Paul Is Dead: la leggenda della presunta morte di Paul McCartney

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9 novembre 1966, notte. Location: Abbey Road Studios. Paul McCartney litiga furiosamente con gli altri Beatles. Lascia le prove e sale sulla sua Aston Martin DB6, direzione casa. Forse ha bevuto, forse no. Le fonti a tal proposito divergono. Lungo il tragitto incrocia una giovane autostoppista di nome Rita. La carica a bordo. Passa qualche istante e lei lo riconosce. “Oh my God!” -esclama la ragazza, guardando Paul con attenzione- “ma tu…tu…tu sei il bassista dei Beatles!!”.

La ragazza è entusiasta e non trattiene la gioia, lo stupore, non può credere d’essere in macchina col suo idolo. Urla e smanaccia per l’entusiamo, l’euforia la assale, cerca di baciarlo, di toccarlo, di dimostrargli il proprio affetto senza riserva alcuna. Paul si distrae, perde di vista la strada, sbanda, forse non vede un semaforo rosso. È un attimo: l’impatto violentissimo contro un albero, o secondo altre versioni contro un tir, è fatale ad entrambi.

Paul McCartney non c’è più, è passato a miglior vita, ha timbrato l’ultimo cartellino della sua fortunata esistenza. E questo proprio nel momento in cui i Fab Four stanno raggiungendo, o hanno appena raggiunto, l’apice del successo. 1966.  Revolver è uscito in agosto, tra gli Osanna della critica e dei fan, tra crisi d’isteria collettive e dichiarazioni che destano scandalo (i Beatles sono o no più famosi di Jesus?). Nulla potrà più fermare la marcia trionfale dei quattro ex ragazzotti di Liverpool, ora divenuti vere e proprie star da rotocalco patinato. Ma la vita è beffarda, alle volte. La testa del divo schizza fuori dall’abitacolo, lontana, seguita da un’abbondante scia di sangue fresco, mentre il corpo esanime della ragazza viene scaraventato dall’urto a più di venti metri di distanza dall’auto. Il volto di Paul guarda il cielo con gli occhi sbarrati, decapitato sulla via della gloria. È pronto a consegnarsi al regno dei trapassati, alla mitologia che lo accompagna e a cedere il suo posto di Beatle a qualcun altro. O forse no?

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Paul McCartney nel 1965, sul set del film Help!

12 ottobre 1969, sera. Location: sede dell’emittente radiofonica WKNR, Detroit.

Il dj Russel Gibb racconta di aver ricevuto, la sera precedente, una strana telefonata. Un ascoltatore di nome Tom gli confessa di essere a conoscenza di un clamoroso segreto: Paul McCartney, quello vero, è morto in un incidente stradale, alle 5 del mattino del 9 novembre 1966. A riprova di quanto dice, Tom parla di numerosi indizi disseminati dai Fab Four nella componente grafica e cantata dei propri album.

Trascorrono due giorni e su un giornale locale di Detroit, il Michigan Daily, compare l’articolo di un certo Fred Labour, intitolato McCartney Dead: New Evidence Brought to Light. Il giornalista fa il nome di un certo William Campbell, attore di origini scozzesi. Costui sarebbe un sosia di McCartney, che, dopo essersi sottoposto ad una serie di interventi chirurgici per somigliare maggiormente al Paul nazionale, ne avrebbe ora preso il posto in seno ai Beatles.

Passa una settimana e, il mattino del 21 ottobre 1969, un altro dj, ma stavolta della stazione radiofonica WABC di New York, tale Roby Yonge, commenta e discute in diretta le voci sulla morte del Beatle per più di un’ora, prima di venire interrotto – secondo alcuni bruscamente- per limiti di tempo. Le voci corrono e se ne parla ormai in tutto il mondo. Come ciliegina sulla torta, in quel periodo fa la sua apparizione nelle edicole una rivista emblematicamente intitolata Paul McCartney Dead: The Great Hoax, tra le cui pagine rimbalzano strani elementi -coincidenze ed altre suggestioni- legati alla faccenda, che ne avvalorerebbero la veridicità.

