David Byrne: il coraggio di innovare la musica

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Tutti lo conoscono come il co-fondatore e principale compositore dei Talking Heads, band che ha calcato le scene del panorama rock newyorkese dal 1974 al 1991, ma David Byrne non è solo un grande musicista, infatti potremmo tranquillamente definirlo come un vero innovatore musicale.

Nato nel 1952 a Dumbarton, in Scozia, e cresciuto tra Baltimora e Providence, questo artista ha cominciato suonando la chitarra in diverse band giovanili prima di frequentare, anche se per breve tempo -circa un anno- la Rhode Island School of Design. Poco dopo, insieme a Chris Frantz (batteria) e Tina Weymouth (basso) ha dato vita a un gruppo, che da quel momento assumerà il nome di Talking Heads. Nel 1976 a loro si unì  Jerry Harryson, chitarrista e tastierista, ex-Modern Lovers, conosciuto a Boston.

E non c’è dubbio che questo complesso sia stato uno dei più influenti nel campo della rivoluzione musicale anni ’70 e ’80. Fin dagli esordi, grazie a una fruttuosa collaborazione con Brian Eno -altro nome che non si può non citare quando si tratta di musica sperimentale e di un’ accuratissima ricerca dei suoni- i Talking hanno saputo distinguersi, pubblicando, a cavallo tra il 1978 e il 1980, una trilogia di album in cui è emersa la loro forte tendenza alla fusione di vari generi musicali, tanto da creare qualcosa di assolutamente nuovo e fuori dall’ordinario: il primo fu More Songs About Buildings and Food, al quale seguirono Fear of Music e Remain in Light.

Negli anni a seguire, l’interesse di Byrne per una costante ricerca di nuove forme artistiche è andata crescendo, tanto da spingerlo a dedicarsi -oltre al lavoro con i Talking Heads- ad altri progetti, come nel caso di un’ulteriore produzione al fianco di Eno nel 1981: My Life in the Bush of Ghosts. Sempre nel 1981, Byrne si è avvicinato alla scena teatrale, cimentandosi prima nella scrittura musicale per The Catherine Wheel, balletto della coreografa Twyla Tharp, e poi nella stesura di In Spite of Wishing and Wanting, un vero e proprio “paesaggio sonoro” -se così vogliamo chiamarlo- per la compagnia di danza belga Ultima Vez (diretta dal coreografo Wim Vandekeybus). Nell’87, invece, è passato al cinema grazie alla collaborazione con Ryūichi Sakamoto e Cong Su per le musiche del film L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci: un lavoro davvero eccellente e apprezzatissimo dalla critica, tanto da valere all’artista non solo un premio Oscar, ma anche il Golden Globe (1988) e il Grammy Award (1989) per la miglior colonna sonora. Come se ciò non bastasse, dal 2002 Byrne è stato inserito ufficialmente della Rock and Roll Hall of Fame.

Da lì in poi, moltissimi sono stati i progetti e altrettante le pubblicazioni di Byrne, ma se davvero volessimo fare una scelta, varrebbe la pena di citare il suo contributo nella realizzazione della colonna sonora del film This Must Be the Place -non a caso omonimo della canzone dei Talking Heads- di Paolo Sorrentino. La trama vede un abilissimo Sean Penn nei panni di una ex-rock star alle prese con la ricerca un po’ di se stesso, un po’ del suo passato e delle sue radici ebraiche.

Com’è facile intuire, è sempre emerso qualcosa dalla musica di Byrne, qualcosa che “trascende il limiti del range finito delle possibilità musicali” per raggiungere la vera innovazione, quella che chiameremmo sperimentazione pura del suono. Si tratta di un modo di interpretarla e di viverla alternativo, sebbene questo artista abbia sempre fatto della “normalità” la sua bandiera. La sua continua esplorazione delle sonorità ha portato a un mix di new wave, punk, art-pop, worldbeat e avant-garde che ha influenzato la produzione di molti artisti a seguire.

La cosa che davvero ha reso questo personaggio un genio è stata -ed è tutt’ora- la sua capacità di dedicarsi a molteplici forme artistiche differenti, ma in qualche modo sempre strettamente connesse tra loro: ricondiamo a questo proposito che David Byrne è uno dei pochi a poter vantare un’incredibile conoscenza tanto dell’ambiente musicale quanto di quello cinematografico, teatrale e per fino editoriale -avendo scritto e pubblicato saggi di musica (How Music Works, 2012), di semiologia e album di disegni. Un’ultima piccola curiosità: è anche un appassionato di ciclismo.

Ma veniamo al focus di questi giorni: durante una delle conferenze del suo semirario Reasons to be Cheerful a New York, Byrne ha annunciato e aggiunto maggiori dettagli circa la pubblicazione del suo nuovo album solista, il primo dal 2009 (nonostante nel corso del 2012 l’artista abbia composto con St. Vincent l’album Love This Giant, a cui è seguito un omonimo tour). Il disco uscirà a marzo del 2018 e sarà intitolato American Utopia (con etichetta Todomundo/Nonesuch Records), mentre il primo singolo, Everybody’s Coming to My House, è stato rilasciato da poco ed è già ascoltabile in streaming sul sito ufficiale di Byrne e qui sotto.

Stando a quanto riportato dai post presenti sul website ufficiale, nei mesi seguenti la pubblicazione il musicista sarà occupato in un tour mondiale -alcune delle date sono già presenti online- che avrà inizio dal Nord America, per proseguire in Sud America e in Europa; anche se si precedono alcune date aggiuntive in concomitanza con importanti festival. E se vi state chiedendo se avrete l’occasione di ascoltare qualche brano dei tratto dalla discografia dei Talking, non temete, perchè una sana dose di nostalgia non manca mai in questi casi.

Da un artista a tutto tondo come Byrne, ci si aspettano grandi cose, quindi non ci resta che goderci il primo singolo e attendere l’arrivo di American Utopia.

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