La discreta popolarità della sigaretta nell’arte e nel cinema

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Fumare fa male, si sa. È una certezza scientifica che ci viene costantemente ricordata dai media, dalla legislazione e dai salutisti. Ormai siamo circondati da immagini, telegiornali, statistiche, che attestano la gravità di un gesto apparentemente così banale. Quindi la domanda che sorge in maniera facile è: da dove nasce questo bisogno impellente? Perché si brama sino all’esasperazione un’arma potentissima come la sigaretta?

Di risposte ragionevoli che possano andare d’accordo con la medicina non ce ne sono e mai ce ne saranno, per questo vale la pena esplorare più profondamente la questione. Qual è stato negli anni l’evolversi e lo sviluppo del fenomeno? Ma soprattutto, perché al giorno d’oggi, nonostante le dimostrazioni della scienza, quasi il quarantacinque per cento della popolazione si dedica a questa insana pratica?

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Sean Connery in Agente 007 – Licenza di Uccidere (1962)

Partiamo col dire che l’uso di tabacco risale ai tempi dei Maya e degli Aztechi, che masticandolo subivano una modifica dello stato di coscienza e quindi un’alienazione che li portava alle divinità. Dopo la scoperta dell’America, infatti, il tabacco coltivato per la prima volta in Inghilterra, dove trova maggior consumo tra marinai e soldati giunge in Europa. Di lì in poi il fenomeno subisce un incremento esponenziale, coinvolgendo principalmente artisti, poeti, scrittori e pittori, che con il medesimo gesto speravano di poter mandare un segnale chiaro ai rigidi costumi dell’epoca.

Nell’Ottocento chi fuma assume una connotazione chiara: il fumatore è l’artista, l’eroe, l’adulto che segnala, esibendo il sigaro, la sigaretta, la pipa, una distinzione sociale, morale o intellettuale.

La figura del fumatore subisce, così, un’operazione di sublimazione. Essa è trasfigurata, ingigantita, mitizzata: pittori come Adriaen Brower, per esempio, diffusero l’immagine del fumatore di pipa, mentre Sebastian Bach fece una composizione in onore del fumatore.

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Adriaen Brouwer – The Topers

I borghesi erano soliti interrompere le loro cene per andare a fumare in sale apposite indossando una giacca ad hoc, lo smoking appunto, una volta termita la sigaretta, essi tornavano in sala da pranzo lasciando la giacca impregnata di fumo e indossando quella pulita.

In ambito letterario la pratica del fumo costituisce un elemento distintivo dell’immagine che l’artista intende dare di sé. Pagine memorabili lo ritraggono nell’atto di consumare del tabacco di pregiatissima provenienza e di utilizzare per questo una serie di accessori, preziosi ed eleganti, che sottolineano una ricercatezza non fine a se stessa, esteriore e materiale, ma indicativa di una superiorità spirituale. Fumare, lo si legge nel sonetto baudelairiano dedicato alla pipa, ha il potere incantatorio e fascinoso di alleviare il dolore: l’anima è come ammaliata dalla avviluppante “rete mobile e cilestrina” delle spiraliformi esalazioni del tabacco in fiamme.

Nel 1880 apparve addirittura una macchina che, a basso costo e velocemente, garantiva la produzione di sigarette, pubblicizzate come strumento atto a mantenere la linea.

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Marlene Dietrich in Angelo (1937)

Nei film girati fra la Prima e la Seconda guerra mondiale i divi fumavano quasi tutti, tanto per dare l’esempio. Negli anni Cinquanta e Sessanta attori, cantanti, e scrittori comparivano con la sigaretta dappertutto, a teatro, al cinema e anche nel piccolo schermo di casa. Le sigarette avevano definitivamente trasformato l’usanza sacra ed estemporanea del fumo in un vizio quotidiano per le masse.

Dunque, dall’Ottocento ai giorni nostri, il gesto del fumare inizia ad assumere un valore artistico non indifferente. Come apparirebbe il celebre Clint Eastwood negli spaghetti western del mitico Sergio Leone, senza il suo sigaro che puntualmente viene accesso in ogni scena del film? La gestualità nel tirarlo fuori dal taschino, stringerlo tra i denti, muovere il labbro come solo lui sa fare, gli conferisce certamente un tocco di originalità e fascino artistico inestimabile.

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Clint Eastwood nella trilogia del dollaro di Sergio Leone

Di fronte a tutto ciò, si inizia a capire perché tutt’ora la gente ama così tanto il fatidico momento della sigaretta, al di là delle ragioni puramente legate alla dipendenza fisica. Siamo semplicemente infatuati di tutti quegli attori, rockstar, e film che, avendo riscosso così tanto successo, ci hanno inculcato la pratica. Il che è confermato dalle statistiche sulle vendite delle multinazionali del tabacco, che negli anni hanno spesso presentato dei picchi proprio negli anni in cui Hollywood offriva protagonisti di successo con la sigaretta tra le dita.

L’atmosfera sublimata e spirituale che la sigaretta dà alla scena di un film, viene simmetrizzata nella nostra vita. Accendere una sigaretta significa permeare nell’intrinseco il nostro spirito, estendere i confini di una conversazione, dare colore e spessore alle parole, significa riflessione ed estasi, costringere la mente ad una sorta di catarsi. Fumare fa male, sì certo, però come prescindere dall’astrattismo che l’atto regala al momento? Ogni fumatore avrebbe detto: “Toglietemi tutto, ma non la sigaretta.”

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