Citiamo Wikipedia, su cui d’altronde si formano i complottisti d’ogni dove:

“Pubblicata sull’onda emotiva e sul clamore che la storia aveva suscitato presso il grande pubblico, (la rivista, nda) presentava con dovizia di particolari la presunta storia della morte di Paul […] I fan, specialmente gli studenti delle università statunitensi, cominciarono a fare a gara fra di loro nello scovare i messaggi nascosti. Tutto il catalogo passato dei dischi del gruppo ricominciò a vendere moltissimo, compresi gli album precedenti il 1966, l’anno della presunta morte di Paul. Particolarmente curioso fu il fatto che anche nei dischi antecedenti la data del presunto decesso, i fan rintracciassero molti indizi e criptici messaggi”.

Già, particolarmente curioso!

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“prima” e “dopo”

Allora, ricapitoliamo aggiungendo qualche succoso dettaglio alla ricostruzione della vicenda. Il 9 novembre del 1966 Paul litiga con gli altri Beatles e lascia gli Abbey Road Studios a bordo della sua Aston Martin. Carica quindi un’avvenente autostoppista di nome Rita, che, colta da un attacco isterico nel riconoscerlo, tenta di dimostrargli il suo affetto mandandolo fuori strada. I due si stampano contro qualcosa di grosso, albero o tir che sia, la tragedia si compie. L’impatto è infatti di quelli da manuale ed entrambi ci lasciano le penne. Tutto molto lirico finora, questo va detto, ma procediamo oltre.

“I Beatles, d’accordo col manager”, decidono di gabellare il mondo intero piuttosto che deluderlo. Paul McCartney non può morire, è chiaro, non ora e non qui almeno. Secretano così la notizia della sua morte e si attivano per cercare un sosia che possa sostituirlo di là alla fine dei suoi giorni. Machiavellicamente, decretano unanimemente di organizzare un concorso (che, bontà sua, ci fu davvero ed è documentato), allo scopo di trovare il sosia più sosia di McCartney senza destare troppi sospetti. Che volponi questi “Beatles d’accordo col manager”!

I sosia accorrono ignari, si iscrivono in centinaia e, a stretto giro di posta, il misconosciuto attore scozzese William Campbell trova finalmente l’ingaggio della vita: interpretare Paul McCartney finchè “morte non li separi” (secondo altre fonti più recenti, invece, il fortunello non sarebbe Campbell ma un certo William Sheppard, ex poliziotto canadese; non deve stupire che i nomi non coincidano, quando ci si muove su terreni così oscuri e misteriosi tutto è possibile, lo dice anche il Divino Otelma).

Ma andiamo oltre. Il sosia, chiunque sia, si sottopone a una serie di interventi di chirurgia plastica per diventare la copia sempre più perfetta di Paul, tanto che quando rientra a casa dopo l’ospedalizzazione sua mamma ha una crisi d’identità, ma di quelle violente. I giochi sembrano fatti, ma si sa, il fato è beffardo, e attende spesso a gattoni dietro l’angolo: Paul è mancino, il sosia destro. Ach, destino maledetto! La band, sempre d’accordo col manager, si mette a questo punto a pensare camminando in tondo in fila indiana. Lennon dà il passo e Ringo chiude il cerchio. Gli Abbey Road Studios sono in fermento, bisogna trovare una soluzione anche a questo inciampo. A un certo punto qualcuno esclama “Eureka, ho trovato!”: non suoneremo più dal vivo -dice- ecco come faremo!

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La copertina di A Day in the Life, singolo rilasciato nel maggio 1967

Ed ecco così spiegato il motivo per cui l’ultimo concerto dei Beatles si tiene il 29 agosto del 1966, quando il vero Paul è ancora vivo e vegeto e con la testa ben attaccata al collo, per giunta. Ma ovviamente non finisce qui, perché la PID (acronimo con cui ci si riferisce alla leggenda della morte di McCartney, dal motto Paul Is Dead) va anche a darci delucidazioni quanto mai significative circa il motivo per cui i Fab Four spariscono per qualche mese dalle scene facendosi nel frattempo crescere la barba, per poi ricomparire solo quando quella di Paul è così lunga da coprirne buona parte dei lineamenti.

Un sosia, per quanto ritoccato, resta pur sempre un sosia, dico io. Han fatto bene! E se qualche occhio troppo allenato avesse scoperto il trucco e smascherato il volgare impostore, e con lui “i Beatles d’accordo col manager”? E se si fosse saputo che Paul è morto la notte del 9 novembre 1966, e che quello che va oggi a ritirare premi in televisione altri non è che un ex attore che ha usurpato il trono del McCartney originale?

Ai posteri l’ardua sentenza, a noi tanta tanta pazienza…

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