Identità sociale e melting pot: dentro l’ultima, spregiudicata collezione Gucci

Posted by

Alessandro Michele, direttore creativo della blasonata Maison Gucci, è al momento uno degli italiani più influenti al mondo e per questa collezione Autunno Inverno 2018/19, non smentisce la sua genialità.

La sovrapposizione estrema dettata da un preciso nonsense sartoriale diventa il must della passerella, ispirata naturalmente dalla strada e nelle consuete pose asettiche vediamo sfilare modelli che giocano sottilmente con il confondersi dell’identità di genere, sostenendo la democrazia del transgenderismo. Si ritorna a respirare la spregiudicatezza degli anni 80 ma questa volta l’ambientazione disco a cui avevamo assistito nella scorsa stagione tra luci strobo e musica in tema, lascia il posto ad un arredamento ospedaliero che suggerisce il ricorso al bisturi, tanto in voga quanto lo shopping più sfrenato, in nome di quell’idealizzazione di sé che si avvicina sempre più al mondo distopico di replicanti raccontato al cinema. La giungla metropolitana delle nuove generazioni scavalca i confini culturali tra Oriente e Occidente, dettando le regole del proprio stile: tutto è volutamente mescolato al fine di ottenere quell’equilibrio di pensiero che ti fa dire: “Non me ne frega niente, io mi vesto come mi pare.”

gucci

Imperatrici della bigiotteria, esili come spighe al vento, sfilano coperte da passamontagna, indossati con la stessa grazia di una donna berbera velata dal suo copricapo, e algide dame medievali si fanno incantatrici di draghi e serpenti tenuti tra le braccia come teneri cuccioli, in onore agli affezionatissimi appassionati della saga fantasy mentre il taglio classico dei completi da uomo viene stravolto da feroci sforbiciate su ampie giacche e cerniere allungate oltre il dovuto. Lo sportswear è abbinato al tartan anglosassone o ai caftani psichedelici dal sapore etnico/floreale e le sete sono stampate con fantasie da carta da parati. Lo storico mocassino con fibbia si declina addirittura in pantofola, tra l’altro gettonatissima, e poi tanto glitter, per celebrare appunto quell’epoca d’oro del glamour, fatta di eccessi impunemente esibiti allo Studio 54.

È uno spettacolo schizofrenico che accoglie le nostre diversità come una centrifuga impazzita, e allora quale migliore ambasciatrice del melting-pot se non la gloriosa città di New York a cui il designer fa omaggio, inserendola come logo sui capi al posto della doppia G.

La N.Y. appuntata diventa quindi uno status symbol per ricordarci che non importa da quale parte del mondo veniamo perché alla fine si può diventare tutto quello che si vuole. Le teste in calco dei giovani in passerella, così anatomicamente verosimiglianti da far spavento, vengono portate sottobraccio come trofei e qualcuno ai piani alti della moda storce il naso difronte allo scandalo ma è già Gucci-mania da emulare su tutti i social, perciò la lezione Wildiana del purché se ne parli ha funzionato benissimo.

Colui che è riuscito a sublimare il kitsch lo aveva matematicamente previsto e ne sarà contento.

Comment

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.