Philip Glass incontra David Bowie: le sinfonie tratte dalla trilogia di Berlino

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“Che cos’è un classico? È la semplice musica classica? Ovviamente no: un classico è qualcosa che dura nel tempo”

Philip Glass

Un classico è qualcosa che dura nel tempo. Quando agli inizi degli anni ’90 Philip Glass iniziò a comporre la sua serie di sinfonie, decise di partire, curiosamente, non da una propria composizione originale ma dalla rilettura di un album già ai tempi considerato sacro: Low di David Bowie, colonna portante della new wave e della musica rock in generale.

Pur non avendo mai composto musica direttamente insieme, esisteva un legame di profonda stima tra Glass e Bowie, dato non solo dal rispetto reciproco per le rispettive produzioni artistiche, ma anche dalla comune attitudine alla continua sperimentazione nel loro fare musica: due musicisti completamente diversi, separati da dieci anni d’età, uniti però dal medesimo desiderio di spingersi oltre i confini imposti dal genere. Fu quindi naturale, per Glass, avvicinarsi alla musica di Bowie e in particolar modo ai suoi album più cupi, sperimentali, strani nel senso migliore del termine.

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Prima di proseguire chiariamo subito che il termine “Trilogia di Berlino” è tecnicamente non corretto, in quanto solamente l’album “Heroes” venne interamente concepito e registrato nella capitale tedesca, mentre Low venne inciso in Francia, ispirato da un viaggio leggendario nell’Europa dell’est e solo successivamente mixato negli storici Hansa Studios, e Lodger invece vide la luce tra la Svizzera e New York. Chi vuole avere una visione completa del percorso artistico e umano di David Bowie (e del suo compagno di viaggio Iggy Pop) in quel periodo dovrebbe, per completezza, ascoltare in sequenza gli album Station to Station (1976), The Idiot (1977), Low (1977), Lust for Life (1977), “Heroes” (1977), Lodger (1979) e Scary Monsters (1980), in modo da cogliere a pieno l’evoluzione del sound bowieano: per semplificare il percorso si tende a limitare il discorso ai tre album più sperimentali del lotto e ad escludere quelli di Iggy Pop.

Tornando al discorso principale, quando Glass decise di rileggere Low lo fece, com’era naturale che fosse, con un approccio completamente innovativo: non si trattava di un semplice riarrangiamento in chiave orchestrale (visti e stravizi da tempi immemori), ma di una composizione completamente nuova, che ripartiva dal lavoro di Bowie e lo utilizzava come base per la creazione di un’opera totalmente diversa: una piccola/grande rivoluzione che apriva discorsi infiniti, sulle nuove possibilità di contaminazione di generi musicali differenti e soprattutto sulla possibilità di (ri)creare un capolavoro partendo da un grande classico.

La Symphony No. 1 Low, meglio nota come Low Symphony, venne pubblicata nel 1993 dopo essere stata eseguita dal vivo per la prima volta dalla Junge Deutsche Kammerphilarmonie il 30 agosto dell’anno precedente. Si tratta di una sinfonia in tre movimenti, per un totale di 42 minuti di durata (contro i 38 dell’album di Bowie) così suddivisa:

  1. Subterraneans (15:11)
  2. Some Are (11:20)
  3. Warszawa (16:01)

La prima cosa che si può notare è che in quest’opera Glass si discosta moltissimo dalla struttura di Low, riprendendo solo due brani dalla versione originale del disco (Some Are è infatti una bonus track pubblicata nella ristampa del 1991), entrambi provenienti dal lato b dell’album: per chi non lo sapesse, Low era stato concepito inizialmente con il titolo A New Music: Night and Day, giocando col fatto che il formato del vinile (all’epoca ovviamente l’unico disponibile) permettesse un’enorme differenza di atmosfere tra le due facciate del disco (la prima prevalentemente cantata, più frenetica, è la seconda prevalentemente strumentale, molto più cupa).

Glass decide quindi di focalizzarsi sulla parte più sperimentale del disco, quella in cui tra l’altro il contributo compositivo di Brian Eno fu più marcato: il risultato è una sinfonia che non solo adatta alla perfezione le melodie di Bowie ed Eno per un’orchestra sinfonica composta da una cinquantina di elementi (e in questo il risultato è a tratti impressionante, ascoltare per credere) ma che allo stesso tempo riesce anche a distaccarsi dalle stesse e splendere di luce propria, dal momento che il compositore ha immaginato durante il lavoro di tornare indietro nel tempo e comporre quei tre movimenti assieme ai due musicisti che hanno creato gli originali.

