Dentro la maestosità di Mozart: la sinfonia Jupiter

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È un’estate prolifica quella del 1788 per il trentaduenne Wolfgang Amadeus Mozart, tanto ammirato in Europa da bambino per il suo innato e precoce talento quanto ingiustamente messo da parte di frequente in età adulta. Nel periodo che va dal 26 giugno al 10 agosto, infatti, compone tre grandi sinfonie pensate per essere inserite nel programma di una serie di concerti che, però, da quel che sappiamo non sono mai andati in scena.

Dopo il clamoroso insuccesso a Vienna dell’opera Don Giovanni e il trasferimento in periferia dovuto alle ristrettezze economiche in cui vive con la famiglia, Mozart decide di impegnare la propria creatività nel comporre ciò che per molti è considerato il testamento spirituale della Sinfonia settecentesca, sperando (invano) di poterlo eseguire il più presto possibile. Non dimentichiamo, poi, che l’esistenza del genio di Salisburgo in quel periodo è segnata anche dal dolore per la morte della figlia Theresia ad appena sei mesi dalla nascita, il che rende quella frenetica estate uno dei periodi più difficili della sua vita, dal quale riesce con fatica ad allontanarsi grazie alla musica. È il suo maestro e amico Haydn a riaccendere in lui la scintilla del genere – fino a quel momento frequentato negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza.

Ci troviamo ad ascoltare tre composizioni dai caratteri inconfondibili (l’ultimo dei quali inserito da Woody Allen, nel film Manhattan, nell’elenco delle cose per cui vale la pena vivere): “viennese e romantica” la solenne K. 543, “appassionata e cupa” la drammatica K. 550 e “volo di liberazione suprema” la K. 551.

La sinfonia numero 41 in Do maggiore K. 551 è nota anche come “Jupiter”, in riferimento al dio Giove per sottolineare la grandiosità dell’ultima opera strumentale di Mozart; questo titolo “alternativo”, però, non è stato dato dal compositore stesso, bensì dall’impresario inglese Johann Peter Salomon anni dopo, per ragioni più commerciali che estetiche. Procedendo come attraverso tre stati d’animo, ci si sposta da un momento di grande energia ad uno di maggiore intensità emotiva per arrivare all’affermazione finale di vita, quasi eroica. Ogni sinfonia, perciò, è caratterizzata da una luce che illumina differentemente e per contrasto le altre due. Se la K. 543 e la K. 550 sono in tonalità minore, la K. 551 è, invece, in maggiore, proprio per rafforzare l’idea di diversità e di dinamismo – esterno, ovvero rispetto alle composizioni “sorelle”, e interno, tra i due movimenti agli estremi in equilibrio con quelli centrali contrastanti.

L’Allegro vivace con cui si apre la Jupiter ci introduce nel mondo della sinfonia senza introduzione lenta, con un effetto in medias res più utilizzato dagli scrittori e sostenuto da una struttura in forma sonata (esposizione, sviluppo e ripresa) tipica della musica settecentesca che dimostra come Mozart insista sul concetto di armonia ed equilibrio delle parti: l’alto con il basso, il “facile” con il difficile, il popolare con il colto, temi (lasciati quasi del tutto ai violini) che prevedono una marcia festosa, un motivo cantabile e un elemento di opera italiana scritta dal musicista stesso qualche tempo prima per una composizione teatrale di Pasquale Anfossi. I tre elementi tematici si fondono poi alla fine della ripresa in una fanfara che dà un grande senso di gioia e vitalità.

Con l’arrivo del secondo movimento, l’Andante cantabile, entriamo in un’atmosfera più cupa – effetto dato anche dalla mancanza degli ottoni – resa comunque leggera, senza perdere d’intensità, dalla melodia dei violini. Questa viene puntualmente arricchita dai fiati e i vari motivi si trovano poi in diversi altri episodi ma con forme diverse, come se Mozart ci dimostrasse di saper utilizzare al meglio e in tutte le loro potenzialità gli spunti musicali. I tre temi principali si caratterizzano come altrettanti stati d’animo: il primo più cantabile (come suggerisce l’indicazione), il secondo fremente e il terzo calmo e aperto, che ci trasporta fino alla ripresa e alla sua lunga coda ricca di variazioni.

Il penultimo movimento è un Minuetto scandito da cinque temi semplici che ricordano le danze antiche e, colorati dal suono degli ottoni, ci prepara alle sonorità da molti chiamate “olimpiche” del Finale. Siamo in un momento di relativa serenità, è un passaggio breve rispetto agli altri tre e ha il compito di farci prendere fiato in vista di ciò da cui stiamo per essere investiti. Cambiando il corso degli eventi nella direzione in cui sarebbe dovuto andare, se vivessimo (oggi come allora) in un mondo giusto, potremmo immaginare numerose coppie all’interno di un grande salone nobiliare che danzano nei loro splendidi abiti fatti di stoffe pregiate e pizzi. Non conoscono ancora l’intensità della forza che li aspetta dietro l’angolo, proprio al termine di questo spensierato Minuetto.

Eccolo, quindi, il Finale maestoso, così trionfale da meritare il riferimento più stretto al padre degli dei nella mitologia romana, Giove. Riprendendo la forma contrappuntistica della fuga, tanto frequentata da una delle più grandi ispirazioni per Mozart, Bach, si rimane comunque ben centrati nella costruzione in forma sonata. Ciò che rende grande questo Finale è (ancora una volta) l’equilibrio tra le parti: il sinfonismo “moderno” (il dialogo fra i temi e gli elementi che li arricchiscono) e il contrappunto antico segnato dalla fissità di parti autonome che, talvolta, si intrecciano.

Se ascoltassimo la K. 551 esclusivamente con il filtro dell’ideologia massonica (che il musicista, un po’ per convenienza, adotta nel 1784), potremmo interpretare questo finale come la vittoria, del Bene, o, se invece preferiamo un’atmosfera più illuminista, della razionalità e dell’ordine; le forza positive, in ogni caso, sono rappresentate al meglio dalla tonalità in Do maggiore. Il quarto movimento è paragonabile ad una gigantesca onda che sopraffà l’ascoltatore in una giornata di grande caldo, una luce che invade il buio di una stanza vuota e di cui all’improvviso vediamo tutti i colori e i dettagli.

Da ottimo uomo di teatro, il compositore sa come drammatizzare i punti giusti delle proprie opere, regalando anche colpi di scena inaspettati che rendono la sinfonia contemporaneamente figlia del proprio tempo e sempre nuova, imprevedibile.

Per dirla alla Battisti, “quel gran genio del mio amico”, Mozart, sapeva bene a cosa stava andando in contro quando poggiava la punta inchiostrata della piuma sul pentagramma: piuttosto, era  la maggior parte dei suoi contemporanei a non rendersi conto della grandezza a cui assisteva, dello sconvolgimento che la musica stava vivendo.

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