Jurassic Park: la tensione, l’alchimia, il cuore di Steven Spielberg

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Era la fine di un estate particolarmente calda e lunga e forse lo sono tutte quelle stagioni che si vivono nell’età della fanciullezza. Sotto la mia incessante pressione mia madre decise di portarci, me e il mio migliore amico, al cinema. Avevamo dieci anni e fummo inconsapevoli testimoni di una delle più importanti pellicole del cinema moderno. Nel 1993 usciva infatti Jurassic Park di Steven Spielberg, dal romanzo di Michael Crichton e la scrittura di David Koepp, sceneggiatore di opere come Carlito’s Way e il Mission Impossible di Brian De Palma, ad oggi probabilmente il migliore della serie.

Nella storia, la volontà dell’eccentrico miliardario Professor Hammond di aprire un parco divertimenti con protagonisti i dinosauri, la sua grande passione. Nel titanico progetto Hammond ha bisogno di scienziati e ricercatori, che testimonino e avallino l’apertura del parco, per poi convincere a loro volta i finanziatori. Fondamentali dunque le figure dei principali protagonisti, il paleontologo Alan Grant, la paleobotanica Ellie Sattler e l’avido avvocato Donald Gennaro, chiude il gruppo lo stravagante matematico Ian Malcom. L’architettura del progetto di Hammond pone le sue basi nella scienza ed in particolare nella tecnologia della clonazione. Utilizzando del sangue estratto da alcune zanzare vissute nel periodo Giurassico cristallizzate nell’ambra e terminando il processo attraverso l’utilizzo del DNA di un rospo, il gruppo di scienziati diretti dal dottor Henry Wu riesce così nella volontà dello stesso Hammond di riportare in vita specie di dinosauri ormai estinti.

Lo scopo della settima arte è -o quantomeno dovrebbe essere- quello di emozionare.

Negli anni un po’ tutti abbiamo visto a più riprese Jurassic Park e si può tranquillamente affermare che ancora oggi rimane un tassello necessario nella fantascienza.

L’utilizzo degli effetti speciali, spinto ai massimi storici fino a Terminator 2, trova in Jurassic Park la sua naturale e fantastica prosecuzione. Il film di Spielberg infatti condivide con quello di Cameron la stessa piattaforma tecnologica della Industrial Light & Magic e degli Stan Winston Studios.

La risultante è una festa per gli occhi e le animazioni dei dinosauri sono ancora oggi praticamente sempre perfette. Non vi sono delle scene che prevalgono sulle altre in quanto a maestosità e accurata ricerca, ma è impossibile dimenticare la sequenza iconica del Tyrannosaurus rex. Si,proprio quella. Le recinzioni perimetrali del parco in seguito ad un black out sono prive di elettricità e il T-rex, cosi è libero di uscire.

La scena che segue è semplicemente scuola, un trattato di altissima cinematografia.

Con le auto dei visitatori praticamente davanti al dinosauro si innesca il più antico e naturale dei meccanismi. Un predatore e una preda. I due fuoristrada sono vicini al T-rex, che intanto a inizia ad incuriosirsi alla prima auto con all’interno i nipoti dello stesso Hammond e quasi contestualmente la cappotta e inizia a farla a pezzi. Il paleontologo Alan Grant, nella seconda auto insieme a Malcolm, comprende la criticità della situazione e decide di distrarre il dinosauro con un fumogeno. L’artefizio funziona, lo studioso prende tempo e cattura l’attenzione del T-rex.

Ci riprova inutilmente il matematico Ian Malcom e il piano questa volta non funziona. Grant e i nipoti però riescono a fuggire, Malcolm viene ferito e l’avvocato precedentemente nella prima auto con i nipoti di Hammond viene divorato.

Spielberg riesce ad imprimere a questa serie di immagini una potenza ed un pathos estremi e continui. Durante la visione si ha la reale impressione di essere in pericolo, il processo empatico e il coinvolgimento sono massimi. Dalla fisica del dinosauro con i suoi movimenti (sei ore per fotogramma), all’impatto sonoro con i versi che si alternano da aggressivi e altissimi a semplici respiri, quelli che fa il sauro quando con l’olfatto cerca di intercettare l’odore. Tutto ha una sua logica calibrata con sapienza e chirurgia e il talento immenso di un regista che ha saputo produrre film formidabili, sempre.