“A David piaceva l’idea che io componessi le sinfonie. E gli piacevano veramente, come piacevano anche a Brian Eno (…) dei due lavori David preferiva la Sinfonia di “Heroes”, perché a suo dire era più originale, ma mi trovai in disaccordo con lui: per me lo era quella di Low!”

Philip Glass, 2016

Difficile dire chi abbia ragione tra i due, quello che è certo è che Symphony No. 4 “Heroes”, composta e pubblicata quattro anni dopo quella di Low, è completamente diversa dalla precedente sia nell’approccio alla base di partenza che nel risultato finale. Si può affermare che tra le due sinfonie ci sia più o meno la stessa differenza che corre tra i due album: tanto cupo e malinconico Low quanto romantico e vitale “Heroes”.

Heroes Symphony è composta da sei movimenti, per un totale di 46 minuti circa di musica, e a differenza della precedente copre quasi allo stesso modo entrambi i lati del disco originale (anch’esso diviso tra lato cantato e lato strumentale) dando spazio anche alla bonus track Abdulmajid. La sua struttura è la seguente:

  1. Heroes (07:14)
  2. Abdulmajid (09:18)
  3. Sense of Doubt (07:52)
  4. Sons of the Silent Age (08:23)
  5. Neukoln (06:45)
  6. V2 Schneider (07:18)

Movimenti dalla durata più breve, forse più vicini ai brani originali, ma che comunque non rinunciano mai alla propria autonomia rispetto all’opera di partenza. Heroes è una sinfonia stupenda, forse addirittura la più emozionante tra quelle di Glass, che tocca vette altissime nel momento iniziale in cui riprende l’inno più famoso del Duca Bianco e lo riscrive completamente: leggenda vuole che Bowie abbia inciso la propria voce sulla Heroes di Glass, e che il brano sia ancora sepolto nei suoi archivi (insieme a tantissimo altro materiale), mentre nell’attesa di scoprirla possiamo ascoltare il remix del 2003 ad opera di Aphex Twin (non proprio esaltante a dire il vero).

Altri momenti imperdibili della sinfonia sono la rilettura magistrale di Sons of the Silent Age (uno dei brani più struggenti mai incisi da Bowie) e quelle degli strumentali Sense of Doubt e V2 Schneider, la prima già a suo tempo ispirata alla Nona Sinfonia (Bowie raccontò che gli fu dettata in sogno dal fantasma di Beethoven) e la seconda uno straordinario omaggio ai Kraftwerk, che riletta in chiave orchestrale non perde un grammo di fascino.

Sul finire degli anni ’90 cominciarono a rincorrersi le voci di una terza sinfonia, ispirata a Lodger, che avrebbe chiuso il cerchio completando la personale Trilogia di Berlino di Philip Glass: Bowie ed Eno erano completamente a favore del progetto, che invece venne poi rimandato più volte per motivi non meglio precisati, e accantonato dopo il ritiro dalle scene di Bowie a metà anni 2000.

Glass tornò a parlare del progetto soltanto nel 2016, dopo la morte di Bowie, quando rivelò al Guardian che negli ultimi anni di vita l’icona del rock aveva parlato con lui della possibilità di realizzare finalmente la Lodger Symphony, e che per quello che lo riguardava l’idea era ancora in piedi.

E così sarà: la Lodger Symphony, sinfonia numero dodici di Philip Glass, debutterà nel maggio del 2019 a Londra presso il Southbank Centre, eseguita dalla London Contemporary Orchestra in presenza dell’organista sperimentale James McVinnie, e diretta dai maestri Hugh Brunt e Robert Ames.

Non sappiamo ancora quali saranno i brani di Lodger che faranno da spunto a questa nuova sinfonia: si tratta di un album complesso e molto diverso dai due predecessori, senza brani strumentali e divisione netta in facciate ma in compenso grande precursore della world music e ricchissimo di spunti, tra melodie bellissime e un sound tra i più strani partoriti da Bowie, per costruire una nuova, grande opera. Non ci resta che attendere il 2019, e magari approfittare del tempo a disposizione per approfondire il mare magnum che è la discografia di Philip Glass.

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