You Know I’m No Good: Amy Winehouse e quella paura di lasciarsi amare

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Ricordate Amy Winehouse viva? Ogni giorno decine di mazzi di fiori virtuali vengono deposti nei commenti alle sue canzoni, periodicamente elegie dense di pathos pubblicate sull’Internet piangono un brillante destino stroncato sul nascere. Ma la ragazza eccentrica e la sua voce così inconfondibile, ve le ricordate?

Ho risentito per caso una sua canzone, che iniziò a circolare proprio in questo periodo nel 2007, e che non avevo mai ascoltato con la dovuta attenzione, forse influenzata dalle riflessioni dovute alla sua prematura scomparsa. Non mi ero resa conto di quanto fosse particolare. You Know I’m No Good, inserita da Youtube tra i suggerimenti, coglie di sorpresa con la sua carica vitale e l’intensità dei sentimenti che la ispirano.

L’album da cui è estratto, Back to Black, l’aveva lanciata tra i grandi della musica britannica: è la prima artista britannica a vincere 5 Grammy Awards in una sola notte il 10 febbraio 2008, durante la quale l’album trionfa nella categoria miglior album pop vocale. Con una vendita di 3.58 milioni di copie solo nel Regno Unito, è a oggi il secondo album più venduto nel Paese nel XXI secolo e il tredicesimo in assoluto, sempre in territorio britannico.

Succede che in quel periodo Amy abbia conosciuto il ragazzo che avrebbe sposato e di cui afferma essere innamoratissima, Blake Fielder, e che l’abbia appena tradito. Succede che arrivi da un periodo di disturbi alimentari e nottate rovinate dagli eccessi. You know I’m No Good scrive tra il serio e l’ironico nel messaggio imbottigliato nell’album, che è lo stesso di Rehab, noto rifiuto a curarsi dalla dipendenza dell’alcool.

Non ci soffermeremo sulla storia di Amy morta giovane, non apriremo un album di riflessioni che la compiangono chiedendoci chi avrebbe potuto essere. Proveremo a concentrarci sul brano che ci ha regalato, esempio di bellezza e sensibilità immortale. In quell’I’m No Good riecheggia il tradimento e forse anche l’ultima ricaduta nell’alcool. “Scusatemi, io ci provo”, sembra dirci, “ma ve l’avevo detto che sono così”. Tutti volevano una Amy migliore. Forse ciò che stava chiedendo era di sentirsi amata così.

“Ti ho incontrato al piano inferiore del bar e ferito,
Ti sei arrotolato le maniche della t-shirt col teschio
‘Cos’hai fatto con lui oggi?’
E mi hai fiutato come se fossi del Tanqueray”

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Pochi dettagli bastano a creare la scena: lui si presenta all’appuntamento per parlare di quello che è successo. Cerca di mostrarsi tranquillo, troppo forte perché il tradimento lo urti. Non ci riesce fino in fondo e fa il gesto di sentire il suo profumo, come a cercare quello dell’altro, come farebbe – commenta un’Amy ironica – con una bottiglia di gin per controllare che è puro. E lei sa come si sente.

“Perché sei il mio ragazzo, il mio uomo,
Passami la tua Stella (Artois, nota marca di birre, ndr) e vola via
Che appena avrò lasciato la stanza
Stenderai altri uomini alla Roger Moore”

Anche lei non vuole mostrarsi troppo dispiaciuta o in qualche modo in una posizione più debole. Lui si comporta come un attore di qualche film di James Bond, l’imperturbabile per eccellenza; lei come un’amante che non deve scusarsi di nulla. La (non esplicita, naturalmente) richiesta di perdono emerge solo poi, e forse non detta.

“Ho tradito me stessa
Come sapevo avrei fatto
Ti ho detto che sarei stata un problema
Sai che non sono una brava”

“Non sono una brava, non sono come ti aspettavi”: non riesce a chiedere perdono, non dice che è dispiaciuta. Ma l’alibi cade su quel me stessa: perché se ti voglio bene e sei tu, stretto nelle tue spalle, quello a cui tengo, sono io quella che rimane fregata.

