Quando Truffaut lavorò con Spielberg in Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo

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Succede spesso che questi generosi americani mi propongano di andare a girare da loro, e io gli rispondo quasi sempre allo stesso modo: “Con il mio gusto per gli antieroi e le storie d’amore dolciamare mi sento in grado di realizzare il primo James Bond fallimentare. Vi interessa davvero?”

François Truffaut

Con un pizzico di ironia pungente parlava François Truffaut quando si trattava del cinema americano, eppure lui al contrario, oltreoceano veniva lodato ed ammirato da tutti, addetti ai lavori e non. In particolare, nel 1976, un giovane regista lo volle a tutti i costi come attore nel film che stava preparando, Incontri ravvicinati del Terzo Tipo, infatti dopo aver bissato il successo di Sugarland Express con Lo Squalo, questo quasi trentenne era pronto per entrare di diritto nell’olimpo del cinema mondiale: Steven Spielberg.

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Cinque anni dopo l’uscita del lungometraggio, Truffaut raccontò la sua esperienza sul set in un breve articolo, apparso come prefazione di un saggio su Spielberg. Questa testimonianza scritta dal cineasta francese è utile a ricostruire non solo la sua avventura sul set ma fornisce al lettore una diversa immagine di Steven Spielberg, regista tenace, coraggioso, carismatico e con una creatività fuori dal comune (che col passare degli anni è venuta costantemente fuori).

Il film, che parla del contatto tra la popolazione terrestre e gli UFO, vede Truffaut nei panni dello scienziato francese Claude Lacombe. Spielberg lo volle a tutti i costi, tant’è che vista la difficoltà del regista francese a parlare inglese all’interno del film gli venne affiancato un interprete così da permettergli di recitare le scene nella sua lingua madre. D’altro canto, Truffaut, fu da subito attratto dal lavoro di Spielberg e accettò la parte benché fosse occupato col montaggio degli Anni in tasca e stesse redigendo la sceneggiatura dell‘Uomo che amava le donne.

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L’esperienza non fu inizialmente così positiva come potrebbe sembrare. Abituato a lavorare nell’ambiente, Truffaut sapeva che l’attore era colui che andava incontro a infinite attese sul set: nel caso del film di Spielberg queste attese erano lunghe ed estenuanti, scrive Truffaut: “Se avessi saputo che le riprese sarebbero durate così a lungo e che sarebbero andate così a rilento, non avrei mai detto di sì”. L’analisi poi prosegue con una diversa retrospettiva dell’esperienza capovolgendo l’ultima esternazione, affermando di aver dimenticato tutti i momenti di stanchezza per conservare i ricordi forti e allegri dell’avventura chiamata Incontri ravvicinati del terzo tipo.

Ed è proprio dalla lunghezza estenuante delle riprese che Truffaut ci aiuta a capire chi è Spielberg e l’immenso valore che possiede. Sul set in Alabama, in piena estate, le ore di lavoro erano oltre dodici al giorno in un capannone – scrive Truffaut – senza aria condizionata, sui ponteggi per le luci oltre quaranta elettricisti ricevevano istruzioni col Walkie-Talkie, mentre tutto era così difficile da gestire le sequenze che si riuscivano a girare erano un massimo di due al giorno. “Quando si lavora in condizioni così ingrate succede che ognuno si disinteressa progressivamente al film stesso in quanto progetto artistico e si ripiega egoisticamente su di sé […] Allora il regista rimane solo con il suo sogno da realizzare e gli serve un grande coraggio morale e fisico.”

