The Joshua Tree, gli U2 e un capolavoro che è sempre attuale

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È il 1987. Dopo un album di successo come The Unforgettable Fire, gli U2 di Bono e compagni decidono di partire per l’America, alla ricerca dell’ispirazione per i nuovi brani. Il luogo deputato a raccontare il loro suono è la California. Grazie anche all’amicizia con Bob Dylan, Van Morrison e Keith Richards, si appassionano al blues, al soul e alla musica legata alle radici degli Stati Uniti.

È lì che trovano The Joshua Tree, nel deserto. L’albero di Giosuè fa da sfondo e da contraltare alle ritmiche e alle melodie delle nuove canzoni, che diventano quasi una storia. Un concept, senza volerlo.

Bono è in forma come non mai, The Edge non sbaglia un colpo. E lo si intuisce da subito. The Joshua Tree è un album denso di qualità e sensazioni, e vale la pena scorrerlo traccia per traccia. Ancora oggi. Per ricordare le ragioni che hanno reso gli U2 ciò che sono oggi.

Where The Streets Have No Name parte con un pad di atmosfera che fa tanto anni ’80 quanto ambient – e quando lo senti come colonna sonora del film di qualche anno fa, Molto Forte, Incredibilmente Vicino, capisci che il senso di quella canzone è stato trovato – e con una chitarra in delay suonata su un basso che mantiene un ritmo cadenzato su una cassa in quarti.

Un luogo dove le vie non hanno un nome è un luogo dove non conta da dove provieni, il tuo ceto sociale, ma soltanto chi sei veramente. Dove l’essere è l’unica cosa che conta.

Il mondo però non è così e si sa che ognuno di noi ha i valori che vuole avere e che può tenere con sé. E per essere se stessi, spesso c’è bisogno della fede, che non si trova e che non si riesce ad avere, per quel Dio che troppo spesso ci lascia soli con noi stessi.

Poi però arriva la ballata, quella storica, forse la più importante della storia della band. Anche qui il dubbio è se si possa parlare di un brano spirituale o sentimentale, ma qualunque significato ognuno di noi ci trovi, è sorprendente come con questa melodia riescano a trovare realmente la musica dei momenti nei quali nella vita sei in bilico tra due situazioni.

Dopo un inizio che migliore non si poteva, il ritmo viene sostenuto da Bullet The Blue Sky, dove il Bono incazzato attacca la politica del presidente Reagan contro gli Stati dell’America centrale e l’utilizzo dell’embargo, facendo seguire subito un’altra delicata storia sull’uso di eroina da parte di una giovane ragazza dove il suono della terra americana viene fuori come in uno dei migliori album di Bruce Springsteen, o in una ballata di Bob Dylan, dove il blues la fa da padrone.

Red Hill Mining Town è un attacco all’altra parte dell’oceano, dove migliaia di minatori rischiavano il lavoro per colpa delle leggi della Lady di Ferro, Margaret Thatcher. Subito dopo, però, c’è un’altra perla nel nome del rock di matrice acustica: In God’s Country è una carrellata di emozioni, sensazioni, sentimenti, lampi e fotografie di ciò che vede Bono nel deserto californiano. Lontano da tutto ciò che il mondo sta proponendo di orribile, il cantante trova una via di fuga, una libertà, la felicità nel nulla. O la felicità nei lacci, nella prigionia dell’amore per una donna, come nella storia di Trip Through Your Wires, che va a ritmo di rhythm and blues sudista, debitrice di un genere portato spesso avanti negli anni dal buon Neil Young.

Poi arriviamo al fulcro dell’intero album. Una canzone per un amico, per un assistente di studio, morto per un incidente durante le registrazioni, a cui è dedicata una di quelle che personalmente reputo una delle perle migliori degli u2.

Ma in questo album di spiritualità, bisogna parlare anche del lato oscuro della religione, e la canzone Exit è la scusa per trattare l’argomento, ispirandosi a un film degli anni ’50 intitolato La Morte Corre Sul Fiume, nel quale un uomo religioso diventa omicida.

Crimini che, lontano dal deserto di Dio, continuano nel resto del mondo, come nell’Argentina dei Desaparecidos, dove le Madri di Plaza de Mayo denunciano i crimini del regime. E Bono trova il modo di ringraziarle, di dedicarle dei versi a queste madri-coraggio. Le Madri dei Desaparecidos.

The Joshua Tree usciva trent’anni fa. Sembra un’eternità. Quando usciva, molti di noi non erano ancora nati. Eppure, resta ancora oggi uno degli album che colpisce e fa innamorare più la nostra generazione. Per la profondità, per le melodie, per la densità di contenuti. Quelle urla, quelle grida, quei falsetti, per molti sono ancora oggi attuali, e vivono nell’ascolto del disco. Sono il mondo di trent’anni fa. Sono il mondo di oggi. Sono il mondo.

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