Sei Minuti all’Alba, la Resistenza raccontata dal giovane Enzo Jannacci

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Se la musica italiana fosse un gigantesco pranzo di famiglia, probabilmente Enzo Jannacci sarebbe uno zio simpatico che fa divertire i nipoti e, al tempo stesso, dà loro lezioni di vita.

Stralunato, eccentrico, la sua voce – decisamente poco accademica e curata nella minima intonazione – tradisce sempre quella sfumatura di follia che lo ha caratterizzato fin dall’inizio della sua carriera e che lo ha reso sempre unico nel suo genere, pur avendo condiviso con molti suoi colleghi la comune origine rock’n’roll. Pioniere del cantautorato, fondatore della scuola milanese con Giorgio Gaber, il Dottore (soprannome non casuale, essendo stato lui anche chirurgo) ha raccontato nei suoi brani una realtà in cui i problemi della vita concreta hanno avuto più spazio rispetto a quelli – non meno importanti, certo, ma sicuramente più frequentati dalla canzone – d’amore. Tutto si sarebbe potuto e si potrebbe ancora dire di Jannacci, fuorché che non fosse eclettico: mille volti, ognuno di essi in grado di stupire per prontezza di spirito e di analisi. In questo, lui e Gaber erano davvero fratelli.

Un esempio di questa capacità è sicuramente il terzo dei suoi circa trenta album, intitolato Sei minuti all’alba. Il fil rouge che lega la maggior parte dei brani della tracklist è il linguaggio con cui sono stati scritti i testi: se l’Italia nella seconda metà degli anni ’60 era già unita dall’utilizzo di una lingua comune, Jannacci si è preso la responsabilità di tornare ad un ambiente più circoscritto e cantare in dialetto milanese. Lo sforzo creativo di cui è pervaso questo lavoro e gli eventi che ne sono alla base sono essenziale per capire il mondo del cantautore: arrangiamenti ad opera sua (tranne uno, di Guy Marchand), così come i testi (ad eccezione di un paio, scritti con Dario Fo, Walter Vandi, Leo Chiosso, Marcello Marchesi e Cochi Ponzoni).

Nessuno ha reso giustizia ai temi popolari e della Resistenza come Jannacci, che ha dimostrato grande capacità di immedesimazione nelle vicende senza retorica ma con grande consapevolezza e rispetto, grazie anche all’esperienza tra i partigiani vissuta dal padre, cui il Dottore ha dedicato la titletrack affermando:

“Vorrei dedicare questa canzone a mio padre, è importante ricordare visto che oggi c’è chi oggi confonde la Repubblica di Salò con la Repubblica di San Marino.”

Sei minuti all’alba è un viaggio continuo tra l’italiano e il dialetto, tra la drammaticità di un disertore lombardo della Seconda guerra mondiale che sta per essere fucilato e la dissacrante ironia di un tifoso della Spal nato e cresciuto a Rho che la sua fidanzata, però, vorrebbe valoroso e fiero come un matador (L’appassionata). Sorridiamo nel sentirlo declamare il testo di La Balilla, con quell’atteggiamento un po’ incerto e stentato ma perfettamente adatto all’occasione, e di Faceva il palo, scritta dal cabarettista Walter Vandi e arrangiata e cantata dallo stesso Jannacci. Geniale anche nell’interpretare L’è tri dì (brano popolare milanese), che ricalca la versione dei Gufi datata 1965. Questo “zio” così folle ed eccentrico non si è lasciato scappare un’altra occasione per divertire, grazie all’aiuto di Marcelli Marchesi e del comico Cochi Ponzoni, in Ho soffrito per te, un twist che supera il confine del surreale come parodia sia dei testi d’amore che di quel genere tanto frequentato da molti suoi colleghi all’inizio del decennio. E anche gli altri brani dell’album dimostrano quanto consapevole e fuori dagli schemi fosse Jannacci, così capace di trasmettere a chi ascolta la sensazione di aver vissuto in prima persona gli stessi avvenimenti, visto gli stessi uomini camminare senza meta per le vie grigie delle città moderne, colpiti dalle stesse gocce di pioggia (all’epoca non ancora acida, probabilmente).

Riprendendo quindi l’immagine del pranzo di famiglia e la figura dello “zio” Enzo, il suo terzo album potrebbe essere il racconto che i nipoti ascoltano con fascino e attenzione, ridendo di quel buffo modo di cantare senza, però, illudersi che dietro di esso non ci sia una storia da cui imparare e da non ignorare.

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