La storica vibrazione dell’acqua nel bicchiere in auto o nell’orma stessa del Tyrannosaurus rex che indica il pericolo imminente, ad ogni visione, anche negli anni trasmette la medesima sensazione di emozione e terrore.

A proposito di emozione: le recenti produzioni internazionali, che siano o meno concernenti la fantascienza, riescono ancora a emozionarci o sorprenderci ?

Al di là della malinconia del tempo che passa o al di là della fascinazione per i mostri sacri del passato o delle loro relative opere effettivamente, è difficile almeno ad oggi ipotizzare la ripetizione o addirittura il superamento stesso di film ancora attualmente perfetti. E qualora vi stiate interrogando su quale sia la necessità di replicare un capolavoro in qualità o estro, o eventualmente superarlo, la risposta è relativamente semplice: la noia. Anzi, la noia infinita.

La necessità è dunque forzata dall’istanza volta alla creazione di opere emozionanti nuove e dinamiche. Quindi probabilmente non noiose. Le risposte nel cinema a rafforzare questa ipotesi sono innumerevoli. L’ultimo Jurassic World, nemmeno lo si può accusare di lentezza, in quanto fluisce piuttosto regolarmente, ma non rasppresenta nulla di nuovo. Oltre all’abbagliante impatto visivo non c’è altro, e purtroppo non vi può essere altro se non un grande contenitore sonoro e visivo. Nel Jurassic Park di Spielberg alberga il concetto eterno di ciclo e selezione naturale, in questo caso la natura ha indicato i dinosauri all’estinzione e l’uomo si è frapposto in questa meccanica, rappresentata magistralmente. Questo, già di per sé è un contenuto molto grande, una base solida e plausibile.

Nel cast assistiamo ad un perfetta alchimia tra gli attori: Sam Neill (Caccia a Ottobre Rosso, Lezioni di Piano) e Laura Dern (Velluto Blu, Inland Empire) sono i messaggeri abilissimi di un concetto complesso e affascinante. Nelle loro esemplari interpretazioni notiamo con piacere e attenzione le rispettive crescite dei personaggi, altro importante blocco del film e altro ovvio pollice in su. Alan Grant soffre la presenza dei nipoti del Professor Hammond e la collega non manca di ironizzare con eleganza e intelligenza sulla situazione. In una dinamica relazionale a cavallo tra l’amicizia e il flirt, tra i due protagonisti, che si stimano e punzecchiano a più riprese, si inserisce Ian Malcolm, il Jeff Goldblum delle grandi performance de La Mosca e lo straordinario Le Avventure Acquatiche di Steve Zissou. Il Professor Hammond è il gigantesco Sir Richard Samuel Attenborough, attore storico e regista Oscar per Ghandi. E Ray Arnold, il capo ingegnere del parco, è Samuel L. Jackson.

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Dunque un cast imponente, ma al timone vi è un fuoriclasse e non sono mai presenti sequenze o dialoghi stucchevoli o eccessivi: tutti i personaggi funzionano e interagiscono fra loro naturalmente. Alle spettacolari sequenze visive sempre funzionali, cosa rara e fondamentale, o ai massimi momenti di tensione, vi sono delle soste “attive” straordinarie che alternano con intelligenza ed equilibrio le azioni e i blocchi principali dello svolgimento.

Questo sistema non rallenta lo sviluppo della trama, anzi crea il giusto livello di tensione, aumentato a dismisura e mantenuto stabilmente per tutta la durata del film, come si confà ai grandi soggetti e quindi alle grandi pellicole. Il video introduttivo alla logica della clonazione, attraverso un tutorial a cartone animato in una sala cinema del parco, con il Professor Hammond che interagisce più o meno puntualmente con il suo alter ego animato, è un momento di una godibilità estrema: è intelligente e, pur essendo effettivamente esplicativo, Spielberg utilizza l’ironia per raccontare un concetto altrimenti didascalico.

