Quella volta che i cineasti francesi fecero sospendere il Festival di Cannes

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Tutto ciò che ha valore e che è importante in Francia deve fermarsi . Come ci si può occupare di premi e palme d’oro quando il Paese è attraversato dalla più entusiasmante rivolta popolare?

François Truffaut

Il 1968 è storicamente ricordato come l’anno in cui il vento del cambiamento travolse tutto il mondo. In Francia specialmente si scatenò una delle più violente rivolte popolari portata avanti dagli studenti – poi estesa al proletariato – contro il governo di De Gaulle, l’imperialismo ed il capitalismo che segnò la cesura intellettuale e politica tra una filosofia stantia ed elitaria ed una filosofia nuova e popolare, che si estendeva non solo alla politica ma anche all’arte e al pensiero nella sua totalità.

L’esempio perfetto di questa divisione del pensiero lo si ha con la 21° Edizione del Festival di Cannes – in programma tra il 10 e il 24 maggio – che ben si presta a raccontare la frattura che si era aperta qualche mese prima tra le varie classi sociali Francesi. La rivoluzione – o la revolutionnette, come la definiva amaramente qualcuno – esplose sulla croisette del Festival, con i più grandi cineasti (francesi e non) che si schierarono dalla parte dei rivoluzionari. Ma cosa portò alla rivolta di Truffaut, Godard o Resnais? Quali furono gli effetti a lungo termine sul Festival che cercava – ma non riusciva – ad essere migliore di quello di Venezia?

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La Francia era spaccata in due: da un lato un clima di tensione perenne aleggiava per le strade, dall’altro era tutto pronto – il 10 maggio 1968 – per l’autocelebrazione a cui si va incontro ad ogni festival: dive e starlette, abiti d’alta moda e sorrisi per i fotografi, che però non avevano fatto i conti con i cineasti dell’epoca, a cui queste masturbazioni dell’ego interessavano ben poco, essendo essi ben più interessati alla rivolta insediatasi per le strade. Così – fin da subito – gli organizzatori del festival se la videro brutta, con cotanta ostilità a fare da sfondo cercarono in tutti i modi di impedire l’evidente naufragio. La forza del pensiero ideologico portato avanti dal nutrito gruppo di artisti che popolava la kermesse la fece da padrone, mettendosi al pari degli studenti e degli operai. Godard o Truffaut rivendicavano i diritti venuti meno, tra cui il più importante: la libertà di espressione. “Vietato vietare” era infatti uno dei motti del Maggio Francese.

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Truffaut, Godard e Polanski nel 1968

Già a febbraio dello stesso anno si ebbero i primi sintomi di protesta tra les enfants della cinematografia francese – come venivano chiamati Truffaut, Godard, Rivette e tanti altri esponenti della rinascita cinematografica francese. Non furono dunque le università chiuse o gli studenti che si scontravano con la polizia a tirar fuori il loro lato rivoluzionario, bensì il licenziamento di Henri Langlois da parte dell’allora ministro della cultura André Malraux. Langois fu il padre fondatore, nonché attuale direttore – insieme a George Franju e Jean Mitry – della Cinémathèque française (cineteca francese), il più grande archivio cinematografico del paese transalpino.

L’episodio provocò una grande manifestazione sotto la sede della cineteca, il 15 febbraio. Tra i partecipanti c’erano alcuni tra i più importanti cineasti francesi (gli stessi che, poco dopo, formarono il Comitato di difesa della Cinémathèque): oltre ai già citati Truffaut e Godard, aderirono anche Resnais, Chabrol, Renoir e svariati registi d’oltralpe (Antonioni, Rossellini, Pasolini, Bertolucci), che firmarono un telegramma – tutt’ora conservato alla cinémathèque – esplicando la volontà di vietare la proiezione dei propri film sotto la nuova gestione.

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Claude Lelouch, Jean-Luc Godard, François Truffaut, Louis Malle, Roman Polanski

Il 13 maggio, dopo un comunicato della French Critics Association che chiedeva espressamente di manifestare al fianco degli studenti e di sospendere il Festival, il direttore Favre Le Bret vietò feste e cocktail, dando inizio ad una serie di eventi che resero il Festival completamente in balìa delle onde: la giuria presieduta dallo scrittore André Chamson (che comprendeva tra gli altri Roman Polanski, Louis Malle, Monica Vitti e Terence Young) si dimise in massa, Alain Resnais decise di ritirare dal concorso il suo Je T’aime Je T’aime, lo seguirono a ruota Miloš Forman e Richard Lester, insieme ad altri partecipanti. Il destino della ventunesima edizione di Cannes era segnato.

Il punto di non ritorno si ebbe la sera del 18 maggio quando, dopo che Peppermint frappé di Carlos Saura non viene proiettato per protesta, François Truffaut e Jean Luc Godard salirono sul palcoscenico e dichiararono finito il festival. La scena che si presentò agli occhi del pubblico ha un suo fascino: Saura e la protagonista del suo film Geraldine Chaplin, insieme agli enfant terrible, si appesero letteralmente al sipario cercando di impedirne l’apertura, Godard perse gli occhiali e Truffaut inciampò miseramente: il giusto compromesso per la mancata proiezione di Peppermint Frappè (che troverà gloria solo quarant’anni dopo, quando il Festival tributò l’edizione sospesa, insieme agli altri lavori che non vennero mai mostrati nel ’68).

Mentre la new wave francese esultava per l’ottenimento della sospensione, i produttori che già pregustavano gli incassi della stagione cinematografica imminente accusavano i promotori dell’ammutinamento come schiavi dell’allora ben più riconosciuto Festival di Venezia. Per le strade e nel teatro invece il canto di rivolta popolare aveva preso il sopravvento e vinto i poteri forti.

Il giorno successivo il festival fu ufficialmente considerato sospeso da Favre Le Bret, mentre i soliti già si adoperavano per farlo rinascere con una nuova veste.

Il principale scossone dato dagli avvenimenti del maggio cinematografico francese, oltre al ritorno di Langlois come direttore della cinémathèque, fu la realizzazione di quello che possiamo definire anti-festival: senza premi, senza starlette, senza luccichii effimeri, un festival popolare e popolano che avrebbe avuto il compito di far emergere un cinema d’autore spesso messo in ombra dalle luci della celebrità. Quest’anno quella rassegna parallela – fondata dall’allora neonata Société des Réalisateurs – la Quinzaine des Realisateurs, compie cinquant’anni, durante i quali il Festival di Cannes grazie ad essa ha conosciuto una nuova indipendenza, dapprima introducendo il formato 16mm (non ammesso alla kermesse principale, essendo il preferito dagli sperimentatori) e successivamente divenendo la miglior vetrina per registi emergenti e fino ad allora sconosciuti, diventati poi nomi pregiati nel mondo della cinematografia. Qualche nome? Takeshi Kitano, Werner Rainer Fassbinder, George Lucas, Aki Kaurismaki e chissà quanti altri ancora ne verranno. Tutto ciò grazie ad una piccola, grande revolutionnette.

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