani come stupidi e cattivi con gli alieni, che al contrario sono gli unici a provare emozioni positive, tanto da, eventualmente, far immedesimare lo spettatore con la loro causa più che con quella umana. Nel suo incarico Wikus incendia baracche piena di uova aliene, minaccia e raggira gli extraterrestri, rischiando la pelle in più di una occasione, ma continuando a fischiettare come nulla fosse finché non trova un misterioso oggetto alieno, con il quale gioca invece di usare un minimo di precauzione o di buonsenso, arrivando a spruzzarsi addosso un liquido alieno che lo contagerà e lo farà ammalare. La sciocchezza della trama è già ben oltre l’accettabile ma il film ci tiene a mostrare molto di più: Wikus non accetta cure mediche e fa finta di nulla, finché non inizia a trasformarsi in un alieno anche lui. La MNU cercherà prima di aiutarlo ma ben presto vorrà vivisezionarlo per carpire i segreti della trasformazione, lasciandolo poi scappare dai laboratori segreti senza usare armi o altro, con il protagonista che se la da a gambe tenendo sotto ostaggio un medico con un bisturi e tornando nel distretto 9 per cercare una soluzione al suo male. Il grottesco e il paradossale sono ben oltre ogni soglia accettabile, con la ciliegina sulla torta del ridicolo che vede una semplice banda criminale nigeriana (un film che dovrebbe essere sull’apartheid vede come protagonisti negativi i nigeriani? Questo aspetto mi ha lasciato molto perplesso) in costante rapporto con gli alieni nel contrabbando delle armi extraterrestri. Senza bisogno di essere esperti del settore, una qualsiasi tecnologia aliena, specialmente di quella portata, avrebbe un valore incalcolabile e verrebbe presidiata dall’intero esercito degli Stati Uniti, non lasciata in mano di un gruppetto di delinquenti senza risorse che scambiano cibo per gatti con tecnologia extraterreste.

Il film prosegue senza grossi colpi di scena, senza un messaggio finale e senza nessuna analisi dei pochi temi proposti, che al contrario vengono banalizzati a mio avviso. A rafforzare questa mia idea molto negativa su District 9 ci ha pensato la storia recente, con il regista/sceneggiatore Blomkamp che dopo un mezzo flop come Elysium e il disastro di Chappie (Humandroid il titolo italiano) si è ridimensionato a produrre film per YouTube e Steam, principalmente cortometraggi fantascientifici. Evidentemente, tolto il bonus del politically correct, neppure l’ingresso ai piani alti di Hollywood con le quattro candidature agli Oscar è bastato per permettergli di continuare a lavorare su produzioni di alto livello.

Cos’è allora District 9? Una meteora del cinema contemporaneo, anzi un abbaglio di massa spinto dalla necessità dei media di risaltare alla prima occasione il tema dell’apartheid (di cui tuttavia non si parla, non si rende giustizia e nemmeno si prova ad analizzare con intelligenza) e di fronte al quale solo l’appoggio di Peter Jackson (produttore del film) ha permesso di ottenere molto di più di quanto si meritava, dissociandosi poi successivamente e scegliendo di non lavorare più con Blomkamp.

Come cantava David Bowie “We can be heroes, just for one day”.

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