Un’altra tra le diverse sequenze memorabili è quella che vede protagonista il programmatore del parco e che poi farà da innesco a tutte le azioni conseguenti. Wayne Knight è Dennis Nedry, il programmatore del Parco che lavora alle dipendenze del Professor Hammond. Nedry non è soddisfatto del trattamento economico da parte del magnate e, previo cospicuo compenso, si accorda per sottrarre diversi e rari embrioni di dinosauri, disattivando però il sistema di sicurezza del parco stesso, al quale è legato il sistema di sicurezza delle recinzioni perimetrali, i telefoni e il blocco delle porte delle auto guidate. I livelli di concentrazione e tensione anche in queste sequenze sono altissimi. La complessità della logica delle vicende viene espressa con semplicità e scorrevolezza. Concetti articolati, per quanto assurdi come rubare un embrione di dinosauro o realizzare che la propria incolumità è minata da un Velociraptor, giungono a noi come comprensibili e familiari. Spielberg, come altri grandi Maestri, eccelle infatti anche nel processo di empatia e familiarizzazione del pubblico con realtà contestuali o storie altrimenti difficilmente assimilabili, ma il punto non è questo. Il punto è rappresentato dalle sopracitate “soste attive” e di come possono accrescere o impreziosire in determinati momenti l’attenzione e il messaggio da comunicare. Le sequenze che coinvolgono Nedry sono differenti, ma da quando disattiva la corrente e ruba gli embrioni diventano fondamentali. Bene, in questo passaggio vi è una scena assolutamente significativa che coinvolge Nedry anche se indirettamente.

L’altro programmatore, Ray, con il computer prova ad accedere insieme ad un preoccupato Hammond a tutte le funzionalità del parco ma le trova tutte a più riprese bloccate. Si sposta quindi sul computer di Nedry. Il messaggio che ne consegue è un altro pregevolissimo metodo visivo e di scrittura per incrementare la tensione ed accompagnare gli eventi già comunque autonomi ed esaustivi. Nella frase “Non hai detto la parola magica” alberga la nera ironia di un programmatore stanco e senza scrupoli, e contestualmente è proprio l’umorismo che amplifica ed estende la sensazione di paura ed impossibilità.

Le sfumature e le interpretazioni che offre Jurassic Park sono diverse ma probabilmente portano tutte ad una considerazione preliminare. Jurassic Park è un film unico, stipando nel termine unico tutte le accezioni positive conosciute possibili. La generazione di Jurassic Park è stata testimone, insieme ad altri capolavori contestuali, di un fenomeno cinematografico assoluto. Perché oltre agli effetti speciali, tra i migliori di sempre, oltre ad un impianto sonoro semi-divino con John Wiliams alla composizione e George Lucas alla supervisione, c’è altro, c’è molto altro. C’è il cuore di Steven Spielberg, questa sensazione si percepisce prepotente fin dall’inizio della pellicola e non potrebbe essere diversamente.

Il cuore è quello di Frank Abagnale Junior, un immenso Di Caprio in Prova a Prendermi e tutta la sua volontà di riscatto e di nucleo familiare. Il cuore è quello della comunicazione universale tra civiltà attraverso la musica, nel caposaldo Incontri ravvicinati del terzo tipo o E.T. Il cuore è quello della rappresentazione della devastazione della guerra in Schindler’s List o Salvate il Soldato Ryan.

Oltre il mezzo tecnico, oltre l’artifizio visivo, c’è il talento e il cuore che ci emoziona.

Nonostante gli anni e le innumerevoli visioni, lo script e le battute degli attori a memoria, Jurassic Park rimane un esperienza atemporale e sempre intensa. L’emozione, rimane tale come la prima volta al cinema, come solo i grandi Maestri sanno suscitare. È quella che viene fuori quando lo scintillante Professor Hammond pronuncia la sua leggendaria frase consegnata alla storia: “Professor Grant, mia cara professoressa Sattler, benvenuti al Jurassic Park!”

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