Alexanderplatz: la caduta del muro secondo Milva e Battiato

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Quando Alexanderplatz comincia a far parlare di sé, l’omonima piazza di Berlino è parte della Germania dell’Est; il muro che divide la DDR dalla BDR è ancora in piedi e i cittadini delle due repubbliche tedesche vivono sulla propria pelle l’urto di realtà diametralmente opposte fra loro. Siamo nel 1982 e le radio italiane trasmettono questo brano che, più che una “semplice” canzone, è un vero scorcio su una realtà ben precisa oggi lontana dalla nostra concezione.

Prima di ricevere il titolo e il famosissimo testo cantato da Milva (adesso come allora molto popolare in Germania), però, questo pezzo di Franco Battiato, Alfredo Cohen e Giusto Pio si presenta con un aspetto differente, andando a toccare un argomento per la maggior parte dei casi ancora tabù. Nella versione originale del 1978, infatti, Valery – proposta dallo stesso Cohen – è dedicata alla giovane transessuale ed attivista Valérie Taccarelli, che l’autore ed interprete conosce in quello che diventerà successivamente il Cassero LGBT Center.

Si tratta, quindi, non di un brano vicino a tutte le mille declinazioni dell’amore che la musica italiana riserva al proprio pubblico ma ad una narrazione realistica, benché molti passaggi (soprattutto musicali, ma anche alcuni frammenti testuali) siano simili. Valery comunque resta un pezzo molto di nicchia, così come i suoi autori – all’epoca collaboratori di Gaber e che conoscono maggiore e “popolare” notorietà qualche anno più tardi – destinato, in questa versione, ad essere suo malgrado sepolto nel mare delle novità nazionali ed internazionali del tempo.

Arrivano gli anni ’80 e, dopo le monografie dedicate ad Ennio Morricone, Mikis Theodorakis ed Enzo Jannacci, Milva decide di dedicare la stesura di musica e testi dell’intero album in uscita nel 1982 a Franco Battiato: è il primo della trilogia e si intitola Milva e dintorni, seguito nel 1989 da Svegliando l’amante che dorme e nel 2010 da Non conosco nessun Patrizio!. È proprio in questa occasione che l’autore rispolvera Valery, le cambia volto e le confeziona un abito nuovo, fatto su misura per la voce della Rossa.

Il lavoro di Battiato parte dalla modifica del testo, che diventa quindi una sorta di quadro realista in musica; è un’operazione complessa, già attuata da grandissimi nomi (uno su tutti Giacomo Puccini per quanto riguarda l’opera, ma anche il Lied di Schubert La Trota è un buon esempio), forse agevolata in questo caso dal potersi affidare alla narrazione in senso stretto. Mantenendo la tecnica dell’enjambement – l’interruzione del verso prima che la frase sia compiuta – l’autore siciliano ci accompagna nella famosa piazza di Berlino Est, dopo un’introduzione di sintetizzatori (tanto amati negli anni ’80 e già presenti nella versione del 1978) e batteria, avvolta nella nebbia di febbraio.

La voce di Milva per i primi quattro versi è sussurrata, teatrale, in modo da prendere gradualmente più forza con l’avvicinarsi del ritornello – la vera aggiunta di questa nuova versione, prima inesistente – in cui esplode cantando il nome del luogo descritto, Alexanderplatz appunto. Non si sa nulla della protagonista, ad eccezione del fatto che lei in quella città non vive da sempre ma è arrivata da non molto tempo, a giudicare dalla bidella che le chiede “Come ti trovi a Berlino Est?”. È nella parte subito precedente l’inciso, però, che si trova il punto di collegamento con il testo di Valery: seppur con le dovute modifiche, Battiato riprende quelle che un tempo erano la fine della terza e l’inizio della quarta strofa, sostituisce i riferimenti che riguardano l’attivista italiana con quelli rivolti alla nuova protagonista, stanca e sola. La vita al di là del muro è grigia, fredda, la frontiera sembra avere la stessa valenza delle colonne d’Ercole, il limite estremo oltre il quale non si può andare; fino a lì si fanno “quattro passi a piedi”, poi si è costretti a tornare indietro, anche se si è in compagnia e, soprattutto, anche se la voglia di rompere quell’isolamento è molto forte.

A circa metà della canzone (composta da una ripetizione dello schema strofa-ritornello) ci sembra quasi di sentire il freddo di quell’inverno tedesco, di camminare nel buio di una città ancora ignara di ciò che sarebbe accaduto di lì a sette anni. Dopo un breve momento strumentale, siamo di nuovo immersi nella vicenda di questa lei sconosciuta, che per evadere dalla solitudine si immagina come una sorta di Cenerentola, costretta nelle faccende domestiche in qualche abitazione agiata ma nel proprio cuore una “vera principessa, prigioniera del suo film che aspetta all’angolo come Marlene [Dietrich]”; ancora un riferimento alla quarta strofa di Valery, qui spogliata della citazione di Liz Taylor e posticipando l’arrivo di Schubert all’ultimissimo verso della canzone.

Di nuovo l’esplosione del ritornello, con il suo “Alexanderplatz auf wiedersehen” urlato, perché l’addio ad un posto che ti costringe entro i limiti di un muro controllato dai soldati va gridato, non represso o tenuto dentro. L’attenzione torna infine ancora una volta alla quotidianità, con l’invito ad andare a teatro per ascoltare Schubert rivolto ad un interlocutore che, probabilmente, è la stessa bidella che, nella prima strofa, “ritornava dalla scuola un po’ più presto per aiutarmi”. Il tema del ritornello si presenta ancora, ma come breve assolo di pianoforte: la voglia di allontanarsi per sempre da lì non svanisce cercando un modo per distrarsi, ma anzi risiede – incapace di assopirsi – in un angolo del cuore e della mente. Perché sa che, prima o poi, potrà davvero e finalmente dire addio ad Alexanderplatz.

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