I Talk Talk: una lezione di stile

Posted by

Un giorno di Novembre del 2010 assisto a una performance del chitarrista Robert Fripp, ospite della Chiesa Evangelica Metodista di Roma. Dopo poco più di un’ora di musica avvolgente, in cui l’aria è scolpita da suoni eterei, rarefatti, Fripp posa lo strumento, si alza per ringraziare tutti e scompare, incamminandosi per la navata centrale della chiesa. Qualcuno tra il pubblico prova a rincorrerlo, ad acciuffarlo per una foto, un autografo, rimanendo però a bocca asciutta. I quasi duecento presenti si aspettano un bis da un momento all’altro, che non arriva. Prima di andar via, mi avvicino alla strumentazione di Fripp per poterla osservare meglio. Qualcuno sta parlando con un membro dell’entourage e chiede: “Davvero niente bis?”. La risposta risuona ancora nella mia testa: “Robert non lo ritiene necessario, il picco del concerto è stato raggiunto, non c’è bisogno di aggiungere altro.”

Quando penso ai Talk Talk, alla loro carriera così insolita nel panorama pop internazionale, mi viene in mente quell’episodio: il gesto di Fripp che posa la chitarra mentre riecheggia l’ultima nota, lui che si avvia verso l’uscita. I Talk Talk hanno confuso le idee a tutti: hanno innovato, lasciato ai posteri dischi seminali e se ne sono andati, si sono dileguati verso la leggenda. I Talk Talk, quel gruppo di cui, a dispetto del nome, non si parla mai abbastanza; Mark Hollis, Paul Webb, Lee Harris e il produttore e collaboratore Tim Friese-Green, una band che negli ultimi anni di attività si è volutamente immersa in una coltre impenetrabile di mistero e inquietudine. Hollis in particolare, il cantante e frontman che si è ritirato a vita privata: di lui adesso si sa poco e niente. In molti li conoscono superficialmente, li apostrofano come “una di quelle band anni ottanta”. It’s My Life, l’altra hit Such a Shame; di quest’ultima in tanti ricordano il videoclip, nel quale Hollis sembra un bambino, un monello, che offre un vastissimo campionario di smorfie cartoonesche. Ma ci sono anche gli appassionati che conoscono i brani a menadito, che venerano il gruppo, che reputano i loro dischi delle vere e proprie pietre miliari.

 

 

 

 

 

 

 

Potrebbe capitarvi a tiro il video di un intero concerto filmato al Montreux Festival nel 1986, dove i Talk Talk erano alle prese con la promozione di The Colour of Spring, uscito proprio quell’anno; protetto da grandi occhiali scuri, il corpo proteso verso il microfono, la testa in continuo movimento a tenere il ritmo incessante dettato dalla batteria di Lee Harris, l’enigmatico Hollis è un tutt’uno con la musica, quasi non interagisce col pubblico, nessuna presentazione tra un brano e l’altro. A un certo punto, sul finale strumentale del brano Living in Another World si siede sulla pedana della batteria e sembra vivere in un altro mondo, per davvero; il frontman mette la voce e l’anima al servizio di quegli attimi, della magia che avviene sul palco, fino a risultarne sfiancato.

 

 

 

 

 

Qualcosa stava cambiando. A quel punto i Talk Talk erano gli alfieri di un pop sofisticato, sembravano destinati a una scalata sempre più decisa verso il successo. Tour mondiali, show televisivi, interviste. Tutti si sarebbero aspettati un seguito in linea con quelle coordinate; forse una nuova It’s My Life, altri concerti in giro per il mondo. Invece sono necessari due anni prima che, nel 1988, esca finalmente Spirit of Eden. È senza dubbio una creatura affascinante: il pubblico rimane esterrefatto, si divide; la musica è spiazzante. Addio alle drum machine, ai ritornelli orecchiabili, ai sintetizzatori. Spazio invece a strumenti acustici, contrabbasso, armonica, pianoforte, percussioni. Le chitarre diventano acide, liquide. La voce è la stessa, ma è rarefatta, un eco lontano. I testi e il modo di cantare sembrano delle preghiere, le parole sono centellinate ma potentissime (quel verso, “Heaven bless you” alla fine del brano Inheritance, delicato ma autorevole al tempo stesso, ci travolge lasciandoci inermi). Gli strumenti a fiato disegnano dei desolanti spazi vuoti. Di tanto in tanto, i toni caldi dell’organo hammond si schiantano contro il muro di suono innalzato dalle chitarre al limite del noise e dalle percussioni concitate, per poi riconciliarsi con atmosfere soffuse.

