La Corazzata Potëmkin, i principi della Rivoluzione e quel velato omaggio di Fantozzi

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Il 6 e 7 novembre, in occasione del centenario della rivoluzione d’ottobre, grazie alla Cineteca di Bologna sarà possibile vedere al cinema il film culto di Sergei Eisenstein: La Corazzata Potëmkin (1925). Un film che non è solo un manifesto politico o una pietra miliare della storia del cinema. È fiaba, leggenda, storia.

C’era una volta un Paese lontano, lacerato dall’isolamento, dal freddo e dalla netta separazione tra un ceto nobile, ricco, e un ceto più basso, costituito da bassa manovalanza, povero. Lo stile di vita di un nobile, a quei tempi, in quel gelido Paese, era caratterizzato da una smodata e grottesca agiatezza. La popolazione, per altro verso, faceva a botte per un tocco di pane. La forbice che separava la nobiltà dal popolo trovava radici nella pessima gestione economica delle materie prime e della loro pessima ridistribuzione su un piano nazionale. Si era appena conclusa una terribile guerra con un impero vicino, un antico impero arroccato su di un’isola nell’est. L’epilogo del conflitto, durato all’incirca un anno del nostro attuale calendario, sancì la sconfitta di quel freddo Paese. La popolazione, già vessata di per sé stessa, come si diceva, dalla pessima gestione di finanze e risorse, insorge. La rivolta ebbe luogo a causa della repressione di alcuni pacifici manifestanti, degli operai – per mano delle forze armate -, che si erano presentati al cospetto del sovrano, Nicola II, lo zar di Russia, al Palazzo d’Inverno. Qua la fiaba diventa storia, la storia, leggenda.

La favola termina qui. È il 1905 e la rivoluzione prende forma, non è più mero sogno, ideale o speculazione teoretica, nel giro di un anno si estende al mondo delle campagne, alla sfera della classe operaia, a tutti gli uomini della Russia che, presto, iniziarono a riunirsi nei cosiddetti soviet, i consigli rivoluzionari. Tutto questo è parte di quanto si può trovare all’interno della Corazzata Potëmkin. La rivoluzione d’ottobre, che ha luogo qualche anno dopo, nel 1917, vede il successo del partito bolscevico, capeggiato da Lenin e Trockij; da qui la guerra civile che porta alla vittoria bolscevica tra il ’21 e il ’22. Questo è uno stringato resoconto storico; Eisenstein, nel film, su commissione del Partito, cerca di dare forma cinematografica a quello che è stato il passaggio storico tra l’impero e lo Stato comunista. Il film, tuttavia, benché sia benissimo inscrivibile all’interno dei “classici” del cinema, in Italia è diventato arcinoto per via di un altro personaggio: Fantozzi. Se infatti a proposito della Corazzata, dei suoi temi, del suo valore artistico e storico sono state scritte pagine su pagine – chiare e limpide -, per quanto riguarda il nesso Fantozzi-Corazzata Potëmkin, la critica è stata solo in grado di fermarsi, il più delle volte, alla semplice volgarità della semplicistica boutade di Paolo Villaggio.

No, la Corazzata Potëmkin non è “una cagata pazzesca”, e anche lo stesso Paolo Villaggio, alias Fantozzi, ne è consapevole. La scena, in Il secondo tragico Fantozzi (1976), è più o meno questa: c’è la partita Italia – Inghilterra e il nostro Ugo Fantozzi è pronto a godersi una serata da italiano medio in compagnia di “frittatona di cipolle e familiare di Peroni gelata”, ma, per ragioni che sarebbe superfluo spiegare, ci troviamo, insieme a Paolo Villaggio, al cineforum radical chic (obbligatorio) organizzato da un perverso personaggio, il professor Guidobaldo Maria Riccardelli. Bene, lo schema è semplice, vengono proiettati solo film “pallosi”, di “sinistra” direbbe Gaber, vengono citati anche Dreyer e Flaherty – il regista, non quell’altro che ora è al Grande Fratello -, ma in particolar modo, a rendere nota la scena e il film (non solo quello fantozziano, ma anche la pellicola di Eisenstein), è il fatto che la Corazzata – che in realtà dura una cosa come 70 minuti circa, niente di che insomma -, viene presentata come un mattone-russo-muto-in-bianco-e-nero-dalla-durata-di-tre-ore (sic).

La questione, in realtà, è meno astrusa di quanto si possa pensare. Il film di Eisenstein, avendo radici politico-sociali – dal momento in cui è un ritratto di quella fiaba del 1905, di quella condizione sociale e metafora della presa del potere da parte del partito bolscevico, l’instaurazione del comunismo insomma etc. – dicevo, dati questi presupposti, il film si pone come orizzonte valoriale e normativo a cui attingere per trovare i principi rivoluzionari che fanno da struttura portante della Rivoluzione comunista.

Perfetto, torniamo a Fantozzi. Il contesto storico sociale in cui possiamo collocare il film con Paolo Villaggio di cui si parlava sopra, è un film che prende forma in un contesto storico sociale molto preciso. Innanzitutto il film di Eisenstein era arrivato nelle sale solo da pochi anni – il regime fascista, ai tempi, ne proibì la distribuzione -, in secondo luogo, proprio nella decade in cui Il secondo tragico Fantozzi esce nelle sale, si era creata una profonda scissione tra una classe sociale meno istruita, che cercava nell’arte cinematografica del puro sollazzo, e una classe sociale più presuntuosamente acculturata, che sentenziava a destra e a manca come un qualsiasi commentatore da talk-show.

Il punto è che il lavoro di Fantozzi – per quanto abbia macchiato in maniera indelebile, almeno in Italia, la pellicola di Eisenstein – rende in realtà omaggio al regista russo. La Corazzata non è altro che espressione e manifestazione cinematografica di principi rivoluzionari, è rappresentazione sensibile di un disagio sociale e culturale. Il secondo tragico Fantozzi, allo stesso modo, fa propria la lezione eisensteiniana e utilizza il mezzo cinematografico per mostrare il dissenso nei confronti di una classe agiata che, per certi versi, “ha rotto le palle”, è pedante, noiosa e francamente snob. Come ricorda Giacomo Manzoni in Da Ercole a Fantozzi: cinema popolare e società italiana dal boom economico alla neotelevisione, Fantozzi diventa rappresentazione simbolica di una tendenza specifica, la cosiddetta “dotta ignoranza”, e nel proclamare l’ormai celebre la frase, non fa che manifestare un dissenso sociale, applicando gli stessi principi rivoluzionari  tratteggiati da Eisenstein nella Corazzata. È, in conclusione, un fantozziano omaggio. Un omaggio che non arriva dai “professionisti della critica”, dai cultori della materia o dai nerd invasati come me; arriva da quella dimensione popolare da cui ha preso forma la Rivoluzione.

Sul lavoro di Eisenstein, così come sulla Corazzata in sé, ci sarebbe molto altro da dire. Per ora, forse, in vista del centenario della rivoluzione d’ottobre, è sufficiente ricordarci che quel film non è una cagata pazzesca, anzi.

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