Star Trek Discovery: una rifondazione all’altezza dei tempi

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Questo articolo contiene dettagli espliciti sulla trama e gli eventi della serie Star Trek: Discovery. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto la serie, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

Com’era prevedibile, Star Trek Discovery ha scatenato le reazioni più diverse all’interno del fandom. La nuova luccicante incarnazione del franchise, di cui abbiamo saggiato la prima stagione, pare sia riuscita a coprire un’intera scala di sfumature emotive: dall’entusiasmo acritico dei trekker in astinenza al fiero sdegno dei puristi, passando per la political correctness di quelli che “non possiamo tollerare questo schifo guerrafondaio”.

L’operazione iniziata da Bryan Fuller, poi dimissionario, si è rivelata invece molto più raffinata e complessa di quello che può risultare da un approccio condizionato da preconcetti, nostalgia accomodante e conseguenti giudizi frettolosi – come è successo inizialmente al sottoscritto.

Del resto ci aveva già provato il golden nerd J.J. Abrams a rivitalizzare il franchise, con risultati parziali e limitati al format cinematografico: Discovery si spinge ben oltre, rapportandosi alla contemporaneità con coraggio e maturità attraverso uno script articolato che riesce a dosare mirabilmente azione e analisi dei personaggi, colpi di scena e riferimenti politici; mettendo in campo un cast di tutto rispetto.


Dark Trek, una rifondazione

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Possiamo azzardarci a definire Discovery il reset compiuto di ciò che abbiamo finora conosciuto, non un semplice reboot: per diverse ragioni.

La guerra tra la Federazione e i nemici storici Klingon, innanzitutto: tutta la prima stagione ruota intorno al conflitto, sanguinoso come mai in precedenza, e si caratterizza per atmosfere cupe e violente molto distanti dalle serie precedenti. La mia memoria è volata automaticamente alle parole di Whoopi Goldberg/Guinan in uno degli episodi più celebrati e sacri di Next Generation, “L’Enterprise del passato”: “Questa non è una nave da guerra, questa è una nave di pace”. Tutt’altra roba.

Lo stile narrativo ha un piglio adulto nel trattare alcuni temi come nel mostrarli – l’omosessualità in primis, ma anche certa violenza esplicita in precedenza censurata – e utilizza in alcuni passaggi un linguaggio gergale mai sperimentato prima.

È una serie al femminile: i personaggi principali sono in maggioranza donne, tutte ricoprono ruoli di potere e prestigio all’interno delle rispettive organizzazioni di appartenenza.

Anche le tecnologie messe in mostra sono una profonda novità concettuale: la propulsione che muove la nave è una tecnologia green che avrebbe tutti i requisiti per ritenersi fondante, ovvero consentire la nascita di una nuova era nella storia dell’umanità – così come il motore a curvatura diede inizio al primo contatto e all’epopea di Star Trek.


Ambiguità e fedeltà

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Questa prima stagione è strutturata come un viaggio dantesco di redenzione e rinascita, nel quale ciascun personaggio viene in contatto con una zona inesplorata della propria natura tale da mettere in discussione certezze e fedeltà al proprio tradizionale modo di essere al mondo.

Tutti siamo o potremmo essere qualcos’altro, questo sembra essere il messaggio nascosto nella sceneggiatura: bene e male sono trasversali ad ogni schieramento, positivo e negativo si annidano in ognuno di noi, innescati dal contesto.

Michael Burnham: per la prima volta la protagonista non è il comandante di una nave, ma una ammutinata estromessa dai ranghi della flotta per tradimento verso il proprio capitano. Il suo percorso di redenzione accompagna quello della Discovery in una vera e propria discesa agli inferi: dopo aver scatenato il conflitto con l’uccisione del profeta dei Klingon, diventerà l’elemento chiave per risolverlo.

Ash Tyler: al bel tenente spetta il ruolo dell’infiltrato inconsapevole, la cellula dormiente che si svela episodio dopo episodio con un apprezzabile dosaggio di colpi di scena.

Gabriel Lorca: personaggio di spessore, è il colpo di teatro spiazzante e geniale della serie. È l’infiltrato da un’altra dimensione che siede sulla poltrona di capitano: machiavellico e manipolatore, crede fermamente di esser l’uomo del destino come lo furono i più tragici uomini di potere della storia, ma dovrà fare i conti con le donne della sua vita. Considera la federazione “un esperimento sociale destinato a fallire, un infantile idealismo” contrapponendola al mondo adulto dell’Impero poiché “le specie e gli individui non sono tutti uguali, i forti e i capaci arriveranno sempre in alto e ogni essere vivente è più al sicuro e più felice sapendo quale è il suo posto: noi abbiamo il dovere di guidarli”. Un preciso attacco di stampo fascista all’egualitarismo, che mina dall’interno le fondamenta della Federazione.

Sarek: l’ambasciatore vulcaniano è forse l’unica figura che attraversa tutte o quasi le serie del franchise. L’aver sposato una donna umana fa di lui l’archetipo dell’integrazione, il principio primo sul quale è edificata la società immaginata da Roddenberry, un potente simbolo dello spirito Trek. Come padre adottivo di Michael Burnham funge da collegamento con la serie classica, forse la soluzione più forzata e meno convincente dello script.


