Quindici milioni di celebrità: il futuro in Black Mirror e i necessari risvolti etici

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Lo sviluppo scientifico e tecnologico oggi ha raggiunto livelli inimmaginabili precedentemente. Chi di noi non ha uno smartphone? Penso nessuno, oramai.

Persino i nostri genitori sembrano essersi adattati alla nuova tecnologia, anche se con i loro tempi.

Cosa ci riserva il futuro, quali innovazioni, quale nuovo stile di vita?

Black Mirror la conoscete ormai tutti: una serie tv composta da 3/4 puntate per stagione, della durata di 40/60 minuti circa, in cui ogni puntata non ha nulla a che fare con quella precedente/successiva se non per il piccolissimo filo che le collega: l’effetto della tecnologia sulla nostra vita.

Ogni puntata mostra una sfaccettatura, un esempio differente sul procedere dilagante di queste tecnologie, della nostra assuefazione da esse e sugli effetti collaterali che hanno sulla società, sulla nostra vita e le nostre emozioni.

Tra tutte le puntate abbiamo scelto questa. Non è la migliore della serie, probabilmente, ma pensiamo sia quella giusta per una discussione qui. Vi chiederete perché. Perché questa puntata è una brillante critica metaforica, in puro stile distopico orwelliano, della nostra realtà odierna.

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Il mondo nel quale Bingham vive è un mondo fatto di pura apparenza: dal finto risveglio campestre con la sveglia della gallina, fino alla finta pedalata in bici, alla finzione della tv che circonda ogni attività e la finzione del rapporto sessuale dato dalla pornografia.

A noi sembrerà strano, al limite dell’assurdo, vivere in queste condizioni, ma per i vari personaggi questa sembra essere una cosa normalissima, proprio perché abituati sin da sempre a farlo.

È un po’ come nel film The Truman Show: il mondo nel quale vive è una illusione, ma non è consapevole. Dunque questa risulterà essere per Truman la pura realtà.

Oltre ad essere illusorio, esso è anche fortemente individualizzato: ognuno di loro vive in uno stato di isolazione apatica, basti pensare alla scena dell’ascensore: ognuno di loro è in silenzio, con gli occhi quasi morti, senza alcuna vitalità.

Non percepite alcun paragone con il nostro contemporaneo?

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Quella stanza nera non è altro che il ritratto del nostro smartphone (Black Mirror richiama proprio lo schermo nero del cellulare e del computer), che è diventato la nostra “pocket life/room“, la nostra stanza privata, la nostra vita tascabile virtuale.

Facciamo degli esempi: le tecnologie multimediali uccidono l’azione, la vita activa e il mondo reale a favore della virtualità. Questo comporta che:

  • piuttosto che imparare a suonare uno strumento musicale, preferiamo giocare a Piano Tiles e Guitar Hero
  • da bambini, piuttosto che scoprire il mondo con i nostri sensi e vivere esperienze, giocare, siamo chiusi in casa davanti a una console videogiochi
  • la nostra vita sociale corrisponde 100% con il social network

E questo non vale solo per i giovani.

È facile criticare la nostra generazione, salvo poi non accorgersi di essere parte integrante del sistema.

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A proposito dell’apparenza post-moderna, c’è una scena di un libro, White Noise (Rumore Bianco), di uno scrittore americano di nome Don De Lillo, che mostra in modo molto ironico questo meccanismo: siamo in una campagna intorno a Farmington, in America. Una serie di insegne: “IL FIENILE PIÙ FOTOGRAFATO D’AMERICA”. C’è una moltitudine di fotografi professionisti, ben attrezzati. Nessuno guarda il fienile. Sono tutti ammassati a fotografare le insegne.

Murray, lo studioso di cultura pop, sta guardando la gente che guarda le insegne, Jack sta guardando Murray che guarda tutto questo guardare e noi lettori a nostra volta guardiamo Jack che etc etc.

È una scena parodisticamente assurda.

