Tutti i Soldi del Mondo: il disappunto sul merito e il rimpianto per il grande assente

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L’anno scorso, in un caldo e soleggiato pomeriggio romano decido di recarmi in centro, puntando il mio cinema preferito. Parcheggio l’auto sul lungo Tevere e, passando per Piazza Navona, noto immediatamente un carrello di almeno trecento metri che la percorre per tutta la sua lunghezza.

Incuriosito mi avvicino alla sicurezza, che mi risponde in modo sommario e veloce che si trattava di una produzione italiana. La portata numerica delle persone sul set, le diverse bellissime auto d’epoca e la conseguente puntuale ricostruzione estetica immediatamente mi hanno fatto pensare che il set non fosse italiano (con il massimo rispetto per le maestranze nostrane).

A pochi metri infatti c’era Ridley Scott e tutto il suo meraviglioso arsenale di collaboratori.

L’atmosfera era permeata dalla silenziosa professionalità della troupè e dalla bellezza complessiva di un contesto che faceva perfettamente pensare ad una Roma anni ’70.

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Mi trovavo infatti sul set di Tutti i Soldi del Mondo, l’ultima fatica del cineasta inglese. E onestamente, quando in questi giorni ho potuto finalmente vedere il film in sala, devo dire che tutta l’emozione e la bellezza premesse sono poi parzialmente svanite. Al centro del film c’è un sequestro, anzi IL sequestro, datato 1973 e avvenuto proprio a Roma per opera della malavita calabrese, rimasto ancora impresso nell’immaginario italiano e internazionale per un cognome, pesantissimo: quello dei Getty e del nipote di Jean Paul Getty preso in ostaggio. Il 10 novembre dello stesso anno, alla redazione del Messaggero sarà recapitata una busta con un lembo dell’orecchio del ragazzo, che verrà poi liberato il successivo 15 dicembre, dopo cinque mesi di prigionia.

Il punto è abbastanza semplice: Ridley Scott con il suo cinema, negli anni ha abituato il pubblico a visioni di altissimo livello. Non servono molti aggettivi, forse basta menzionare Blade Runner o Alien per comprendere la portata del suo cinema straordinario. Diciamo che da Robin Hood passando per Prometheus c’è stata una delusione cocente, arrivando poi al Procuratore, film sopportabile soprattutto per il cast stellare, fino al tremendo Covenant. Queste alcune delle ultime produzioni del regista, che onestamente poco o nulla hanno in comune con la sua straordinaria visione.

Se l’approccio a Tutti i Soldi del Mondo è scevro dalla conoscenza del potenziale immenso della cinematografia di Scott, forse potrebbe anche passare come un film da vedere magari un sabato a casa quando la migliore offerta è C’è posta per te.

La parvenza del film è quella di argomentare un sequestro. Ma rimane purtroppo solo e soltanto parvenza.

In realtà (e risulterebbe anche piacevole) la percezione effettiva è quella di una biografia, inizialmente quasi perfetta, grazie ad un monumentale Christopher Plummer. Il grande talento imprenditoriale di una figura leggendaria come Jean Paul Getty è  eclissato dalla sua quasi viscerale connessione col denaro e dal suo grande interesse per la cultura e le opere d’arte, e ciò fa collassare un film buono, che probabilmente poteva avere più senso se rimaneva appunto nella dimensione biografica. Le azioni principali, che poi sono quelle conosciute alla cronaca, necessitavano di più energia, magari la stessa iniziale con la pregevolissima sequenza descrittiva della vita di Getty senior. La distanza tra le fasi salienti, forse anche perché mancanti in intensità, risulta eccessiva e si apre un abisso difficilmente sopportabile prima che cambi qualcosa. E quel qualcosa invece non cambia, anzi il climax assume una parabola discendente.

La società italiana viene ancora una volta assimilata con lo stereotipo e le scene del sequestro in realtà sembrano degli errori, o prove di girato, in attesa del montaggio definitivo. Gli attori italiani chiamati a fare da comparse non sono classificabili. Non è concepibile Giulio Base in un film di Ridley Scott, semplicemente perché Giulio Base non è un attore, come non è un attore Nicolas Vaporidis, e le sequenze che lo chiamano in causa fanno pensare ad uno scherzo di un regista che ha detto tutto e ad una certa età vuole solo farsi beffa di tutto e tutti. Ricordate Manuale D’Amore 3 di Giovanni Veronesi? Bene, la combo Chiatti, Scamarcio, De Niro ha lo stesso sgradito suono delle unghie sulla lavagna di Vaporidis, Base, Scott.

Anche il doppiaggio, arte nella quale siamo dei maestri assoluti, risulta per alcuni attori grossolano, se non offensivo.