Saru: un occhio più umano che alieno

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Il personaggio più amabile della serie è quello a cui è affidato il tradizionale sguardo alieno. Dotato di quell’empatia di cui difettavano Spock e Data – e che sembra mancare all’intero universo della Discovery, troppa affannato nella guerra – appartiene a una specie che ricopre il ruolo di preda nella catena alimentare: vive costantemente all’erta e ha sviluppato un istinto che gli permette di sentire un pericolo mortale avvicinarsi. È un alieno che si distingue per un’umanità aggraziata e sofferta: colui in grado di dirci “restiamo umani” quando fuori imperversa la battaglia e le atrocità oscurano la ragione. È l’uomo comune di Frank Capra che deve fronteggiare eventi di rilevanza storica; l’antieroe alle prese con gli spargimenti di sangue procurati da azioni eroiche ma irresponsabili; è la ragione equilibratrice in un contesto impazzito. In questo senso si dimostra il personaggio più lineare e trekkiano della serie, con un animo gentile e l’aplomb dell’ufficiale fedele ai principi della Federazione. Non possiede neppure un doppione negativo: in entrambi gli universi la sua specie è condannata a vivere nella paura, addirittura schiavizzata e usata come cibo nell’universo allo specchio.


Federazione e Klingon: raccontare il presente

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Star Trek da sempre ha immaginato il futuro per raccontare il presente, assurgendo a indicatore dello stato di salute della democrazia a stelle e strisce: nata come rappresentazione della visione kennediana della Nuova Frontiera, si è sviluppata mantenendosi sempre in simbiosi con la realtà.

Fatto sta che le due più popolari produzioni del franchise coincidono con i periodi di maggiore prosperità socioeconomica e vivacità culturale del dopoguerra americano: gli anni ’60 dei grandi cambiamenti sociali, in cui comparve la serie classica (1966-1969); e quelli a cavallo tra ’80 e ’90, quando lo sfaldamento del blocco sovietico consegnò agli Stati Uniti il ruolo di potenza mondiale egemone, periodo nel quale fu prodotta The Next Generation (1987-1994).

Non poteva essere diversamente in questa incarnazione del XXI secolo, con il mutato scenario internazionale che impone nuove riflessioni.

A prima vista lo schema narrativo appare fin troppo classico: buoni e cattivi, cowboy e indiani, Federazione e Klingon. Il riferimento alla minaccia jihadista e al fondamentalismo islamico, nuovi nemici dei valori occidentali, è fin troppo scontato. Ma c’è una novità nella rappresentazione del nemico ideologico: si insinua una velata autocritica, fa breccia un sottile revisionismo storico che utilizza i Klingon come simbolo di istanze plurime, a seconda dei livelli di lettura.

Il primo livello è lo scontro di civiltà portato dal fondamentalismo islamico, con la sua idea di purezza e fedeltà al verbo del profeta – “restiamo Klingon!” è lo slogan che li unisce. Sempre in quest’ottica, ma con una sfumatura revisionista, gli stessi Klingon fanno propria la retorica terzomondista che vede nell’Occidente il colonizzatore dai modi gentili (“veniamo in pace”), facendosi portavoce di tutte le culture arcaiche annientate dal contatto con la modernità occidentale, dalle civiltà precolombiane ai nativi americani. L’aggancio con l’attualità è dato dalla condivisione di quelle ansie identitarie e xenofobe che agitano dall’interno il nostro occidente, contrapposte all’aspirazione universalista/globalista di una società aperta e multiculturale – l’imprinting kennediano di Roddenberry.

Ma per quanto i Klingon siano rappresentati in tutta la loro crudeltà – si cibano dei propri nemici – oltre ad essere terrificanti nel riuscito restyling estetico – superbo, una delle novità più apprezzabili – ad essi appartengono alcuni fra i momenti più coinvolgenti della serie. I loro sogni di purezza e difesa della propria identità culturale sono espressi con una tale intensità drammatica da far sembrare meschino l’equipaggio della Discovery: è la stessa appassionata vitalità che animava il pioniere Kirk, o l’autorevole moralità che potevamo trovare nelle parole di Picard.

Viene allora da chiedersi se la vera spinta utopistica messa in mostra sia quella (reazionaria) dei Klingon, che aspirano a un ritrovato Impero capace di riunire le diverse tribù: perché sul fronte opposto, la Federazione dei Pianeti Uniti continua la propria missione con minore slancio idealistico e maggiore pragmatismo, nicchiando come di consueto tra regolamenti e burocrazia tecnocratica. Solo nell’episodio conclusivo, al termine di una parabola in cui la nave e il suo equipaggio riemergono dall’inferno per riveder le stelle, assistiamo a un sussulto d’orgoglio e all’affermazione convinta e roboante dei principi fondativi e non negoziabili che ci hanno fatto amare la saga.

Da questa prima positiva stagione riusciamo quindi a ricavare un’immagine significativa delle pulsioni della nostra epoca: la paura di un futuro carico di incertezza e minacce, un presente faticoso che non accende gli animi, la conseguente idealizzazione del passato che diventa progetto politico ai limiti dell’utopia.

In conclusione, ecco una serie che riesce a far parlare di sé e a catturare l’attenzione del neofita come dell’appassionato, per la capacità di rimescolare le carte e non sottostare ai cliché che l’avevano ormai relegata tra i memorabilia del XX secolo, come pregiato articolo vintage dello scaffale Space Age.

La svolta intrapresa è paragonabile allo scossone con cui Star Trek The Next Generation nel 1987, vent’anni dopo la serie classica, riscrisse e attualizzò i canoni della saga: ora attendiamo la seconda stagione per avere conferma di questo giudizio.

 

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