Motörhead-Ramones: due storie parallele, un legame irriducibile

Eddie Clarke è morto neanche tre anni dopo i suoi compagni Motörhead, Phil Taylor e Lemmy Kilmister. Tutto accadde tra il 2015 e il 2018.

Fino a qualche tempo fa, sarebbe stato “solo” l’arco temporale tra due dischi dei Motörhead, nient’altro. Perché potevano passare le mode, i canali dove veicolare la musica o addirittura i suoi formati, ma una cosa che non si modificava dagli anni ’70 ad oggi era il rituale continuo con cui il terzetto dovesse fare un album ogni n mesi. Quasi un imperativo. Poi sembra essere accaduto qualcosa simile ad un bug, un errore di sistema: appena deceduto “Philty Animal” Taylor, è come se si fosse sciolto l’incantesimo della loro invincibilità. Si sono accorti quasi per sbaglio di essere anche loro mortali e si sono trascinati così, uno dopo l’altro, come una catena. La stessa tragica sequenza che, dal 2001 al 2004, ci portò via Joey, Johnny e Dee Dee dei Ramones: in un soffio. Un alito di vento che sembrava fosse durato appena quanto una loro canzone standard. Sì, il batterista storico Tommy “resisterà” altri dieci anni in loro memoria, ma quei tre erano il fulcro di un party sempre pronto ad esplodere, il trademark consolidato negli anni, con testardaggine.

Non a caso R.A.M.O.N.E.S fu un brano scritto proprio dai Motörhead, nell’album intitolato “1916”. Joey, ascoltandola, dichiarò che quella canzone rappresentava una sorta di tributo definitivo per la loro carriera: “è come se John Lennon scrivesse un brano per te”. Tale frase fu tutt’altro che un gesto di tiepida cortesia, perché cinque anni dopo i fratellini del punk presero il pezzo e lo inserirono nella propria scaletta persino nel canto del cigno della loro carriera. In agosto del 1996, Lemmy Kilmister si ritrovò a cantare il brano con loro, i destinatari di quella lettera musicale colma di stima. Ma non si limitarono a ciò, i Ramones decisero di eseguirla anche in studio, per ben due volte. La prima in ¡Adios Amigos!, quattordicesimo ed ultimo album della band punk di New York, l’altra nel Greatest Hits, dove a cantarla è Joey.

È divertente constatare che i Motörhead non ne vollero sapere di cedere, e fecero 2-2, registrandone un’altra versione come bonus track di Kiss of Death nel 2006. Sdrammatizzando, ci sarebbe da immaginare i Ramones rialzarsi dalle lapidi (a mò di video di Pet Sematary) per inciderne una terza take anche domani e così via. Non per una questione di antagonismo, ma di principio.

Quel dogma che hanno portato per decenni, la lode alla ripetizione. Dove per “ripetizione” non si intende una mera circostanza ciclica che ti accompagna in un tracciato fatto di noia, ma diventa un vanto verso un qualcosa di affidabile, che si ripete perché funziona. Le discografie di Ramones e Motörhead sono la cosa che più si avvicinano alle vecchie scarpe di tela simil Superga o ad un Jeans da mercato: rozzi, semplici, ma efficaci. Possono variare impercettibilmente d’estetica, ma il modello è quello nel bene o nel male: sai ciò che compri e conosci quanto ti possa durare. Sei conscio che non si romperanno durante quella stagione, così come un album di una delle due band non lo sputerai fuori dal lettore della tua automobile ai primi ascolti, se già ne conosci altri.

Devi uscire un pomeriggio e non sai bene in che posto andrai? Scarpe di tela. Allo stesso modo, ad un amico piacciono Punk e Metal un po’ in percentuali disordinate e non sai che accidenti prendergli? Bomber o Leave Home. Rischi che ce l’ha? Allora Iron Fist o Too Tough to Die. Tanto nessuno posside tutti gli album ne dell’una ne dell’altra band e raramente sbagli se spari nel mucchio. Soprattutto se con i Motörhead ti fermi a quel 1982 che sancisce il periodo della lineup che la storia maggiormente ricorderà, quella che un sound l’ha scolpito. Il basso schiaffeggiato con quelle dita da agricoltore, gli assoli graffianti mentre la batteria controllava che la voce di Lemmy sgravasse il giusto.

Phil Taylor e Eddie Clarke non furono né i fondatori della band inglese, né i membri più longevi. Eppure nella storia della musica (e di un marchio) bastano pochi anni per fissare un chiodo inamovibile, fatto di martellate del calibro del disco omonimo o Overkill. L’essenzialità delle poche note, il fragore da lamiera, così divennero la band che metteva d’accordo Punk e Metallari. Non che ci fossero reali motivi di attrito tra categorie (anzi, dall’Hardcore nacque praticamente il Thrash Metal), però era normale competizione che è possibile riassumere nel “giocare a chi ce l’aveva più grosso”. Entrambe le band hanno svezzato generazioni di musicisti che hanno visto fortune migliori delle loro, con magari un impatto mediatico più imponente, ma sono rimasti a testa bassa a svolgere il loro “mestiere” nonostante tutto.

Un dito medio verso svolte stilistiche ed evoluzioni, quando i Motorhead fecero uscire March ör Die (andando verso il Blues e Rock) o i Ramones si avvicinarono a Phil Spector (per End of the Century) i risultati furono decisamente convincenti, eppure si tornò poi abbastanza velocemente sui propri passi, non era più la stessa cosa. Due esemplari straordinari di come a volte non sia la mancanza di coraggio a far radicare le band in un sound specifico ed immobile, trattasi invece di una sorta di missione spirituale che esse avevano nei confronti della scena musicale di quei decenni. Passando “illesi” in mezzo a correnti New Wave, Grunge, ma anche tra Mtv e i suoi Videoclip.

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A differenza dei Ramones, i Motörhead non ebbero un ultimo concerto consapevole, tanto meno con Eddie Clarke e Phil Taylor accanto a Lemmy. Il bassista ha sempre allontanato ogni possibile chances di reunion della lineup storica, la considerava una mancanza di rispetto nei confronti dei suoi attuali membri di formazione. Quindi, in un certo senso, i “Three Amigos” della copertina di Aces of Spades è come se non fossero mai invecchiati davvero: sono ancora lì, vestiti da cowboy in quella sorta di deserto stile Arizona che fa da sfondo. E non importa se in realtà, quella foto fu scattata improvvisando della sabbia intorno ad una rara giornata di sole ad High Barnet, a nord di Londra: questo divertente aneddoto è l’unico dettaglio “finto” di un disco puro, grezzo e autentico.

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