Automatic For The People dei R.E.M.: storia di un miracolo commerciale

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Dopo il debutto con la Warner nel 1988 con Green e i primi approcci allo star system, i R.E.M. avevano calato l’asso con i mandolini di Losing My Religion, l’hit che li aveva consegnati alle classifiche mondiali (inclusa la nostra) e alla scorpacciata di Grammy. Chiunque, dopo anni di duro lavoro e gavetta infinita, si sarebbe fermato a specchiarsi nei premi e nella gloria, ma non la band di Athens, che nell’ottobre 1992 (giusto un anno dopo Out Of Time) tornò con un altro album in cui si spinse ulteriormente avanti nella costruzione del proprio mito.

Uno dei dischi fondamentali degli anni ’90. Basterebbe questo per spiegare Automatic For The People e quello che ha significato per la scena del rock.

REM-90s

Il passaggio da cult band indipendente a gruppo capace di vendere milioni di dischi fu gestito apparentemente al meglio da Michael Stipe e compagni, che riuscirono nell’impresa di superare una transizione vertiginosa per chiunque: in definitiva le nebbiose e affascinanti liriche del cantante rimanevano comunque supportate da un contesto musicale che manteneva un basso profilo e si apriva poco alle contaminazioni mainstream.

La cripticità dei testi di Stipe venne ancora di più sollecitata dal diverso approccio che la band decise di avere per l’album della definitiva consacrazione: Peter Buck, Mike Mills e Bill Berry si dedicarono alla stesura delle demo musicali su cui solo in un secondo momento sarebbe intervenuto il lavoro del leader.

Il lavoro svolto dai R.E.M. catapultò Stipe in suoni più rarefatti e quasi statici rispetto al passato: le canzoni risultavano più suggestive e i testi sembrarono seguirle, assecondando maggiormente la sonorità delle parole rispetto al contenuto e significato delle stesse.

Questa volta non c’é spazio per Shiny Happy People: tra racconti di disagio e accuse (Drive, Ignoreland), difficoltà nei rapporti (Star Me Kitten), carriere deragliate (Monty Got A Raw Deal, Man On The Moon), dolore e solitudine (Try Not To Breathe, Everybody Hurts), perdita e rimpianto (Sweetness Follows), Automatic For The People condensa un’atmosfera plumbea che permea il disco e che viene alleggerita a stento da The Sidewinder Sleeps Tonite, l’unico brano apparentemente solare.

Stipe usò l’album per confessare l’angoscia di non sentirsi più completamente libero dopo lo strepitoso successo di Out Of Time e che il fardello di essere una rockstar era più pesante di quanto pensasse: i continui cambiamenti di direzione e il senso di precarietà trovano nella serena e malinconica coda acquatica finale di Nightswimming e Find The River una breve parentesi di pace.

Automatic For The People destabilizzò molti dei fan, che trovarono pochi appigli con il precedente album, ma premiarono comunque i R.E.M. con oltre quindici milioni di copie, il che è quasi un miracolo per un album così poco commerciale.

Se con Out Of Time i R.E.M. avevano ceduto al fascino delle infinite possibilità offerta da una Major (KRS-One, Katie Pierson, i Paisley Park Studios) e con il successivo Monster avrebbero seguito il loro istinto più rock, Automatic For The People rappresenta al meglio la loro natura ibrida di band indie prestata al mainstream.

Il fascino che a distanza di decenni questo album ancora riesce a esercitare è dovuto al suo suadente vestito acustico e al suo saper fotografare la nostalgia per quanto si è perso e per quanto si perderà. Perché certi passaggi della vita sono inevitabili.

Automatic For The People dei R.E.M. è su Amazon.

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Luca Divelti scrive storie di musica, cinema e tv su Rock’n’Blog e Auralcrave. Seguilo su Facebook e Twitter.

 

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