Gli album influenzati dagli effetti delle droghe

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L’uso di sostanze ricreative ha segnato la storia del rock, con abusi e dipendenze spesso folli o addirittura letali, ma che hanno anche permesso un incremento della creatività da parte degli artisti, con risultati degni di nota. Qui sotto cinque album esemplari, che in un modo o nell’altro sono nati grazie a un contributo decisivo delle droghe e dei suoi effetti. Tutti album parecchio amati dagli appassionati, peraltro. Vediamoli.


The Beatles – Revolver

In origine fu il Preludin, una pillola dimagrante a base di anfetamine, che Paul McCartney e John Lennon usavano ai tempi di Amburgo per non avvertire la stanchezza dei concerti ravvicinati e che fu la cosa più vicina a una droga nei primi anni da Beatles. L’incontro con la marijuana (grazie a Bob Dylan) avvenne nel 1964, un anno prima di scoprire l’LSD, che fu fondamentale nell’incisione di Revolver.

She Said She Said prese ispirazione da un viaggio con la droga psichedelica nel bel mezzo di un party con molte celebrità, tra cui Peter Fonda, che sconvolse gli stonati John Lennon  e George Harrison ripetendo loro in continuazione di “sapere cosa vuol dire essere morto”.

Doctor Robert raccontava di Robert Freymann, di cui Lennon era cliente e che era solito iniettare ai suoi pazienti cocktail di vitamine e anfetamine. Ma il pezzo che più di tutti rappresentava la nuova passione dei Beatles (o, almeno di quasi tutti, visto che McCartney si rifiuto’ a lungo di assumere LSD) fu Tomorrow Never Knows. Scritta appositamente per ricreare l’esperienza indotta dall’allucinogeno, la canzone utilizzo’ effetti sonori che riproponevano il salmodiante canto dei monaci e aveva un andamento ipnotico che rese su nastro la visione disturbante, ma allo stesso tempo serena, del trip da LSD.


The Beach Boys – Smile

È l’incompiuto più celebre della storia del pop e un fallimentare tentativo di Brian Wilson di rispondere alla supremazia dei Beatles, oltre che di portare il proprio gruppo a un livello superiore. Smilenon era ben visto dagli altri Beach Boys, che già con Pet Sounds erano rimasti delusi dal netto passo indietro nelle vendite e non erano così sicuri che quanto voluto dal loro talentuoso leader fosse il meglio per la band.

Wilson passò mesi a comporre e scomporre ritagli, frammenti e melodie che lo alienarono e lo portarono in un vicolo cieco, mentre si deteriorava anche la sua stabilità mentale: iniziò ad aumentare le dosi di LSD, che già assumeva da tempo e a essere sempre più paranoico, chiudendosi in sé stesso. Alla fine del 1966 (dopo settimane di lavoro stressante sia fisicamente che mentalmente) Smile sparì dai radar, così come la salute mentale del suo autore, che passò molti dei successivi anni in terapia e schiavo di droghe sempre più pesanti.


David Bowie – Station To Station

Uno dei capolavori assoluti di David Bowie, capace di fondere il funk con le nascenti sonorità elettroniche tedesche, Station To Station è anche il manifesto di un uomo ormai schiavo della cocaina e ossessionato dall’Occultismo.

Uscito nel 1976, l’album vide il debutto di uno dei personaggi più conosciuti di Bowie, quel Thin White Duke che prese ispirazione dal protagonista interpretato dallo stesso cantante ne L’uomo che cadde sulla Terra. Station To Station, nonostante l’ostentata freddezza e distacco che lo attraversa, è assolutamente vitale e portatore di una nuova strada che condurrà il suo autore (una volta disintossicato) alla Trilogia Berlinese.


Sly & The Family Stone – There’s A Riot Goin’ On

L’ultimo vero album di uno dei gruppi più rilevanti della scena black: There’s A Riot Goin’ On ha segnato per tanti versi il punto di non ritorno per Sly & The Family Stone. La band multietnica, dopo i successi di fine anni 60 con Stand!, aveva iniziato a perdersi nel vortice delle droghe, che ne minarono gli equilibri: soprattutto il leader era quello più dipendente dalla Polvere d’Angelo e Cocaina, che alla lunga gli rovinarono la carriera.

Uscito nel 1971, dopo due anni di semi inattività, There’s A Riot Goin’ On fu realizzato quasi in solitudine da Sly Stone, che nonostante passasse molte ore in studio a baloccarsi con qualche sostanza chimica riusciva ancora a comporre canzoni capaci di descrivere lo stato d’inquietudine dell’America di inizio anni 70. L’oscuro funk che segna l’album prelude anche alla fine del gruppo: Larry Graham verrà cacciato pochi mesi dopo la pubblicazione e Stone nel giro di qualche anno si perderà per colpa delle sue dipendenze.


The Rolling Stones – Exile On Main Street

L’album realizzato a Nellcote, nel sud della Francia, per sfuggire (come all’epoca facevano quasi tutti) al severissimo Fisco inglese, aveva un uomo solo al comando, e che uomo!

Exile On Main Street è il disco di un Keith Richards ancora (quasi) consapevole di ciò che sta facendo prima di evaporare dentro le nubi della droga per lunghi anni e capace di assemblare nel caos (dis)organizzato della sua villa un doppio album a base di blues, country, rock e soul.

Tutto quello realizzato fino a quel momento viene riproposto dalla band nella sua essenza più estrema, tramite canzoni nate da infinite jam tossiche e sfinenti, dove la palla era sempre in mano al chitarrista e ai suoi ritmi di vita assurdi. Se c’é un disco che deve la sua genesi all’influenza degli stupefacenti questo è Exile On Main Street, un enorme buco nero dove affacciarsi e guardare il ghigno più che soddisfatto di Keef.

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Luca Divelti scrive storie di musica, cinema e tv su Rock’n’Blog e Auralcrave. Seguilo su Facebook e Twitter.

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