Le porte della percezione: quando Huxley descrisse la realtà sotto mescalina

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Corre il 1953. Immaginiamoci una mattina rischiarata da un rivitalizzante sole di maggio che avvampa sovrano in un cielo limpido e liberatorio. Aldous Huxley accoglie nella sua abitazione l’arrivo dello psichiatra britannico Humphry Osmond, esperto di sostanze allucinogene, anche noto per aver coniato il termine psychedelic.

I due si stringono la mano con ammirazione, si scambiano qualche frase di circostanza, qualche battuta per eliminare gli ultimi residui di imbarazzo e infine, sotto l’occhio riguardoso e fiero della moglie di Huxley, Osmond gli somministra una dose di mescalina.

L’incontro tra i due intellettuali trova le sue ragioni in una comunanza di visioni, di idee e di propositi sostenuti da entrambi. Osmond considerava la mescalina e sostanze allucinogene simili come un ponte connettivo tra lo stato ordinato delle cose – un cervello sano e nel pieno delle sue facoltà – e lo stato disordinato delle cose – un cervello affetto da una patologia o disordine mentale. Osmond notò che l’assunzione della mescalina aveva il potere di emulare, nell’individuo a cui la si somministrava, la principale delle psicosi: la schizofrenia. Da queste considerazioni lo psichiatra comprese che sarebbe stato necessario somministrare su se stesso la mescalina, nel tentativo di integrare, con un pizzico di empiricità, i suoi studi e le sue analisi.

L’uso della mescalina e le sue curiose quanto interessanti implicazioni estese in altri ambiti quali la sociologia, la filosofia, la religione e così l’arte, alimentò l’interesse di Huxley e avvicinò i due intellettuali fino al loro incontro vis-à-vis.

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Aldous Huxley

Quando Huxley ingoia i quattro decimi di un grammo di mescalina, la sua aspettativa era quella di ottenere “[…] visioni di geometrie multicolori, animate architetture, ricche di gemme e di favolose bellezze di panorami con figure eroiche, di drammi simbolici tremolanti perpetuamente sull’orlo dell’estrema rivelazione”. Ma ne uscì, per così dire, tradito. Infatti: “L’altro mondo nel quale la mescalina mi introduceva non era il mondo delle visioni: esisteva fuori di esso, in ciò che potevo vedere con gli occhi aperti. Il grande cambiamento era nel regno del fatto obiettivo.”

Sotto l’effetto dell’allucinogeno, l’esistenza gli si rivela nuda, come è, essenziale nella sua profonda quanto atavica essenza. Pura esistenza.

Il processo di alterata decodificazione della realtà è figlio di un’altrettanta alterata condizione dei sensi: “La mente percepisce in termini di intensità di esistenza, profondità di significato, relazioni entro uno schema […] La mente si interessava, soprattutto, non di misure e di collocazioni, ma di essere e significato.”

Sotto la guida di Osmond, il suo sguardo andò a posarsi dapprima su alcuni libri, poi su dei mobili presenti nel salotto. Sotto effetto di mescalina, Huxley sfugge all’approccio tipicamente utilitarista caratterizzante del rapporto tra l’uomo e gli oggetti che lo circondano, e ne saggia l’essenza, ne esplora le forme, si incanta perdutamente nelle geometrie di una sedia che si rivela in tutto il suo splendore “[…] queste gambe di sedia erano gambe di sedia ed erano San Michele e tutti gli angeli”. C’è una sottospecie di poesia in questa definizione… una poesia che accoglie tutti e cinque i sensi in un’estasi di vita e Big Bang e Universo. E nella medesima preternaturale maniera gli appare il famoso dipinto di Botticelli, Giuditta. La mescalina induce Huxley a penetrare nel quadro coi sensi in vivace fermento, trascendendo la bellezza apparente e oggettiva del dipinto ma nutrendosi di dettagli rivelatori dell’Infinito. Nella gonna di Giuditta, nei drappeggi del suo abito Huxley scorge la vera potenza artistica e il genio celato del Botticelli. Si meraviglia di come per tutto il suo tempo ha osservato le cose perlopiù con l’occhio superficiale e utilitarista, l’occhio sistematico e razionale abituato a concettualizzare con l’imperativo di non destrutturare la semplicità delle cose in Bellezza.