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Il talent show della puntata richiama fortemente i talent show della nostra tv: tre giudici, dietro una moltitudine di persone, a giudicare il concorrente in gara, pronti a deriderlo, a denigrarlo, prenderlo in giro, perché ovviamente fa audience, ma allo stesso tempo con le antenne drizzate, pronti a cercare una opportunità di business.

Esattamente ciò che accade in American Idol, X Factor, The Voice. Non c’è bisogno di dilungarsi, fate da voi…

Questa è una critica indiretta alla industria musicale che, come ogni industria commerciale, è compromessa dalle nuove forme di comunicazione date dalla rete.

Il talent show sembra essere oggi l’unico trampolino di lancio per musicisti emergenti, l’unico modo per raggiungere la fama e il successo.

La passione, il sacrificio sembrano essere elementi secondari rispetto all’apparenza.

L’immagine che si dà è il centro focale sulla quale i giudici concentrano le loro aspettative, perché è anche quella che colpisce il pubblico.

Questa la idea che è alla base non solo del funzionamento del talent, ma di tutto il mondo in generale: la “spettacolarizzazione” del corpo e della vita.

Analizziamo da un punto di vista storico questo processo: nella “società del divertimento”, nella nostra società, si perde ogni inquadramento spazio-temporale del divertimento; il divertimento stesso, l’intrattenimento diventano indispensabili nella ricerca della felicità e sopratutto per essere parte integrante della comunità.

Con il capitalismo che si affaccia sul nuovo millennio e diventa neo-capitalismo globalizzato, il valore di scambio diventa sistema totale e, in questo sistema, la moneta equazione generale. Il corpo finisce per diventare oggetto tra gli oggetti, esposto in vetrina come intrattenimento, soggetto ai giudizi secondo le mode in voga[1].

Non a caso, avete mai visto una ragazza grassa o brutta in un programma sportivo? I programmi sportivi sono pieni di belle donne proprio perché il loro corpo è un intrattenimento, è ciò che il pubblico maschile, che consuma questa tipologia di programmazione, desidera vedere.

E questo discorso può essere ampliato su molti fronti, pensateci.

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I social network, allo stesso modo, sono fatti per spettacolarizzare la nostra vita. Sul nostro profilo Facebook, Instagram o Tumblr che sia, ognuno di noi cerca di proporre se stesso e la propria vita come spettacolari. A questo punto rimando ad un’altra puntata di Black Mirror, la 3×01 chiamata Caduta Libera, nel quale ogni individuo è valutato quantitativamente nel proprio social e questo determina (biunivocamente) il suo stile di vita.

Noi siamo convinti che le nostre scelte siano libere, in realtà non è vero al 100%: siamo continuamente influenzati da agenti esterni nelle nostre scelte.

C’è un famoso filosofo francese, Michel Foucault, che ha mostrato egregiamente come le nostre scelte siano influenzate.

Foucault chiama questi “agenti esterni” dispositivi e comincia ad usare il termine “dispositivo” dalla metà degli anni Settanta, quando comincia a occuparsi di ciò che egli chiama “governamentalità” e “governo degli uomini”.

Che cos’è un dispositivo?  A quest’altra domanda risponderà un filosofo italiano, Giorgio Agamben, tra i più grandi interpreti foucaultiani.

Riassiumendo brevemente, è un insieme eterogeneo che include: discorsi, istituzioni, edifici, leggi, misure di polizia, proposizioni filosofiche, morali ecc.

Il dispositivo è la rete che si stabilisce tra questi argomenti, ha sempre una funzione strategica concreta e si inscrive nell’incrocio tra relazioni di potere e relazioni di sapere[2].

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Pensiamo al Panopticon, un carcere ideato dal filosofo e giurista Jeremy Bentham.

Questa struttura permetteva ad un unico sorvegliante di osservare tutti i carcerati senza permettere a questi di capire se fossero osservati o no, inducendo i carcerati a introiettare il controllo.

La TV e la rete internet sono sicuramente oggi i “dispositivi” più influenti su di noi, dettano i nostri orizzonti conoscitivi, valoriali, estetici.

Nella ricerca della nostra identità personale, ciò che più ci interessa è la parte più superficiale e apparente di noi, ovvero il nostro corpo.

