Good Vibrations dei Beach Boys: una rivoluzionaria canzone pop

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Esistono canzoni che hanno un potere terapeutico. Bastano pochi secondi di ascolto per tirarci su il morale e portare il sole in un cielo coperto da nubi.

Good Vibrations è una di queste.

La rivista Rolling Stone la mette alla sesta posizione nella lista delle 500 migliori canzoni di sempre.

Nel 1995 Wilson raccontò la genesi del titolo nella sua autobiografia: da bambino, sua madre gli raccontava che tutti gli esseri viventi animali o vegetali possono percepire le “vibrazioni”. Wilson ne rimase affascinato e da ragazzo fragile e sensibile come era traspose il concetto nell’idea di generare vibrazioni emotive positive che potessero curare come una preghiera gli ascoltatori.

Il 17 febbraio 1966, nel corso delle sessioni per l’album Pet Sounds, Brian Wilson iniziò a lavorare a questo nuovo singolo: una salvifica “sinfonia tascabile diretta a Dio”, e che si rivelerà essere la più costosa e complessa produzione di musica dell’epoca.

Good Vibrations venne creata impiegando una tecnica di registrazione mai sperimentata in precedenza: circa 30 minuti di sezioni musicali sparse, incise in diversi studi di registrazione, per sperimentare le differenti opportunità offerte da ciascuno che poi successivamente vennero unite insieme e ridotte al formato classico della canzone della durata di 3 minuti. Le varie sezioni del brano furono montate insieme in una specie di collage sonoro (metodo che venne poi chiamato “musica modulare”), simile a quello che avrebbero fatto in seguito i Beatles con Strawberry Fields Forever e A Day in the Life, composizioni entrambe ispirate alla tecnica di produzione di Brian Wilson (secondo quanto dichiarato da Paul McCartney).

Scena bellissima tratta dal film Love & Mercy che descrive la creazione del brano.

Molti nell’entourage dei Beach Boys erano scettici circa un così complesso e dispendioso processo creativo, ma la canzone spazzò via velocemente qualsiasi dubbio quando diventò il maggior successo commerciale della band, raggiungendo la vetta delle classifiche sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti.

Senza ombra di dubbio una delle canzoni più rivoluzionarie nella storia della musica del ‘900. Come si scrisse: “Ha cambiato il modo in cui un disco può essere realizzato, il modo in cui un disco può suonare, e le parole che un disco può avere“.

Il caratteristico suono elettronico che si può ascoltare nel ritornello, venne creato con l’impiego di un Electro-Theremin, versione moderna e meno complessa del più antico Theremin, che non prevede il contatto fisico dell’esecutore con lo strumento. L’originario strumento fu inventato nel 1919 dal fisico sovietico Lev Sergeevič Termen (noto in Occidente come Léon Theremin o Theremine) e si basava su oscillatori che, lavorando in isofrequenza al di fuori dello spettro udibile, producevano, per alterazioni delle loro caratteristiche a seguito della presenza delle mani del musicista nel campo d’onda, dei suoni, sfruttando il principio fisico del battimento.

Wilson all’epoca aveva 24 anni e considerava questo pezzo come “la sua intera vita racchiusa in una traccia”. Era convinto che le persone potessero emotivamente reagire alle “vibrazioni”.

Ascoltando questo capolavoro non possiamo che dargli ragione.

 

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