La profezia sul cinema di Tsai Ming-Liang: Goodbye, Dragon Inn

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Corre l’anno 2003, il regista taiwanese Tsai Ming-Liang anticipa – con una sorta di triste profezia – l’abbandono del cinematografo e del culto di quel luogo dai sentori mistici che è la sala buia. Lo profetizza con un film tanto poetico quanto drammatico, un esperimento di meta-cinema dalle tinte sfuggenti proprio come i suoi protagonisti, dai toni quasi apocalittici e fortemente decadenti. A distanza di 14 anni Goodbye, Dragon Inn ci sembra più attuale che mai. Scopriamo perché.

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Ci troviamo in sala cinematografica che già dall’aspetto trascurato e lurido ci lascia intuire che il suo triste destino sarà quello di chiudere i battenti. I veri protagonisti sono essenzialmente due: il film che viene proiettato sullo schermo della fatiscente sala – Dragon Inn, una pellicola wuxia (letteralmente di arti marziali) taiwanese del 1967 – e noi spettatori. I restanti personaggi che vedremo sullo schermo sono figure sfuggenti dai contorni fantasmatici, che appaiono e scompaiono con una facilità disarmante. Le vite nella sala si intrecciano quasi come se quel luogo infestato dagli spiriti rappresentasse una macabra sala d’aspetto: tutti vengono a contatto tra di loro inconsapevolmente, senza che avvenga un reale scambio di sguardi. Solo una scena ce ne restituirà uno forte e d’impatto: la bigliettaia – che trascina a fatica il piede zoppo – si troverà difronte una scena del già citato Dragon Inn, il suo sguardo con quello della protagonista si incroceranno grazie all’uso del montaggio: la massima espressione del coinvolgimento sensoriale dello spettatore con lo schermo è ora in atto, se comprendiamo il nostro, gli sguardi a incrociarsi diverranno tre.

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Se la bigliettaia è un’entità reale in questa sala sensoriale, ci sono poi le altre storie di fantasmi – non solo per il loro carattere sfuggente – ma anche per l’uso che ne fanno della parola: qualcosa di insignificante che non udiamo mai, dialoghi quasi inesistenti, sarà solo lo schermo nello schermo a parlare, a spezzare il silenzio. Tra i corridoi e la sala c’è poi il turista giapponese in cerca di avventure erotiche nei degradati bagni del cinema, la metafora perfetta del cinema come luogo di incontro e perdizione. Poi c’è il proiezionista: il fantasma per eccellenza, dietro una macchina a montare su pellicole e pellicole. Infine gli attori del film nel film: si rivedono da giovani due protagonisti di Dragon Inn mentre dai loro occhi traspaiono lacrime di tristezza, ed un breve scambio di battute tra i due ci restituisce la chiave di lettura della pellicola di Ming-Liang: “Nessuno viene più nei cinema. E nessuno si ricorda più di noi”. 

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Le saracinesche si abbassano, tutti vanno via: non resta nessuno, il proiezionista, i due attori, il turista. L’ultima ad abbandonare la sala sarà la bigliettaia zoppa che trascina con sempre maggiore difficoltà quella gamba che sembra ancorata a terra: forse, mentre tutti sono andati via, è lei il simbolo di una sorta di resistenza alla tradizione cinematografica, al culto della sala.

Goodbye, cinema.

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