Franz Kafka, un gentile galantuomo: la storia della bambola viaggiatrice

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“Non tutti i bambini hanno la perseveranza e l’intrepidezza di cercare la bontà finché la trovano.”

Franz Kafka, Lettere al padre

Che Kafka fosse un uomo tormentato e dalla sensibilità molto acuta è cosa risaputa. Franz Kafka è uno dei primi scrittori moderni a porsi le grandi questioni sull’esistenza umana, sulla nostra vita. La logica conseguenza è che tutti considerino lo scrittore praghese come una persona cupa, avvinta dal pessimo, a tratti cinica: un uomo che ha conosciuto lo sgomento di levare la maschera al nostro comune destino umano e di vederne il vero e tragico volto.

È innegabile che le atmosfere dei romanzi kafkiani siano davvero sinistre, cariche di cattivi presagi, come gravate da gonfie e pesanti nuvole che molto spesso riversano implacabili il proprio scrosciante carico di sventure. Si pensi a Josef K., il protagonista de Il Processo, che vede le proprie ansie materializzarsi nel labirinto di un tribunale nel quale è impossibile districarsi, o del giovane Gregor Samsa de La metamorfosi che una mattina si sveglia e si accorge di essersi trasformato in un immane insetto.

Basterebbero questi esempi per spiegare quanto di vero, ma anche quanto di riduttivo, ci sia nel rinchiudere Kafka nello stereotipo dello scrittore tormentato. Kafka utilizza le immagini del proprio tormento e le trascina fuori dalla metafora. Come spiega David Foster Wallace, “gran parte del suo humour non è per nulla sottile, è anti-sottile. Il concetto è che lo humour di Kafka dipende da una sorta di letteralizzazione radicale di verità che noi tendiamo a interpretare come se si trattasse di metafore.” È in questo che consiste la comicità di Kafka: sentirsi diversi, esclusi, reietti, in una parola “come degli scarafaggi”, trasformare questa immagine metaforica nel protagonista di una storia: lo sfortunato Gregor Samsa.

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Dovrebbe apparire chiaro come intorno alla diffusa concezione di un Kafka cupo e pessimista si nasconda una personalità molto più complessa: un Kafka ironico e sensibile che esprimeva nei propri libri il proprio disagio di accettare una vita così crudele come quella capitata in sorte alla stirpe umana.

Per comprenderne meglio la personalità, potrebbe rivelarsi utile una delle più celebri leggende che circolano intorno alla sua figura: qualcosa di così curioso da ispirare persino un libro, Kafka e la bambola viaggiatrice dello scrittore spagnolo Jordi Sierra i Fabra. Questo libro racconta la storia di una delle ultime avventure che sarebbero occorse a Kafka appena un anno prima di morire. Durante i suoi soggiorni berlinesi, Kafka era solito passeggiare allo Steglitzer Park. Un giorno – così narra la leggenda – Kafka avrebbe incontrato nel parco una bambina, vinta dalle lacrime che le scorrevano come fiumi sul volto, per aver perso la sua bambola. Intenerito dalle lacrime e incapace di rimediare al dolore ritrovando la bambola, lo scrittore avrebbe escogitato uno stratagemma per calmare il singulto: come ha spiegato Kafka alla bambina, la bambola era partita per un lungo viaggio, ma non si era dimenticata della sua piccola amica alla quale aveva scritto persino una lettera, che Kafka conservava a casa proprio per lei.

Tornato a casa, si mise a scrivere la lettera con lo stesso febbrile impegno che aveva riversato nelle pagine dei suoi capolavori. Per qualche tempo, Kafka continuerà a scrivere lettere con le quali consolerà la bambina, ormai rapita dai racconti di viaggio della sua bambola e il cui dolore scomparirà tra le pieghe sognanti delle storie inventate da quell’uomo gentile che le riceveva per lei. Un bel giorno la bimba riebbe la sua bambola. Si trattava di una bambola diversa ovviamente, acquistata da Kafka come regalo ultimo da parte sua per la bambina, ma il differente aspetto fu presto da lui spiegato: era stata il viaggio ad averla cambiata.

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La locandina del cortometraggio Kafka’s Doll, ispirata alla storia della bambola

A raccontare questa storia sarebbe la compagna dello scrittore, Dora Diamant, in una memoria scritta di suo pugno. Ne è stato prodotto anche un cortometraggio animato, Kafka’s Doll, di cui trovate la locandina qui sopra. In realtà non è chiaro se questa storia sia vera o semplicemente una favoletta edificante che è cresciuta intorno alla figura di Kafka. Quello che davvero conta è mettere in luce come una storia del genere sia plausibile. Al di là del sinistro alone che continua spesso a circondare, nell’opinione diffusa, questo geniale scrittore, oltre questa coltre si cela un uomo acuto e sensibilissimo, ironico e incapace di arrendersi alla crudeltà del destino umano. Un uomo che non si è mai stancato di cercare la bontà finché non l’ha trovata.

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Fabrizio Cotimbo scrive di letteratura e dintorni su Ossimoro e Auralcrave. Seguilo su Facebook e Twitter.

 

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