“Al piano di sopra a letto con il mio ex ragazzo
È arrivato a quel punto ma non riesco a star bene
Perché penso a te, poi improvvisamente mi si accende un segnale
Corro fuori per incontrarti, il pacchetto di chips con me
Dici ‘quando ci saremo sposati’ – perché non sei amareggiato – ‘lui non sarà più tra i piedi’
Ho pianto per te sul pavimento della cucina

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È davvero innamorata, scrive nella seconda strofa: sì, voleva tradirlo, ma anche in quel momento ha pensato a lui. E senza dare spiegazioni, gli corre incontro. Scena successiva, stanno chiacchierando e sgranocchiando qualcosa (il dettaglio delle patatine crea, con pochissime parole, già l’idea di una delle loro conversazioni abituali). Sa chi vuole ed è grata che lui non se ne vada: si riprende insieme, lui e lei si lasceranno questo episodio alle spalle.

Bravissima la cantautrice a creare con musica e parole un climax che interrompe di netto con l’ultima strofa, rendendoci ancora più empatici: a ripensare a quei discorsi ha paura che lui cambi idea, addolorata (come spiega poi) per averlo deluso ancora.

Dolce incontro, Giamaica e Spagna,
Siamo di nuovo com’eravamo
Sono nella vasca, tu sei sulla sedia
Ti lecchi le labbra mentre immergo i piedi
Poi noti quei lividi
Una fitta all’intestino e mi si rivolta lo stomaco
Tu scrolli le spalle ed è la cosa peggiore
Chi per primo ha affondato il coltello?

Giamaica e Spagna, cioè fumo e alcool. Lei immersa nella vasca e lui vicino. Tutto come prima, poi lui vede dei segni e intuisce che è successo di nuovo. Come se si abbassasse di colpo la temperatura, i due smettono di parlare. Ancora una volta, lui non dice nulla che lasci trapelare cosa pensa, orgoglioso come lei, ferita da quell’ostentata indifferenza. Andava tutto bene, e l’ha rovinato. Chi sta ferendo chi ora?

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È una storia di amore orgoglioso. È il flusso di coscienza di una ragazza che stringe al cuore le proprie paure e non riesce a chiedere scusa, ma che sta chiedendo di essere amata. Sono spesso le parole che non diciamo quelle più importanti, le frasi che rimangono incastrate tra cuore e gola e che più ci pesa dire (“Le cose giuste non hanno un gran bisogno di parole”, cantava Cremonini).

Anche se non riesco a pronunciarle, sembra dirci il testo, capiscile tu. Anche se non riesco a chiedere scusa, perdonami. Sono anche quella che ti rincorre per dirti che vuole stare con te; che sorride quando fai quei progetti; che forse ha paura di essere migliore.

Dietro una maschera che vorrebbe mostrarsi forte si nasconde una richiesta di perdono e di aiuto. Ti ho tradito e sono corsa da te: non lasciarmi e aiutami a cambiare. Amare e perdonare non è facile ed è ancora più difficile lasciarsi amare ed essere perdonati, perché è difficile accettare la gratuità. Ma dietro a tutto rimane la speranza di essere ripresi e riaccolti.

Amy torna, ogni volta, con un pacchetto di patatine o una bottiglia di birra. Senza frasi da dire, dopo aver pianto di nascosto. Lasciando che l’altro la riaccolga, lasciando che perdoni di averlo ferito. Desiderando, a costo di sentirsi in debito, di lasciarsi cambiare. Forse lasciarsi amare è anche questo: sentirsi in difetto, accettare di essere imperfetti e ripartire insieme.

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Amy Winehouse (14 settembre 1983 – 23 luglio 2011)

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(Articolo pubblicato originariamente su Parte Del Discorso e gentilmente concesso ad Auralcrave per la ripubblicazione)

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