Scenes From The Second Storey: viaggio e deriva dei God Machine

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In principio erano i Society Line. I Society Line erano presso Dio, e i Society Line erano Dio.

O almeno, così doveva sembrare ad Albert Amman e Ron Austin, i due tardo-liceali che nell’area metropolitana di San Diego avevano scelto di sottrarsi all’individualismo reaganiano okkupando i garage dei genitori baby-boomers con chitarra e bacchette alla mano. Era la fine degli anni Ottanta e il Verbo sceso sulla terra portava i nomi di Pink Floyd, The Cure, Echo & The Bunnymen. Sulla scena mondiale stava per irrompere Bleach, l’esordio-bomba dei Nirvana che svelava un’America diversa ma complementare a quella abbacinata in mezzo al Golden State, lanciando uno stile in grado di unire l’abrasiva eloquenza del punk alle basi del post-rock.

Venne un uomo mandato da Dio, e il suo nome era Robin. Egli non era la luce, ma doveva rendere testimonianza alla luce.

Suonando un po’ per reazione e un po’ per diletto, Amman e Austin si erano scoperti depositari di un certo talento. Decisi a fare sul serio, convocarono un terzo elemento, Robin Proper-Sheppard, il cui arrivo nella band coincise con quello di Jimmy Fernandez, l’amico del cuore, che dal ruolo iniziale di semplice spettatore e critico passò presto a sentire l’esigenza di una più attiva partecipazione. Provò diversi strumenti e approdò alla batteria, con cui si inserì nel gruppo come l’ultimo anello mancante. La band così composta registrò una prima demo di sei tracce e prese a esibirsi a livello locale, sviluppando un proprio sound peculiare.

Proper-Sheppard, drammaticamente introverso e intensamente emotivo, viveva molto seriamente il suo ruolo di frontman. Già a diciannove anni si sentiva insoddisfatto dell’aria che tirava in California, dove “il sole non è tutto”. Nella patria di Hollywood, a cui lo stesso Reagan doveva la sua irripetibile fotogenia, l’etica neoliberista aveva raggiunto le sue estreme conseguenze, amplificando il divario sociale e generando una cultura del consumo in cui il mercato forgiava l’immaginazione e l’identità personale: tutte cose che Proper-Sheppard non era disposto a tollerare. Decise così di volare a New York, dove forse non trovò la fortuna che cercava, ma di certo qualcosa trovò – un’ispirazione, peut-être – e sentì l’esigenza di tornare dagli altri e convincerli della necessità di viaggiare e confrontarsi con il mondo, per crescere artisticamente e spiritualmente. L’idea che esistessero ancora molti luoghi sconosciuti e l’evidenza di ignorare verso cosa stesse andando non lo lasciavano atterrito e spaventato, ma gli apparivano come “una forma di libertà” in grado di aprire infinite prospettive e possibilità. Nell’esprimere le sue motivazioni dovette rivelarsi piuttosto convincente, perché lo seguirono tutti con la sola eccezione di Amman, che a San Diego era legato da una fidanzata e un percorso di studi in Psicologia.

E i Society Line diventarono i God Machine, e vennero ad abitare in mezzo a noi, e noi vedemmo la loro gloria, piena di grazia e di verità.

Il power-trio che si era generato dalla perdita del primo chitarrista visse on the road tra il Texas e New York e da qui volò sul vecchio continente fino a Manchester, su invito di un manager che risultò impossibile da scovare. Col solo bagaglio dei propri strumenti i tre si spostarono ad Amsterdam e infine in uno squat di Londra, dove videro la luce ufficialmente i God Machine. Il nome era forse ispirato all’omonimo romanzo di Martin Caidin, una distopia incentrata sulla ricerca dell’intelligenza artificiale e del controllo mentale, e rifletteva l’approccio filosofico di Proper-Sheppard alla religione e, in generale, a ogni aspetto della vita. Attraverso le sue canzoni il giovane si proponeva di indurre la gente a riflettere su temi esistenziali di amplissima portata.

Il 23 gennaio 1991 i God Machine tennero il loro primo concerto al Falcon di Camden. Seguirono la pubblicazione dell’EP Purity e un contratto con la Fiction Records, che l’8 febbraio 1993 rilasciò il loro album d’esordio, Scenes from the second storey. Il disco, che univa un’attitudine slo-core ad atmosfere stoner in un crossover profetico e patibolare, ottenne il consenso della critica senza però riuscire a raggiungere il grande pubblico, approdando alla 55esima posizione delle classifiche inglesi. Eppure si trattava di un’esperienza sensoriale totalizzante, che in sé racchiudeva liriche poetiche, incursioni di arpeggi classici e psichedelia jazz e perfino citazioni letterarie, come quella di apertura, presa in prestito all’adattamento cinematografico del romanzo di Paul Bowles The sheltering sky (Il tè nel deserto), utilizzato lo stesso anno anche dai Neurosis per il loro brano Lost, contenuto nell’album Enemy of the sun.