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All the money in the world forse sarà ricordato più per il ciclone che ha investito uno degli ormai ex attori protagonisti e il suo nome è quello della grande Hollywood: Kevin Spacey. Da questa estate infatti la grande attesa era vedere sullo schermo Spacey/Getty in un’altra sua interpretazione memorabile. Le diverse accuse di molestie che vedono il talento di American Beauty protagonista di una globale damnatio memorie, dopo Netflix ed House of Cards arrivano in ordine cronologico anche all entourage di Scott, che decide cosi di sollevare l’attore dal proprio ruolo in favore del sopracitato Christopher Plummer. Dieci giorni di reshoot per il nuovo Jean Paul Getty costati alla produzione dieci milioni di dollari confermano l’attore canadese in maestosità e nella sua performance, per un Getty complesso, nobile ed austero. Mark Walhberg è Fletcher Chace, il responsabile della sicurezza del magnate ingaggiato dallo stesso per aiutare la madre Abigail “Gail” Harris a ritrovare suo nipote. Sia Walhberg che Michelle Wiliams (la madre del sequestrato) con le loro interpretazioni si allineano ad uno script ibrido e mai deciso, vicino ma non abbastanza alle regole del thriller come del biopic. Walhberg è lontano dai fasti di The Departed ma si conferma, e sa togliersi abilmente la maschera di attore muscolare.

Michelle Wiliams nel film ha un ruolo chiave, ma non incide mai abbastanza e la sua presenza non corrisponde in intensità al suo personaggio. Anche per lei  i paralleli con le sue grandi performance sono svariati, uno su tutti I Segreti di Brokeback Mountain. Ma certo, quello era un film clamoroso con un Ledger stellare. L’idea di Tutti i soldi del mondo rimane quella di un film che poteva essere grande, ma gradualmente si arena in un limbo difficile da contestualizzare. Una faronica ibridazione dove né il grande racconto biografico, né le regole del thriller vengono chiamati in causa. E questo aumenta il disappunto per quel di grande poteva essere.

Una indecisione ed un torpore che si sommano alla delusione del grande assente. E le domande, le considerazioni a riguardo contemplano il cinema e l’etica: cosa poteva essere Tutti i soldi del mondo con Kevin Spacey, oggettivamente uno dei migliori attori di sempre?

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Il caso del produttore americano Harvey Weinstein accusato da innumerevoli attrici di molestie ha assunto in pochi mesi una dimensione ciclopica coinvolgendo altre personalità del mondo dello spettacolo, fra cui proprio Kevin Spacey. L’attore infatti, in un brevissimo arco di tempo si è visto piovere addosso svariate accuse, in primis dallo stesso gruppo di House of Cards, con diversi attori che lo chiamano in causa per condotte probabilmente inappropriate. Successivamente anche Harry Dreyfuss, figlio del grande Richard di Incontri Ravvicinati, gli attribuisce comportamenti molesti durante la lettura di un copione all’età di diciotto anni.  A questo si aggiungono anche recenti accuse di razzismo per una presunta intolleranza alla presenza di alcuni afroamericani responsabili della sicurezza, sempre nella produzione di House of Cards. Nell’assoluta conferma che eventuali linee comportamentali debbano essere tassativamente punite, magari è giusto altrettanto pensare ad un beneficio del dubbio che almeno dovrebbe avere un iter investigativo, temporale e processuale.

Il giustizialismo che nasce dalla rabbia o dall’ignoranza (o peggio ancora dall’errore legislativo) ha purtroppo nel corso della storia della società e della giurisprudenza avuto diverse vittime, anche illustri. Adesso magari il turno è di Kevin Spacey, su cui diventa accessorio ripeterne la grandezza attoriale, e forse anche la necessità di disconnettere la condotta privata con le sue qualità professionali. Lui intanto è stato allontanato bruscamente sia da Netflix che dalla produzione di Tutti i Soldi del Mondo.

Anche qui in Italia vi è stato un eco clamoroso con il caso Fausto Brizzi, anch’esso cancellato come regista dalla Warner per Poveri ma ricchissimi, o quello di Asia Argento che si unisce alla moltitudine di donne che continuano ad accusare di  molestie lo stesso Weinstein. Carlo Verdone, sulla vicenda Spacey e la ricaduta sul panorama cinematografico italiano, ha dichiarato: “Perdere un attore come Spacey è una perdita colossale. E lui l’ha già pagata, l’hanno rimosso all’improvviso da un film e non solo”.

Al di là delle incongruenze soprattutto temporali, che vedono molte accuse essere palesate parecchi anni dopo (anche se, qualora fossero reali, ne è giusta la perseguibilità), la considerazione che diventa poi domanda è la seguente: non sarebbe più opportuno attendere il tempo di un processo o di una indagine, prima di compromettere più o meno definitivamente la vita e la carriera di un uomo? Intanto, prima che i posteri deliberino l’ardua sentenza, il mondo ha à gidaàto il proprio responso. E quel che resta è una speranza, più da fan, che sia tutto un grande errore o sogno. E ripensare ad alcune delle interpretazioni che ci ha donato in passato.

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