Ha! Ha! Ha! I primi Ultravox e il pessimismo verso il futuro

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Nel 1977, anno di nascita di chi vi scrive, usciva un album-capolavoro conosciuto, purtroppo, da una ristretta cerchia di ascoltatori: Ha! Ha! Ha! degli Ultravox.

Capitanati da John Foxx, gli Ultravox riuscirono a miscelare l’attitudine punk carica di energia a spunti elettronici decadenti e sognanti che nessuno riuscirà più a raggiungere. Un concentrato di adrenalina e poesia che non scade mai nel banale.

Probabilmente il merito si deve alla vitalità che attraversava quell’anno pazzesco, energia che spingeva tutti ad andare “oltre”, sperimentare nuove sonorità, nuovi effetti… basti pensare a Bowie ed Eno.

Le tematiche non sono di libero consumo, ma propongono riflessioni elevate che simboleggiano la paura verso la tecnologia, la globalizzazione e lo stato aleatorio in cui versa l’uomo moderno, nonché il pessimismo cronico nei confronti del futuro, visto come disumano e dominato dalle macchine.

Il fulcro delle liriche degli Ultravox è: la tecnologia reprime l’individuo! È chiara quindi l’ispirazione ai romanzi di fantascienza dell’epoca che puntavano il dito contro le distorsioni del capitalismo, del consumismo e del progresso tecnologico. Un atto di accusa verso un futuro distopico che ci avrebbe visto sempre più alienati e depressi.

Liriche ballardiane che da incombente presagio per quel tempo, sono state fin troppo profetiche, divenendo realtà incontestabili se guardiamo con occhi sinceri e critici la società e il nostro vivere quotidiano.

La tecnologia è stata utilissima in tante cose, ma è indubbio che la stessa ci abbia rosicchiato libertà e vita. Siamo sempre più controllati. Viviamo sotto la dittatura dell’aggiornamento, della condivisione social e del feedback. In un contesto così alienante, siamo come sospesi nel tempo in una condizione di semi-demenza, inebetiti e non più padroni del tempo e dello spazio. Tutto scorre e non ce ne rendiamo nemmeno conto.

Chi può davvero dire di riuscire ancora a vivere e assaporare l’alternarsi delle stagioni?

Pochi. Pochissimi. Questo teorizza la splendida Distant Smile, il brano che personalmente più amo di questo album.

Inizia su tonalità ambient soffuse, dove un calmo e rilassato pianoforte viene violentemente stuprato da chitarre assassine e impazzite, in un’orgia di synth.

Nell’album c’è anche un’altra gemma che vale la pena ascoltare: Hiroshima Mon Amour (ispirata dall’amore impossibile del film di Resnais del 1959, uno dei capolavori della Nouvelle Vague).

Il testo narra delle difficoltà di una relazione amorosa in un’era in cui la tecnologia reprime l’individuo.

Primo brano in assoluto a usare una drum machine, la Roland TR-77, dall’effetto ipnotico e incalzante. Ritmi e sequenze capaci di mescolarsi con l’inatteso apporto del sassofono dell’ospite C.C. del progetto Gloria Mundi, chiamato a collaborare quasi per caso poiché si trovava con la sua band nello stesso studio di registrazione al momento dell’incisione. Come accade spesso nella storia del rock, dal “caso” possono nascere le più geniali intuizioni. Il sassofono, infatti, verrà largamente utilizzato e sarà un elemento fondamentale del pop degli anni ’80. Su tutto una melodia raffinata e il canto mai così commovente di Foxx.

Altro brano stupendo in questo album pietra miliare della musica è The Frozen Ones, che contrappone una strofa spensierata a un ritornello sentito e sofferente. Il brano si interroga su uno dei temi-chiave della poetica foxxiana: il rapporto distorto tra la comunicazione, televisiva in particolare, e l’umanità.

“Too many pictures on my screen
And they all are screaming at me
Man I need this insulation
The only way to stop the rush
Whenever feelings gets too real
Is to cut the information”

Ecco, in note, l’angoscia per l’onnipresenza del medium televisivo.

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Dario Giardi ama la musica, la fotografia e la scrittura, ed è l’autore di Viaggio Tra Le Note. I segreti della teoria e dell’armonia musicale (2016, edito da I Libri Di Emil). Seguilo su Facebook e Twitter.

 

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