«Are you lost?»
«Yes.»
«Because we don’t know when we will die, we get to think of life as an inexhaustible well, yet everything happens only a certain number of times, and a very small number, really. How many more times will you remember a certain afternoon of your childhood, some afternoon that’s so deeply a part of your being that you can’t even conceive of your life without it? Perhaps four or five times more, perhaps not even that. How many more times will you watch the full moon rise? Perhaps twenty. And yet it all seems limitless.»

E fu sera, e fu mattina.

“La macchina di Dio” si chiamava quel gruppo, e se davvero Dio avesse una band pensereste che debba suonare così: l’apocalisse in una cascata di chitarra, le prime gocce del diluvio scandite dal ritmo delle bacchette che cozzano contro il fianco dell’arca, mentre il cielo si squarcia su un rantolo di basso, un esercito di angeli al galoppo e il loro strazio sta in un unico accordo ripetuto allo spasmo; e tutto terminava con un pianoforte che si sfasciava in un vicolo, o almeno così mi sembrava, a ricondurre il mondo alle sue reali dimensioni agli occhi dell’eternità. Questo trio sconvolgente se ne uscì con un disco che a distanza di vent’anni, con tutti i mutamenti del gusto popolare convulsamente successi e le contaminazioni di genere che oggi vanno per la maggiore, ha ancora la stessa potenza evocativa di allora. Scenes from the second storey, il secondo piano, quello che ci sta sopra la testa – e niente è sfuggito a quell’ottica superiore, ogni aspetto dell’esistenza è stato deframmentato e ricomposto come attraverso un caleidoscopio scricchiolante e allucinato.

Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere.

E mentre i God Machine si spostavano a Praga per concepire il secondo album, un lavoro straziante che trasuda la tragedia incombente, il bassista fu colpito da un’emorragia cerebrale, entrò in coma e morì nell’arco di un’unica terribile giornata. Gli altri due membri del gruppo fecero uscire il disco così com’era, e molte delle canzoni portavano ancora il titolo provvisorio, a significare che tutto era finito nel momento in cui un pezzo del continente si era inabissato. Jimmy Fernandez si spense assieme ai God Machine il 23 maggio del 1994, lo stesso anno in cui Kurt Cobain si faceva saltare il cervello e Fred Sonic Smith lasciava vedova Patti. One last laugh in a place of dying sarebbe rimasto per sempre il suo involontario e profetico epitaffio.

Allora Dio, nel settimo giorno, cessò ogni suo lavoro.

Austin scelse di rimanere a Londra e di dedicarsi a tutt’altra passione, il cinema; mentre l’inquieto Proper-Sheppard continuò a spostarsi senza sosta per l’Europa, col fantasma della morte appeso sopra la testa, senza una via del ritorno, e tutto ciò che fece per sopravvivere allo strazio fu formare un’altra band, che con quella precedente non avrebbe avuto niente a che spartire – semplicemente, non poteva. Dal vuoto generato dall’intensa e fulminante esperienza God Machine creò i Sophia, così chiamati dalla radice greca che vuol dire “conoscenza”, “sapienza”: un concetto in cui il nostro inglobava anche il suo opposto, la non-conoscenza, che per lui rappresentava da sempre la spinta primigenia all’azione e alla scoperta.

Oggi Proper-Sheppard ha una figlia della medesima età che aveva lui quando lasciò gli Stati Uniti per reinventarsi un’anima europea. Non ne ha mai sposato la madre, perché, dice, il suo viaggio è più importante del bisogno di una casa e dell’amore di una donna. Preferisce in ogni caso tenersi alla larga da relazioni sentimentalmente avvolgenti, perché in passato si sono rivelate troppo dolorose per la sua incontrollabile emotività. Nonostante il consenso di Austin e le continue richieste dei fan, nei suoi tour con i Sophia si è sempre rifiutato di suonare le canzoni dei God Machine, adducendo a spiegazione che “gli sembrerebbe una cover band”. Non ha più fatto ritorno in California, se non per il funerale di sua madre e per un breve periodo in cui ha avuto dei problemi col visto europeo; né ha mai preso la cittadinanza inglese, benché Londra sia ormai la città dei suoi pochi e ben calibrati affetti, restando per sempre fedele alla sua idea di espressione musicale che è sostanzialmente un viaggio, un’esperienza totalizzante, e alla necessità di un’esistenza “alla deriva”.

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