Impressioni di Settembre: la Premiata Forneria Marconi e la rivoluzione del Moog

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Impressioni di settembre è una canzone sulla speranza, un caposaldo della musica italiana, capolavoro insuperato e insuperabile della Premiata Forneria Marconi datato 1971. Il suono di figli dei fiori ancora assopiti nel loro meraviglioso torpore non sarebbe durato ancora molto, ma si sa, certe cose bisogna godersele finché durano, senza porsi tanti problemi. L’emozione non sente ragioni, se non la vivi per tempo vola via. E non torna.

Il testo è bello perché l’ha scritto Mogol, ed è bello perché lui uscendo di casa ha raccontato quello che ha visto la mattina. È talmente realistico perché, come sa fare Mogol, il brano è una fotografia momento per momento di quello che ha visto; la rugiada era vera, il cavallo era vero, e questo, insieme a quel suono, ha creato la suggestione. Alcuni hanno interpretato settembre come metafora del cambiamento, altri hanno avvertito nel mese che segna l’inizio dell’autunno un senso di nostalgia e di declino.

Un brano uscito di getto, come un dono del cielo che arriva inaspettato, e al momento giusto. Fu composto sulla base di una intuizione fantastica di Franco Mussida: era la prima canzone che non aveva il classico ritornello. Mi correggo: il ritornello c’era, ma era suonato, non cantato. Quell’inciso era talmente bello che ai componenti della PFM sembrò di non avere a disposizione lo strumento adatto per farlo. Provarono con il flauto, ma non aveva la forza evocativa, lo fecero con la chitarra, ma era troppo normale. Mancava lo strumento… ma in realtà questo strumento esisteva. Lo avevano sentito in un disco di Emerson Like & Palmer che si chiamava Lucky man. Era uno strumento dalle sonorità nuove, simili a quelle delle tastiere e dei fiati. Sapeva di terra, di cielo, di mare e di tutte queste cose insieme. Si informarono e vennero a sapere che lo importava la ditta Monzino. Si chiamava Moog, dal nome del suo inventore ed era composto da tre oscillatori che creavano delle onde da mescolare insieme. Potevi giocare con delle manopole e creare il tuo suono. Potevi farlo più acuto, più morbido, come volevi: poteva sembrare una sega, un clarino, un ottavino… poteva sembrare tante cose ma era comunque sfacciatamente sintetico e tremendamente bello e affascinante, perché ti scuoteva.

“No, cosa sono adesso non lo so, sono un uomo in cerca di se stesso, sono solo il suono del mio passo”

La drammatica confessione contenuta in queste parole è in un certo senso la confessione che pervade tutta la grande cultura contemporanea. Senza più certezze, senza più ideali o fedi a cui appigliarsi, la realtà è divenuta incomprensibile, sfuggente, e in essa è imprigionato il fattore che dovrebbe esserne il punto di autocoscienza: l’Io.

Il tragico sentimento di questo scacco è testimoniato in modo commovente e chiaro in tutte le più alte opere dell’ingegno artistico e filosofico della nostra età: una testimonianza in cui convivono il senso tragico del vivere e in cui, a volte, emerge la grande malinconia per un significato e per una presenza di cui si intuisce l’esistenza, ma di cui si ignora il volto e la dimora.

La canzone termina con un’amara constatazione: “E intanto il sole tra la nebbia spunta già, un giorno come sempre sarà”.

Tutto diventa nulla. Lo dice bene Pavese: “Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno in cui nulla accadrà, non c’è cosa più amara della inutilità. La lentezza dell’ora è spietata per chi non aspetta più nulla”.

Per questo gli antichi greci pregavano così: “O padre Zeus, mandaci il miracolo di un cambiamento”.

Era la prima volta che si sentiva un suono sintetico e tutti si entusiasmarono. Come nelle migliori fiabe, arrivò un colpo di fortuna. Incontrarono il Signor Monzino quasi per caso, alla Mostra dello strumento del 1971. Aveva con se un prototipo di Moog, il secondo, perché fino a quel momento lo possedeva solo Keith Emerson, che lo aveva ricevuto dal signor Moog in persona. Così guardando estasiati il Moog dei loro sogni – un modello portatile – convinti che fosse proprio quello che gli serviva chiesero a Monzino: “Quanto costa?”.

Costava uno sfacelo e mezzo. E loro uno sfacelo e mezzo non ce l’avevano. Ma loro insistettero: “Guardi Monzino, noi pensiamo che questo strumento potrebbe veramente dare una svolta alla musica italiana. Ce lo dia e ne venderà almeno dieci”. Monzino accettò. Con il suo suono incisero Impressioni di Settembre. Uscì il disco e fu un botto pazzesco. Era un suono nuovo, una novità per i sensi, una nuova creazione di immagini e suggestioni. Diede alla PFM una marcia in più (oggi si direbbe un vantaggio competitivo) e li fece conoscere come un gruppo originale, innovativo.

La famosa frase dell’inciso, eseguita proprio con il Moog è peraltro, musicalmente, una frase molto particolare e armonicamente raffinata.

settembre

Le note seguono una scala modale: Mi dorico per la precisione. Ma che vuol dire? Il modo dorico lo possiamo definire come una scala minore naturale, ma con la 6a maggiore, che diventa quindi la sua nota caratterizzante. Costruito sul II grado della scala maggiore, è uno dei modi più usati sia a livello compositivo che nell’improvvisazione. La presenza della 6a maggiore smorza l’aspetto “scuro” del modo minore, portando una sonorità più “chiara”. Ecco evidenziate nella partitura della frase eseguita al Moog, proprio le note caratterizzanti il modo dorico. Il Do diesis cerchiato è infatti la famosa 6a maggiore nella scala di Mi minore.

Storia di un Minuto, il primo album della Premiata Forneria Marconi, è su Amazon

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Dario Giardi ama la musica, la fotografia e la scrittura, ed è l’autore di Viaggio Tra Le Note. I segreti della teoria e dell’armonia musicale (2016, edito da I Libri Di Emil). Seguilo su Facebook e Twitter.

 

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