Per Spielberg non fu così. Non si piegava, nonostante le difficoltà: quando i produttori lo assillavano continuava a stupirli e loro decidevano di aggiungere ulteriori soldi al budget. Nel 1976 poi, la Columbia decise di chiudere il capannone e se mentre qualsiasi altro regista avrebbe accettato la scelta, Spielberg esternò che gli sarebbe piaciuto far volare i bambini di 7 anni che interpretavano gli extraterrestri! E mentre Truffaut fa ritorna in Francia per girare il suo film, un po’ perplesso e affaticato per le riprese, è sempre più convinto che quel film non vedrà la luce fin quando Spielberg gli richiede la sua presenza per ulteriori riprese aggiuntive che vedranno la luce a Bombay, in India, nel maggio 1977. Sempre sorridente, Spielberg dice a Truffaut che il film è già in fase di montaggio e instancabile afferma che gli piacerebbe girare qualche altra scena in Messico o nella Monument Valley. Ed è qui che il regista francese esterna un suo pensiero nei confronti del collega americano:

“Mi sono abituato all’idea che non ci sarà MAI un film intitolato Incontri ravvicinati del terzo tipo ma che tu sei una di quelle persone che fanno credere a tutti che stanno girando un film e che riescono a riunire attorno alla macchina da presa molta gente per accreditare questa immensa bugia. Sono contento di far parte di questa bugia, e sono pronto a raggiungerti di tanto in tanto in qualsiasi parte del mondo per “far finta” di fare un film con te”

Passati due mesi, ancora una volta l’utopico – secondo Truffaut – Spielberg, richiama il regista francese per delle riprese aggiuntive in condizioni estreme, come racconterà lo stesso François. Nel deserto di Palmdale, in California, quattro immense eliche giravano senza sosta mentre davanti ed esse venivano svuotati incessantemente sacchi di sabbia a simulare una tempesta mentre il povero Claude Lacombe non riusciva nemmeno più a capire dove fosse posizionata la cinepresa, visto il turbinio di sabbia scatenatosi. La scena fu poi inserita in apertura al film e – se si nota bene – una figura che esce dalla tempesta di sabbia a malapena si regge in piedi: quello è proprio Truffaut.

Col film finalmente terminato, non solo Truffaut si ricrede della parsimonia di Spielberg, ma viene interrogato da chiunque su quanti consigli avesse dato al collega. Dal canto suo la risposta è un secco no: “Ho voluto essere per lui l’attore ideale, quello che non si lamenta mai, quello che non esige niente, neanche un’indicazione. Facevo quello che mi chiedeva e quando pronunciava la parola stop! come tutti gli altri attori del mondo, rivolgevo lo sguardo verso di lui per vedere se era contento.”  Da queste parole traspare un senso di profonda umiltà verso il suo mestiere, uno dei più importanti registi di sempre è spogliato dal ruolo per diventare attore e, nonostante esperienza e curriculum, preferisce stare al suo posto (con un pizzico di paura del giudizio). Lo stesso Spielberg, in un’intervista postuma all’uscita del film, definirà Truffaut semplice proprio come i suoi lungometraggi.

Un’altra peculiarità del film che Truffaut tiene ad analizzare e lodare, sono gli effetti visivi ricercati da Spielberg. Nonostante sapesse degli oltre 50 effetti speciali, è nello studio di Douglas Trumbull, curatore degli effetti, dove Truffaut realizza che il film avrebbe trovato forma in laboratorio, costruito in gran parte da immagini sovrapposte: quello che succede a terra, quello che succede sopra le teste e quello che succede in cielo.

Un aneddoto raccontato da Truffaut riguarda le nuvole che vediamo nel film. Trumbull faceva cadere una consistente quantità di vernice bianca in un acquario riempito di acqua tiepida e filmava i movimenti a diverse velocità, nella pellicola questo effetto è sovrapposto sopra le case e produce le nuvole burrascose che ci limitiamo ad ammirare. È proprio questa visita al reparto degli effetti speciali che fa realizzare a Truffaut di essere: “un’immagine stilizzata”  e “un motivo nella tappezzeria”.

Giungiamo così alla fine di questo diario di bordo, Truffaut ha sviluppato per Spielberg un’ammirazione unica riconoscendogli un talento fuori dal comune, un talento particolare, quello di mischiare le carte in tavola nel rendere plausibile ciò che è straordinario. Le scene quotidiane sono girate con un tocco un po’ fantastico, quelle straordinarie sono girate per essere rese più umane.

Ed è così che termina questo incontro ravvicinato tra due personalità del cinema, così diverse ma così affini nel rendere straordinario quel pezzetto di pellicola che passasse tra le loro mani.

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