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Sandro Botticelli, Giuditta

La mescalina agisce per sottrazione. Più specificatamente: se da un lato spalanca le porte della percezione consentendo di vedere ogni cosa per come la si dovrebbe vedere, dall’altro agisce come “restringente”, sbarra le porte alle relazioni umane e alle normali vicende della vita.

“Questa partecipazione alla manifesta gloria delle cose non lasciava posto, per così dire, agli interessi ordinari e necessari dell’esistenza umana, soprattutto agli interessi relativi alle persone”.

Huxley compie un’indagine filosofica ricercando le possibili cause di questa spersonalizzazione dell’Io sotto effetto di mescalina, per arrivare a sostenere che “[…] le persone sono degli Io e, in un certo senso, io adesso ero un Non-Io. […] A questo nuovo Non-Io, il comportamento, l’apparenza, lo stesso pensiero dell’Io, che momentaneamente aveva cessato di essere, e di altri Io, i suoi compagni di un tempo, non sembravano affatto sgradevoli, ma enormemente irrilevanti.”

Più concretamente: la mescalina libera Huxley dalla camicia di forza delle considerazioni utilitaristiche, dei giudizi prestabiliti – e quindi dei pregiudizi – della morale, della presunzione, dell’autoaffermazione e di tutte quelle nozioni che “intrappolano” l’uomo in una realtà meschina e di scarso rilievo spirituale. L’individuo è teso a una costante ricerca di una scappatoia per evadere dalla grigia realtà che lo accoglie ogni mattina da appena sveglio. L’alcol principalmente, seguito dalle droghe (sigarette incluse), rappresentano le scappatoie per tentare una vana e breve fuga dal mondo dell’Io, e planare con la mente e coi sensi nel paradisiaco mondo del Non-Io.

Ma se alcol e droghe possono originare una seria dipendenza, al contrario, la mescalina non induce il consumatore a tornare dai lei con bramosia e malessere tradotto in bisogno fisico.

Secondo la peculiare visione di Huxley, sostanze allucinogene come la mescalina meriterebbero di essere riconosciute come i prodotti “ideali” per soddisfare l’irrefrenabile smania di trascendenza dell’uomo. Calpestata da alcol e sigarette, figli di un congegnale sistema manovrato dalla feroce macchina capitalistica, la mescalina è tutt’oggi ancora poco conosciuta e quasi per nulla integrata a favore della ricerca in ambito clinico e dei meccanismi puramente sociali e di svago “didattico”.

Alcol e sigarette originano profitto; la mescalina potrebbe ribaltare la concezione della vita e della realtà: la mescalina è pericolosa. È preferito lo stordimento di una sbornia d’alcol e la pessima abitudine di noi bianchi a celare la nostra personalissima nudità interiore con qualche filosofia che stemperi, apparentemente, la sensazione di inadeguatezza e di profonda incomprensione delle cose e del mondo.

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Le Porte della Percezione, la copertina italiana

Huxley, con il suo saggio Le porte della percezione, intende mettere in crisi la razionalità positivistica per la quale ciò che più importa è il fatto osservato nella sua oggettività, compreso in un quadro razionale e dimostrato e assunto come conoscenza certa. Nella contemporaneità prevale la forte tendenza a mettere da parte la nostra spiritualità, a ignorarla, a non cercarne più la voce, vittime noi stessi di un sistema meccanicistico che rifiuta l’astratto e la conoscenza inafferrabile in forza di una rigida schematizzazione per cui a ogni causa segue un dato effetto e sempre e solo quello.

L’invito di Huxley è di riconnetterci alla vita rimpolpando le radici che ci trasmettono la preziosa linfa terrena; di guardare le cose e il mondo scavalcando il muro della superficialità e della morale ordinariamente accettata; di connetterci al nostro Non-Io ignorato e rigettato, come se l’intimo atto di esplorare l’interiorità, di andare oltre, di spalancare le porte dell’Altro Mondo, fosse un peccato punibile con l’isolamento da una società che condanna la trascendenza laddove essa non possa essere controllata.

“Se le porte della percezione
fossero sgombrate,
ogni cosa apparirebbe com’è, infinita”

William Blake

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