Da zero a Star Wars: la rivoluzione dal basso di George Lucas

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Oggi facciamo quasi fatica a comprenderlo, ma quella che ora è la saga cinematografica più redditizia al mondo, Star Wars, ha avuto origine e si è sviluppata all’interno del cinema indipendente, mantenendone certe caratteristiche fino al momento dell’acquisto del marchio da parte della Walt Disney Pictures, nel 2012. Per raccontare questa storia è necessario conoscere quella del suo creatore, George Lucas.

Meno cinefilo rispetto ai suoi colleghi e amici Scorsese, Spielberg, Coppola e De Palma, Lucas si avvicinò al cinema soltanto durante il periodo universitario, quando iniziò a realizzare alcuni cortometraggi sperimentali ed ebbe alcune esperienze sul set come assistente di Francis Ford Coppola: è in questo periodo che iniziò a maturare la sua passione per alcuni aspetti tecnici del filmmaking, come il montaggio e le techiche di animazione.

In seguito alla laurea e alla realizzazione del cortometraggio Electronic Labyrinth: THX 1138 4EB (1967) Lucas si appresta a lanciarsi nel mondo del cinema: sono gli anni della New Hollywood, una nuova corrente di pensiero prima ancora che un movimento artistico, volta a mettere la figura del regista/autore al centro del processo decisionale nella realizzazione del film, e Lucas porterà a termine in una manciata d’anni tre pellicole rivoluzionarie per temi e linguaggio cinematografico, tre film mai visti prima e centrali per lo sviluppo del cinema che verrà dopo.

L’uomo che Fuggì dal Futuro (titolo originale: THX 1138, 1971), prodotto dall’etichetta American Zoetrope di Coppola e dello stesso Lucas, è un’espansione del cortometraggio di laurea del regista: ambientato in un non precisato futuro distopico, è una sorta di libero adattamento di 1984, che narra la ribellione di un uomo al sistema corporativista (e fascista) del futuro, dominato dal grande fratello e dentro al quale è proibita ogni singola libertà individuale, dalla scelta dei prodotti televisivi da guardare fino alla scelta del proprio partner. Un capolavoro della fantascienza d’autore, visivamente dominato dal bianco minimalista delle scenografie e allo stesso tempo sia figlio della propria epoca (la ribellione dei protagonisti, che smettono di consumare le droghe prescritte dal governo e cominciano ad avere rapporti sessuali non autorizzati, è chiaramente figlia del ’68) che anticipatore di atmosfere che non appartengono al cinema di quel periodo (nel quale la fantascienza era generalmente ottimista) nel quale trova spazio, per la prima volta nel genere, il tema dell’omosessualità.

Con American Graffiti (1973) il colore dominante non è più il bianco del futuro da incubo di THX 1138, ma il nero delle notti californiane nell’estate del 1962. Anche questo film è a suo modo onirico: si tratta infatti di un amarcord dei momenti adolescenziali del regista, fatti di juke box, drive in, locali notturni, disc jockey alla radio e di corse clandestine a bordo di bellissime e scintillanti automobili (storica passione di Lucas, cresciuto in un’officina meccanica).

Sulle note dei migliori brani di rock n roll degli anni ’50 assistiamo ai riti di passaggio verso l’età adulta di un gruppo di ragazzi americani (tra i quali Richard Dreyfuss, Ron Howard, Harrison Ford e Candy Clark) nella loro ultima notte in provincia, prima di partire per il college, mentre i titoli di coda spezzeranno bruscamente il sogno, mostrando quanto sia stata tragica la Guerra del Vietnam per un’intera generazione di americani.

THX 1138 è la mia testa, American Graffiti è il mio cuore (…) e Guerre Stellari è una combinazione dei due”

Da una sua intervista a Postif, settembre 1977

Dopo l’incubo di una mente adulta e i ricordi di un adolescente, Guerre Stellari (Star Wars, 1977) è la materializzazione su pellicola dei sogni da bambino di Lucas, in un ideale percorso a ritroso che conclude la prima vera trilogia del regista californiano. Frutto di mille influenze, dai fumetti di space opera degli anni ’30 (Flash Gordon, Buck Rogers) ai serial cinematografici del decennio successivo, passando poi per il cinema western di John Ford (in particolar modo Sentieri Selvaggi, 1956) e il ciclo bretone di Re Artù, il terzo film di Lucas è un “western di serie b” tra le stelle, talmente curato in ogni minimo dettaglio da risultare credibile nella sua totale irrealtà e conquistare il cuore degli spettatori di ogni angolo del mondo, che lo faranno diventare uno dei più grandi successi di tutti i tempi.

È con questo film che il regista diventa rivoluzionario, dopo altri due capolavori che hanno segnato un’epoca: con Guerre Stellari Lucas, per la prima volta nella storia del cinema, realizza un film in cui una base di partenza “bassa” (fumetti, letteratura di serie b ecc) viene trattata con la stessa dignità di una base “alta”, un film in cui la cura per gli effetti visivi, per l’estetica e i costumi stravaganti dei personaggi è paragonabile soltanto a quella delle migliori produzioni cinematografiche di sempre.

Guerre Stellari è il punto zero di un nuovo modo di fare cinema, un blockbuster che fissa gli standard di paragone per tutto ciò che arriverà dopo di lui, che nobilita decenni di letteratura pulp e dà il via ad un’ondata di adattamenti cinematografici di opere “per ragazzi” che va avanti ancora oggi (basti pensare ai moderni cinecomics) e, oltre tutto ciò, è un film indipendente prodotto dal suo stesso autore (con la Lucasfilm fondata quattro anni prima per American Graffiti) il quale divenne ben presto miliardario grazie ai diritti di sfruttamento del merchandising.

Dopo questa svolta clamorosa, Lucas fece compiere un ulteriore passo avanti alla propria idea di cinema: considerando elementi come la regia e la sceneggiatura di un film alla sessa stregua di altri aspetti puramente tecnici, come fotografia e montaggio, Lucas abbandonò quindi per oltre un ventennio la poltrona di regista dei propri progetti, preferendo delegarli a collaboratori di fiducia e ritagliandosi un ruolo di autore/produttore e deus ex machina di ogni pellicola della Lucasfilm.

Primi esempi di questo nuovo corso furono L’Impero colpisce ancora (The Empire strikes back, 1980) scritto da Lawrence Kasdan e diretto da Irving Kershner e I predatori dell’Arca perduta (1981) nel quale Indiana Jones, il nuovo personaggio ideato da Lucas, venne affidato all’amico Steven Spielberg.

Nato nel momento di massimo potere decisionale per i registi, George Lucas ha compiuto un singolare percorso che lo ha portato a realizzare alcuni dei film più interessanti degli anni ’70, ad aprire un’autostrada per il cinema commerciale dagli anni ’80 in poi, ed infine a diventare un produttore-storyteller ancora più influente di quelli che la sua generazione contribuì a fare tramontare, tutto questo mantenendosi comunque sempre indipendente rispetto alle grandi major del cinema americano: una contraddizione vivente che per 35 anni ha dato forma ai sogni di intere generazioni di spettatori.

 

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