Spirit of Eden non è affatto pop: è un originalissimo ibrido tra psichedelia, avanguardia e jazz acustico. Ed è l’inizio di un lento sottrarsi alle luci della ribalta, un processo che si completerà con l’album Laughing Stock, uscito nel 1991 per la Polydor (dopo che la EMI, in seguito a un drastico calo delle vendite, decise di non rinnovare il contratto alla band). I Talk Talk smettono di fare tour e si concedono alla stampa molto di rado. Difatti, gli ultimi due dischi rappresentano un mistero vero e proprio. Si sa pochissimo sulla loro lavorazione, su come siano stati concepiti, su quale ricerca abbia effettivamente ispirato la nuova direzione stilistica: da sempre, fin da quando sono stati pubblicati, i membri della band si rifiutano di parlarne. Solo l’ingegnere del suono dell’epoca, Phil Brown, ha condiviso qualche indiscrezione: intervistato nel 2012 per un articolo sul The Guardian, ha rivelato che “si registrava al buio. Nella sala regia dello studio c’era un vecchio proiettore 35mm, qualche luce stroboscopica e cinque registratori a 24 tracce collegati tra loro. Ascoltare le stesse sei canzoni per otto mesi, immersi nell’oscurità per dodici ore al giorno, fu piuttosto snervante.” I musicisti ospiti non sapevano nulla della musica su cui avrebbero registrato: venivano condotti in una sala, sempre al buio, gli venivano consegnate le cuffie, da cui avrebbero ascoltato i brani per la prima volta, e avrebbero improvvisato sul materiale. Dopodiché, la band sceglieva le parti migliori di quelle improvvisazioni per combinarle insieme in un’unica performance. Una spasmodica, maniacale ricerca della perfezione:  la ricerca del suono giusto, ma anche delle pause necessarie, del respiro tra una nota e l’altra. Sì, perché in questa fase della carriera dei Talk Talk, il silenzio è importantissimo. In una celebre, quanto rara, intervista rilasciata da Mark Hollis, il cantante esprime alcune perle di saggezza, tra cui quella che diventerà un culto tra gli appassionati: “Prima di arrivare a suonare due note, impara a suonarne una. E non suonare quella nota, se non hai ragione di farlo”

 

 

 

Nel saggio La Fine della Cultura, lo storico britannico Eric Hobsbawn scrive: “La società dei consumi pare considerare il silenzio un crimine.” Difatti, in pochi compresero davvero il cammino intrapreso dai Talk Talk, ma tanti altri artisti, durante la loro carriera, hanno operato per sottrazione: come non pensare ai lavori ambient di Brian Eno, al pianoforte evanescente di Harold Budd (tra l’altro Eno e Budd hanno collaborato insieme a dischi monumentali come The Pearl e The Plateaux of Mirror), come pure a certe opere di David Sylvian; lo stesso Robert Fripp, già citato all’inizio dell’articolo, è celebre per l’aforisma: “La musica è la coppa che contiene il vino del silenzio. Il rumore è questa coppa, ma rotta.” 

Tuttavia, il silenzio non è spunto di riflessione per i soli musicisti. Mi viene in mente un bell’aneddoto raccontato in una biografia di William Burroughs, guru della Beat Generation: durante un’accesa conversazione sulle droghe in una camera del parigino Beat Hotel, Burroughs stette tutto il tempo ad ascoltare senza dire nulla, finché non ringhiò: “La droga più potente di tutte è il silenzio” e i presenti ammutolirono. “Lui si alzò e uscì con lentezza. Gli altri restarono là zitti, ascoltando il rumore dei suoi passi lungo la scala che scendeva incurvandosi verso l’atrio. Poi, al rumore della porta d’ingresso, si precipitarono alla finestra per guardarlo girare a destra, camminare per la strada e sparire nei vortici di nebbia verso la Senna.” (da Io sono Burroughs: una biografia, di Barry Miles). 

 

Associo quest’episodio, raccontato in maniera così evocativa, all’album solista di Mark Hollis, che porta semplicemente il suo nome. Uscito nel 1998, riprende il discorso innovativo intrapreso con i Talk Talk e se possibile lo amplia: la voce si tramuta in un sussurro, i brani sono incredibilmente sommessi. Rimane la sua ultima prova discografica, un addio alle scene fragilissimo, un ultimo sguardo lanciato alla musica prima di allontanarsi e dissolversi in una nebbia silenziosa. Hollis e i Talk Talk sono andati in assoluta controtendenza, si sono consegnati alla storia imprimendo un segno indelebile. Con le loro ultime prove discografiche nasce un nuovo modo di intendere la musica rock; di lì a poco, gruppi come Radiohead, Bark Psychosis, Mogwai, si affacceranno sulla scena e produrranno dischi importanti.  

Diciamola tutta: quella dei Talk Talk rappresenta una bellissima prova di coraggio. In quanti sarebbero disposti a rinunciare al successo per assecondare la propria ispirazione? Il cambio di direzione, così drastico, costò al gruppo un contratto discografico e la perdita di molti fan della prima ora. Solo i più grandi possono permetterselo. In un periodo storico nel quale tanta nuova musica suona terribilmente preconfezionata, creata a tavolino per rispondere ai trend del momento, alla stregua di un prodotto usa e getta; un momento storico per il quale le “star” vengono create ad hoc dalla televisione tramite i talent show, dove la fama e il bel faccino contano più dei contenuti, quella dei Talk Talk rimane una lezione di stile irripetibile. In quanti se ne ricordano, in quanti se ne ricorderanno?

One comment

Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.