Salviamo l’Italia dall’americanismo imperante

Non c’è dubbio che il sogno americano sia radicato profondamente nella cultura italiana, come nel resto dell’Europa, influenzandone il profilo socio-politico. L’origine di un siffatto fenomeno è da ricercarsi nelle pagine della storia: da quel provvidenziale sbarco degli alleati che nel 1945 salutava gioiosamente la fine della tirannia nazifascista sino al piano Marshall, istituito allo scopo di risollevare le sorti di un paese devastato dalla crisi postbellica e le calamità naturali. La missione negli Stati Uniti ad opera di Alcide De Gasperi sortì un finanziamento di ben cento milioni di dollari, con il risultato di una improvvisa sferzata di sviluppo. Successivamente, l’avvento del boom economico e la diffusione dei mass media hanno cementificato l’attitudine all’American way of living.

Il nucleo familiare italiano cresce e si sviluppa intorno al magico tubo catodico che detta le regole di vita attraverso la pubblicità e i suoi miti, per lo più provenienti oltreoceano. Ma se fino agli anni 80/90, assistiamo ad un diffondersi di modelli tutto sommato positivi, alla maniera della Famiglia Bradford o Casa Keaton tanto per capirci, possiamo dire lo stesso del nuovo millennio?

Le odierne produzioni filmografiche a episodi targate Stati Uniti ci offrono uno spettacolo di efferata violenza e cinismo, dove il politicamente corretto è andato a farsi friggere. Trafficanti di droga, politici corrotti e spietati criminali sono i nuovi eroi che invitano tristemente alla emulazione, per non parlare dei programmi incentrati sulla più becera cronaca nera con tanto di dettagli sanguinolenti sbattuti in prima serata, sempre di matrice anglosassone e ora anche nella versione italiana, a rappresentare una fittizia e quanto di più ipocrita denuncia sociale, mascherata sotto l’unico intento di fare audience.

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Il proliferare di un’altra invenzione tipicamente americana sembra essersi impossessata della nostra quotidianità fino al parossismo: il reality show offerto in tutte le salse. Ormai si sente la necessità di filmare qualsiasi situazione, anche la più assurda, dalla vendita di case, la perdita di peso, le attività dei poliziotti fino alle ben note gare di cucina. E’ tutta una gara a chi arriva primo in ogni contesto sociale. Siamo sicuri che questo avido spirito di competizione e il desiderio irrefrenabile di classificare le persone e persino i bambini dal più bravo al più sfigato, siano realmente una fonte di crescita per la nostra società? Non stiamo forse assomigliando troppo al popolo yankee, cresciuto sotto l’imperativo del vincere a tutti i costi? La risposta naturalmente è si e lo specchio di questo influsso deleterio viene soprattutto dalla comunicazione verbale, inquinata  dai recenti neologismi e anglicismi a cui assistiamo inconsci, come rapiti in un viaggio allucinogeno senza ritorno.

Ahimè, ci sentiamo tanto alla moda nell’apportare abbreviazioni e acronimi su moltissime frasi o parole. Per esempio, l’innocuo ‘il più presto possibile’ si è trasformato in ‘asap’ (as soon as possible), usato soprattutto in ambito lavorativo. E cosa dire di h24? Da dove deriva tutta questa fretta di esprimersi. E perché di colpo la maggior parte di noi sente il bisogno di dire ‘settimana prossima’ senza l’articolo davanti, quando l’Accademia della Crusca e i principali dizionari italiani ci fanno sapere che è grammaticalmente scorretto. Siamo forse finiti in un telefilm per adolescenti dove esclamare next week è diventato improvvisamente popolare? Cosa direbbero di noi i padri della letteratura italiana che hanno inventato il dolce stil novo?

Questa catastrofe linguistica non risparmia neanche i verbi, facciamo un altro esempio: fino a poco tempo fa, nel campo delle arti applicate o dello sport, il termine ‘eseguire’ rendeva benissimo l’idea ma ora non sei nessuno se non dici performare! Da performance. E ce l’abbiamo anche in versione participio presente, infatti se non dici performante, chi vuoi che ti consideri, anzi sei proprio out!

Il cacofonico e onnipresente ‘piuttosto che’, usato erroneamente come congiunzione invece che come avversativo, deriva dal diffusissimo rather than, nel linguaggio parlato. E tutti quelli che usano LOL, sanno letteralmente cosa significa? Insomma, qui sono descritti solo alcuni casi esplicativi, forse figli della rivoluzione dei social networks (e chi l’ha inventato il social network?) ma sarebbe pure ora di liberarsi dal nostro proverbiale provincialismo e anche di quella esterofilia, dettata da una sorta di complesso di inferiorità che non ci dovrebbe proprio appartenere. Siamo la patria di Leonardo da Vinci, per citarne uno su tutti, eppure la Monna Lisa si trova al Louvre di Parigi. Domandiamoci il perché.

Quasi nessuno si è accorto della inesorabile americanizzazione della scuola pubblica attraverso l’introduzione della settimana corta, i crediti e i maestri multipli in nome di una fantomatica polivalenza accademica. E che cosa abbiamo ottenuto? Prova a chiedere ad un ragazzino di coniugare il trapassato remoto e ti guarderà sconvolto, come se gli avessi chiesto la luna. Intanto, il colosso Starbucks con la sua imminente apertura di una catena di negozi in territorio italiano è pronto a dare filo da torcere al nostro affezionatissimo caffè espresso, mentre  il presidente Trump ha deciso di bombardare il mondo, perciò noi, nel rispetto del patto atlantico, ne dovremo in qualche modo rispondere. Enjoy the American Dream.

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One comment

  1. Semmai il contrario! Non si può aizzare un distaccamento dal modello Americano perché si sta rivelando carente di “perbenismo”, il distaccamento va fatto perché sta creando dei modelli troppo simili al loro, che dai media sembra risultare utopico. Quando mai le grandi case produttrici potrebbero, per un film dedicato ai giovani, creare un personaggio realistico, dotato di difetti che possono però essere anche considerati pregi da parte del pubblico, un personaggio reale dotato di una morale propria e non da un codice prestampato. L’esempio più lampante mi viene adesso con la serie britannica Skins, dove le prime due stagioni riescono a ricreare dei personaggi tra i più realistici per una teen serie, dove ogni personaggio è protagonista ed è il “buono” di una puntata, ma poi può risultare il “cattivo” di un’altra. Questo fa capire che le azioni di ogni personaggio creano solo una sfumatura di grigio di esso, dove nessuno è completamente buono né completamente cattivo (come sembranar invece vedere la serie “tredici”), ma tutti compiono azioni per i loro interessi senza finto altruismo. È questo che deve insegnare la televisione ed in generale i media, che non esiste perfezione perché essa è irreale così come un personaggio di una serie non può esistere se non possiede difetti ambigui, se non è imperfetto. Non critichiamo chi si allontana dal perbenismo sociale e cerca di essere più oggettivo su ciò che accade, già Matisse aveva espresso questo concetto con “la danza”, dove l’imperfezione esprime movimento e è quindi reale.

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