La storia della musica in 6000 caratteri

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È possibile sintetizzare la storia della musica e l’evoluzione del suo linguaggio in 6000 caratteri? È la sfida che si pone l’articolo che v apprestate a leggere.

Come e perché l’uomo primitivo, a un certo punto, sentì l’esigenza di inventare e adottare un linguaggio nuovo che non parlasse più con parole e gesti, ma con suoni? Difficile trovare risposte certe e testimonianze documentabili. Non esistono prove su quale possa essere stato il Big Bang della musica.

Plausibilmente il primo suono nacque cercando di imitare le voci della natura. Ma cosa spinse l’uomo in questa ricerca?

Secondo Herbert Spencer la musica scaturì come sfogo psichico ed emotivo, quando l’uomo cercò di esprimere le proprie emozioni usando un linguaggio diverso dalle parole; qualcosa che potesse comunicare sentimenti forti, che le parole non sarebbero riuscite a esprimere con la stessa efficacia.

Darwin non accettò mai questa tesi, essendo convinto che la capacità di creare un linguaggio musicale non fosse prerogativa dell’uomo. A suo avviso bastava osservare il mondo animale per rendersi conto di come fosse insita in tutti gli esseri viventi e il più delle volte legata funzionalmente alla competizione sessuale, alla possibilità dell’individuo di essere scelto dal partner. Darwin, in pratica, affermava che la musica non era, come per Spencer, un’elaborazione culturale arrivata nella maturità psichica ed emotiva dell’uomo, ma una pratica molto più remota, radicata e distribuita nel mondo vivente.

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Charles Darwin (1809-1882)

Personalmente non posso che schierarmi con Darwin. La musica, d’altronde, è iscritta nel nostro DNA ed è all’origine delle cose. Ma come si è evoluto questo linguaggio, sullo spartito?

All’inizio c’erano pochissime singole note, tutte molto vicine, legate, senza pause e senza accordi (la monodia, o canto a una voce, del canto gregoriano). In seguito la polifonia, che era in sostanza uno sviluppo del gregoriano, realizzò più linee melodiche cantate contemporaneamente. Fino a quel momento le note si erano sviluppate orizzontalmente, succedendosi una all’altra (melodicamente). Improvvisamente si sentì l’esigenza di sperimentare il suono in senso verticale, coagulando le note in accordi e aprendo così all’armonia. Iniziò quel complesso fenomeno di organizzazione dei suoni che va sotto il nome di sistema tonale. I compositori concentrarono la propria attenzione armonica sulle note “più forti” di una scala e sugli accordi costruiti obbedendo a leggi precise che li ponevano necessariamente in relazione rispetto a un centro gravitazionale rappresentato dalla tonica o fondamentale. Elemento portante del sistema tonale era temperato equabile che prevedeva la divisione dell’ottava in dodici parti perfettamente uguali: i semitoni. Tutte le convenzioni musicali, l’accordatura degli strumenti, si basavano su di esso. Un metodo che tuttavia non costituiva l’ordine naturale dei suoni. Tutte le distanze tra un semitono e l’altro, furono, infatti, temperate (cioè corrette) in modo da essere rese, appunto, equabili, uguali fra loro. Il temperamento equabile “stonò” tutti i suoni rispetto alla loro vibrazione “naturale”, preferendone l’uguaglianza. In questo modo l’uomo “temperò”, cioè mitigò e diede una misura alla natura. Il barocco e il periodo classico non fecero altro che decorare e ornamentare ancor di più questo sistema. Solo con il romanticismo nacque l’esigenza di sviluppare profondità emotive capaci di metterlo in discussione. L’uso più esteso delle pause e del ritmo, i cambi di tonalità nello stesso brano per ricercare nuovi spazi sonori e timbrici, non produsse altro, però, che un depotenziamento del sistema tonale senza intaccarlo nel profondo.

Il centro di gravitazione della tonica, che fino allora aveva controllato le tendenze centrifughe dell’armonia, rimase al suo posto.

La tonica continuò ad avere la forza di richiamare a sé quelle forme e quegli espedienti che pure erano stati inseriti per seguire altre strade: dissonanze di passaggio, cromatismi o intere traslazioni di tonalità (modulazioni). Ci vorrà ancora del tempo affinché le dissonanze diventino strutturali e non più ornamenti. Il cordone ombelicale fu reciso, infatti, solo all’inizio del ‘900. Da quel momento scale e accordi furono usati come elementi a sé stanti senza riferimenti a schemi e logiche tonali, riuscendo a produrre musiche nuove che gettarono le basi per superare il sistema tonale.

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Arnold Schönberg (1874-1951)

Molti compositori si indirizzarono verso il tracciato disegnato da Schönberg. Il suo sistema, chiamato dodecafonico, si fondava su un principio opposto rispetto a quello tonale. La tonica, infatti, non era più attrattiva e conseguentemente a ogni nota (peraltro della scala cromatica di 12 note) veniva assegnato un identico peso. Davanti a un sistema così rivoluzionario sembrò che non ci fosse più nulla da poter violare e invece alcuni autori (dopo il “manifesto” rumorista di Russolo del 1913) osarono ancor di più facendo entrare nel mondo musicale anche il rumore (Varèse). Diedero in questa maniera spunti e materiale a chi successivamente fonderà veri e propri movimenti d’avanguardia: la musica concreta di Schaffer (che si fondava sulla registrazione su nastro magnetico di suoni e rumori ambientali), quella provocatoria e di sperimentalismo radicale di Cage, la minimale di La Monte Young o quella seriale-ripetitiva di Stockhausen. Tutte queste esperienze e ricerche erano accomunate dall’esigenza di formulare un linguaggio sonoro libero da ogni vincolo con la tradizione e improntato alla conquista di nuovi mondi sonori. Mondi che, però, non fecero altro che tornare inconsapevolmente all’origine. Per dirla alla Charles Ives, inserirsi fisicamente tra gli spazi dei tasti del pianoforte e vedere se era possibile ottenere nuove scale e nuovi suoni portò a regredire verso la vibrazione creatrice, verso i suoni naturali liberi da temperamenti e aggiustamenti.

Possiamo ritrovare questa regressione nella New Age o nelle nuove avanguardie elettroniche che hanno adottato minimalismi ipnotici, rivendicando l’ordine naturale dei suoni che era stato prerogativa dei popoli antichi della Terra.

Il video che trovate qui sotto rappresenta proprio l’evoluzione che vi abbiamo descritto, in modalità visuale.

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Dario Giardi ama la musica, la fotografia e la scrittura, ed è l’autore di Viaggio Tra Le Note. I segreti della teoria e dell’armonia musicale (2016, edito da I Libri Di Emil). Seguilo su Facebook e Twitter.

 

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