Quante persone vanno in palestra per poi, una volta finito, fumarsi una sigaretta? Questo perché?

Perché spesso (senza generalizzare, ma tenendo conto di evidenze empiriche statistiche) ciò che interessa per emergere è avere un fisico magro, tonico e muscoloso, un bel sedere,  non dei bei polmoni sani o che magari (la butto lì) essere una bella persona.

La TV, la rete ci attirano continuamente verso questi modelli standardizzati di bellezza e se non riusciamo a raggiungerli scaturiscono in noi senso di colpa e frustrazione per non aver fatto abbastanza, odio verso se stessi e la propria persona.

Non è un caso che in televisione, in programmi con un seguito incredibile come quello di Barbara D’Urso, gente come il “dottor” (dobbiamo utilizzare questo termine sul serio?) Lemme possa pubblicizzare le sue diete velenose e insultare le persone sovrappeso.

Parentesi: come è possibile che in una rete nazionale, come Canale 5, che riceve tantissimo denaro per pubblicità di prodotti per la salute, nessuno (intendo le aziende che si occupano di questi prodotti) si sia lamentato di questo?

Lo studioso di comunicazione pubblicitaria Mark C. Miller[3] spiega come in ogni caso, sia che amiamo la tecnologia, sia che la odiamo, sia che ne abbiamo paura o tutte le cose insieme, è comunque nella tecnologia che cerchiamo le soluzioni ai problemi di cui essa stessa è la causa: marmitte catalitiche per lo smog, i progetti di difesa nazionale per i missili nucleari, i trapianti per ogni sorta di tessuto in decomposizione. E così come per la tecnologia, anche la gestalt della televisione che si è sviluppata fino ad assorbire tutti i problemi connessi[4].

"Black Mirror" Season 1, Episode 2 "Fifteen Million Merits"

In paragone ad immagini così stilizzate, noi tendiamo a sminuire noi stessi, a sentirci inutili e incapaci. Ma bisogna ricordare che quelle persone che appaiono ai nostri occhi e che ci sembrano così perfette da abitare in un modo perfetto diviso dal nostro, in realtà sono “sacchi di cellule” (scusate la brutalità, ma bisogna tornare alla terra) proprio come noi, e che, oltre alla nostra comune natura biologica, ognuno di noi ha qualcosa di speciale, di singolare e il mondo spesso non dà l’opportunità di mostrarlo.

Così come la tecnologia è oggi strumento di massificazione (basti pensare a come determinati argomenti, eventi, informazioni, immagini, canzoni diventino centrali), allo stesso modo essa può essere utilizzata come strumento per sovvertire la massificazione e l’immagine standard.

Il web potrebbe essere il luogo in cui ognuno di noi mostra la propria singolarità, piuttosto che abbandonarsi passivamente alle mode in voga.

“Sovvertire” è dunque il termine chiave sul quale mi voglio soffermare in questa conclusione.

Il protagonista aveva intrapreso la strada giusta, ma poi è stato ammaliato dall’odore del denaro e dal sapore di una vita libera, lontana dalla fatica del lavoro e ha dimenticato completamente quel mondo. È facile dimenticarsi degli altri, quando si sta bene.

Il tentativo finale di sovvertire diventa dunque, ironicamente, parte dello stesso sistema, un ingranaggio che fa funzionare meglio la macchina, perché illude le persone di possedere una libertà democratica che in realtà non esiste.

Non è infatti ugualmente ironico che Black Mirror e i suoi messaggi anti-tecnologici, anti-conformistici siano mandati su una pay-tv in ascesa come Netflix?

Bibliografia

[1] cfr. Rosa Gallelli, Incontri mancati. Didattica e sessualità, Progredit, 2012, cap I.

[2] Giorgio Agamben, Che cos’è un dispositivo?, i sassi nottetempo, 2006, pp 6-7.

[3] Mark Crispin Miller, Deride and conquer.

[4] David Foster Wallace, Tennis, Tv, Trigonometria, Tornado e altre cose divertenti che non farò mai più, minimum fax, 2011,  pp. 89-90.

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